Archivio per 24 febbraio 2008

«Alice guarda i gatti… ma i gatti guardano Uolter Ueltroni»

(24 Feb 08)

Germano Antonucci

Dopo i «facts» su Chuck Norris, arrivano quelli ispirati al segretario del Partito democratico

In principio fu Chuck Norris. Poi c’è stato Barack Obama. E infine è toccato a Walter Veltroni. Anzi, a Uolterueltroni. Uno che «da bambino giocava sempre ai cowboy buoni contro gli indiani buoni, anche se gli altri non si divertivano molto». Un politico così equanime che «a bimbumbalegiù butta zero per non fare un torto né al pari né al dispari». Un candidato premier talmente cortese che «non ha mai giocato con le bolle di sapone, perché quando scoppiano ci sta male». Una persona che «non ha nemici, ma solo amici che non hanno ancora capito». Talmente coerente che «quando gli è stato offerto il dono della sintesi, l’ha rifiutato. Uolterueltroni i doni non li accetta, li fa». Un uomo che, tra uno slancio di altruismo e l’altro, non disdegna nemmeno l’attività fisica: «Uolterueltroni spesso cammina sulle mani per non far sentire le gambe arti inferiori».

IL BLOG – Le battute sono tutte pescate dalla Rete. L’idea di raccoglierle, inventandole per l’occasione, è venuta a un blogger, che l’ha evidentemente ripresa dai celebri «facts» di Chuck Norris (una serie pressoché infinita di freddure che hanno fatto il giro di Internet, in tutte le salse e in tutte le lingue). Nel caso di Veltroni, però, i «facts» sono ispirati soprattutto al buonismo dell’ex sindaco di Roma. E Uolter, a quanto pare, rappresenta un’ottima fonte per i “battutisti”. «Uolterueltroniisonmymind – scrive l’ideatore (sabato 23 febbraio) – è nato dalla solita idea balzana in mezzo ad una mattinata noiosa ed è nulla di più che un piccolo divertimento, un passatempo. Fatto vuole però che, in maniera assolutamente non preventivata, in soli tre giorni ci sono stati più di 4000 accessi, più di 20 blogger hanno accettato (alcuni me lo hanno addirittura chiesto) di partecipare al blog, e molti altri hanno partecipato mandando i loro facts nei commenti, o via mail, o in pvt, per cui sono già stati pubblicati oltre 300 uolterueltronifacts». Un successone, insomma.

BATTUTE ELETTORALI – Non potevano mancare, ovviamente, i «facts» da campagna elettorale. Lo sapevate, ad esempio, che «in origine il programma di Uolterueltroni era di 20 punti e non di 12? Ma Uolterueltroni è talmente generoso che gli 8 punti in più li ha regalati al centrodestra». E avreste sospettato che dopo l’accordo con Di Pietro «quando deve spegnere il suo pc Uolter non arresta mai il sistema. Gli manda un’avviso di garanzia»? Non solo: «Per non sembrare arrogante alle prossime elezioni voterà per gli avversari» e in realtà «si è dimesso da sindaco di Roma solo per dare la precedenza a Rutelli che c’era prima di lui». Uno così sensibile, può essere indifferente alle fibrillazioni dei cattolici all’interno del Pd? Certo che no. Lui in verità «è cosi rispettoso del Vaticano che si professa ateo per farsi convertire». Ed è così attento agli equilibri interni, «che non si fa crescere i baffi, anche se con quelli è veramente un figo, solo per non offendere D’alema». Ma non è che tutto questo «buonismo» si riveli controproducente per ambire a Palazzo Chigi? Macché. In realtà, assicurano sul blog, «Uolterueltroni ha già vinto le elezioni. Ma non lo dice per non far perdere il lavoro ai sondaggisti di Berlusconi». Insomma, uno così è utile a chiunque: «Tra moglie e marito, metti Uolterueltroni».

Annunci

Il caso De Mita e il mistero delle deroghe

(23 Feb 08)

Emanuele Macaluso

Il licenziamento in tronco senza preavviso di Ciriaco De Mita come candidato del Partito democratico ci suggerisce alcune riflessioni.

La prima: perché Ciriaco che aveva mostrato ripetutamente di non condividere nulla di come nasceva il Pd ha infine aderito al nuovo partito? E perché si è impegnato nelle primarie per far eleggere l’attuale segretario regionale del Pd campano Iannuzzi? De Mita non può scoprire, solo dopo la decisione di non candidarlo, cosa è il Pd che ora vuole combattere. La storia politica di De Mita va rispettata, ma deve rispettarla anche lui spiegando comportamenti francamente incomprensibili.

La seconda questione riguarda Veltroni e i dirigenti del Pd che decidono di non candidare De Mita perché ha ottant’anni e tante legislature. Leggiamo, però, che ci saranno molte, moltissime eccezioni sul numero delle legislature. Chiedo: quale è il criterio usato? E chi decide?

Infine osservo: quale è l’età di Ted Kennedy e quante legislature ha alle spalle? In Usa, vostro modello, sono le primarie che premiano o licenziano i candidati senza limiti di età e di legislature. Perché non avete fatto le primarie? La storia dei tempi raccontatela ai fessi. E De Mita certo non lo è.

Grandi pulizie

(24 Feb 08)

Carlo Federico Grosso

Hanno cominciato a parlarne i vescovi, Veltroni ne ha fatto una condizione irrinunciabile, poi lo ha chiesto Fini in una intervista su questo giornale, infine se ne è fatto paladino addirittura Bondi all’interno di Forza Italia e da ultimo lo stesso Berlusconi.

Alle prossime elezioni nessun inquisito o condannato per reati gravi, quali mafia o corruzione, dovrà essere candidato.

In senso opposto una settimana prima, quando i vescovi non si erano peraltro ancora pronunciati, si era espresso il solo Casini, assumendosi, come aveva dichiarato, la piena responsabilità morale e politica di una candidatura di Cuffaro, Governatore dimissionato della Sicilia, a suo dire ingiustamente condannato a Palermo. Le preoccupazioni per le reazioni della gente devono essere, peraltro, molto forti, se la politica ha riesumato d’un tratto profili di questione morale, rappresentandoli come una importante questione politica.

Non sono mancate, ovviamente, le reazioni di chi, irritato, non ha esitato a rispolverare vecchi adagi contro il giustizialismo, ad ammonire che la politica non può accettare che i giudici dettino l’agenda, a invocare il principio della presunzione di innocenza. Non si sa, per altro verso, fino a che punto i propositi manifestati verranno rispettati, se davvero l’esclusione si estenderà a ogni condannato, se coinvolgerà addirittura i semplici inquisiti. In Forza Italia, ad esempio, la lettera con la quale la novità è stata annunciata conteneva, come è noto, una postilla: l’esclusione non riguardava i procedimenti marcati da un’origine politica. I prossimi giorni ci diranno quali processi sono stati considerati politici e quali normali processi criminali. Dell’Utri ce l’ha già spiegato dalle pagine di questo giornale. Lui non c’entrerebbe con il divieto, poiché anche la sentenza definitiva che l’ha raggiunto, dato il patteggiamento, sarebbe coperta da una sorta di riabilitazione penale.

Al di là di queste incertezze, giusta o sbagliata che sia nella sua specifica configurazione, l’iniziativa menzionata costituisce un segnale politico di rilevante discontinuità. Iniziativa sufficiente a garantire l’indispensabile irrompere dell’etica nella politica? Diciamo che è un punto di partenza. Soggiungiamo che non è per altro verso detto che un condannato sia sempre moralmente riprovevole, dato che anche la magistratura può sbagliare: lo ha scritto su questo giornale Macaluso in un intelligente commento al tema delle liste elettorali pulite. Perché la politica diventi eticamente apprezzabile sarebbero, comunque, necessari altri, numerosi, adempimenti. Nell’impossibilità di enumerarli, mi limito ad alcune riflessioni.

C’è, innanzitutto, un problema di rispetto degli elettori. Ogni partito si presenta alle elezioni con un programma; è verosimile che molti cittadini si orienteranno a votare sulla base delle promesse. Ebbene, poiché anche in politica i patti devono essere rispettati, è auspicabile che cessi l’abitudine di promettere e disattendere. Ad esempio, poiché Veltroni ha auspicato larghe intese per la riforma, indispensabile, della vigente legge elettorale e per la soluzione di singoli problemi di assetto costituzionale, ma ha soggiunto che la politica deve basarsi sull’alternanza e che non darà pertanto spazio a grandi alleanze di governo, non sarebbe accettabile che l’elettore democratico, indotto a votare sulla base di tali promesse, dopo le elezioni si trovasse di fronte a una situazione ribaltata.

Di fronte alla protesta montante della gente, c’è d’altronde un impegno della politica a contenere i privilegi. Bene, che si adempia; soprattutto, che non si introducano nuove posizioni di favore. In questa prospettiva preoccupa, ad esempio, che una parte delle forze politiche sia orientata a riallargare l’immunità parlamentare nel nome dell’esigenza di salvaguardare l’eletto dalle asserite intemperanze del potere giudiziario. A tacer d’altro, costituirebbe una inaccettabile, ulteriore, divaricazione fra la condizione dell’eletto e la condizione di chi lo ha votato.

Quale trasparenza, d’altronde, nei palazzi del potere? Massima trasparenza, si dovrebbe rispondere. La politica diventi casa di vetro, i cittadini siano in grado di conoscere, di controllare. Che dire, in particolare, del tema delicato delle intercettazioni, che coinvolge a un tempo la salvaguardia di uno strumento importante di indagine giudiziaria e, sotto il profilo della pubblicabilità degli atti, il diritto dei cittadini a essere informati? La politica, su questo terreno, sarà garante ovvero, come molti paventano, medita l’attentato?

C’è, infine, l’esigenza diffusa di aria nuova, pulizia, onestà, perseguimento dell’interesse generale, abbandono del clientelismo alla Mastella. C’è la necessità del superamento del conflitto di interessi, del riequilibrio delle proprietà televisive. La questione morale è anche tutto questo. Non è, soltanto, scelta di candidati non toccati da indagini penali concernenti reati gravi quali mafia e corruzione.

Fra i politici Veltroni è stato il primo a dichiarare che non avrebbe candidato i condannati. Ancora una volta ha condizionato l’atteggiamento dei suoi avversari. Ottima scelta, grande tempismo. Non si adagi tuttavia, adesso, sul primo passo compiuto. Continui a pensare alto su tutti i temi e soprattutto, se mai dovesse vincere o pareggiare, si ricordi che deve mantenere comunque le promesse.

La Grande coalizione irrompe nella blanda campagna elettorale

(23 Feb 08)

Stefano Folli

Silvio Berlusconi ha finalmente detto quello che da tempo tutti avevano capito. Una frase chiara, utile a comprendere il senso di una campagna elettorale in cui finora il leader del centro-destra era apparso atono: «Se il 13 aprile c’è un pareggio come nel 2006, faremo le larghe intese». Dove larghe intese è sinonimo di grande coalizione, cioè di unità nazionale con il Partito democratico. Ed è un percorso scandito da passaggi ben definiti. Primo, non affannarsi nella campagna, fidarsi dei sondaggi e della grande forza elettorale del Popolo della libertà, soprattutto nel Nord. Secondo, trattare con un certo riguardo Veltroni, possibile futuro partner. Terzo, assumere già oggi il tono di chi pensa alla Terza Repubblica, ponendo le premesse della fatidica «legislatura costituente». E si capisce che un simile progetto non si costruisce a colpi di maggioranza, nel solito clima rissoso, bensì offrendo una sorta di partnership alla controparte. Berlusconi non arriva ad augurarsi il pareggio, perché sarebbe una “gaffe” in campagna elettorale e forse non rispecchierebbe il suo animo. Ma si comporta finora come se un pareggio sostanziale fosse pressoché inevitabile. E come se, dal 14 aprile sera, il problema principale fosse ricomporre fra loro i segmenti di un Paese lacerato. «Non ci sono soluzioni miracolistiche», affermaa “Matrix”. E anche questo sobrio realismo è il segno che la campagna 2008 potrebbe assumere un profilo diverso.

Del resto, le ricette economico-sociali del partito berlusconiano e di quello veltroniano sono alquanto simili: qualcuno direbbe sovrapponibili. Più crescita, meno tasse, riforme: sulla carta la destra moderatae la sinistra moderata non affermano nulla che non sia componibile in un programma comune di governo. Semmai, Veltroni si sforza ogni giorno di prendere le distanze dalla stagione di Romano Prodi. «Saremo diversi», ha insistito ancora ieri, cercando di approfondire il solco che lo separa dalla sinistra Arcobaleno con il suo bagaglio di ideologismi. Diversi da Prodi, lontani dall’estrema sinistra: quale sbocco plausibile, in assenza di una vittoria clamorosa, se non le larghe intese?
Certo, allo stato delle cose, anche raggiungere il pareggio per il Pd è un’impresa. Finora Veltroni ha restituito entusiasmo agli elettori depressi del centro-sinistra, a coloro che nel 2006 avevano votato per Ds e Margherita e poi si erano dispersi. Non è poco, tuttavia modificare i rapporti di forza con il centro-destra richiede ben altro. Può darsi che il distacco reale non superi i 6-7 punti percentuali, ma sono quelli decisivi ei più difficili da rimontare. Come ha scritto Giampaolo Pansa sull’ultimo “Espresso”,citando a sua volta il sondaggista Roberto Weber dell’Swg: «tutti sanno che… il Pd deve sfondare al centro dell’elettorato. E la battaglia si deciderà nell’Italia del nord… a cominciare dalla Lombardia e dal Veneto».

Questa è la semplice verità e tutte le mosse compiute finora da Veltroni servono in primo luogo a sedurre l’elettorato del Nord. Compreso il brusco congedo riservato a Ciriaco De Mita, esponente antico del profondo Sud. Ecco allora la ventata di giovanilismo, bilanciata però da una candidatura prestigiosa come quella di Umberto Veronesi a Milano. Nome notissimo, scienziato di fama internazionale e soprattutto simbolo della grande borghesia laica lombarda. Veronesi è uno dei messaggi positivi che Veltroni riserva al Nord, in questo tentativo di scalata della montagna.

L’inseguitore accelera l’inseguito perde colpi

(24 Feb 08)

Eugenio Scalfari

Il 2 marzo si concluderà l’inevitabile giostra delle candidature e delle alleanze e la campagna elettorale entrerà nel suo pieno, ma i suoi lineamenti sono già chiari e profilati: Berlusconi conduce nei sondaggi, Veltroni insegue accelerando il recupero. Per la prima volta in questa settimana il recupero dell’inseguitore ha prodotto un regresso nello “share” dell’inseguito. Se i sondaggi rispecchiassero l’effettiva realtà questa novità sarebbe della massima importanza; significherebbe infatti il profilarsi d’un deflusso dal Popolo della libertà verso il Partito democratico e quindi il dimezzamento aritmetico del distacco tra l’inseguito e l’inseguitore.

Sin d’ora comunque si va diffondendo nella pubblica opinione e nei “media” la sensazione del dinamismo di Veltroni e della staticità del suo avversario. In un paese bloccato da decenni che aspira a liberarsi dalle bende e a rinnovarsi, questa sensazione può tradursi in un capovolgimento di tutti i pronostici che fin qui sembravano certi: il Partito democratico, già ora, non ha più come obiettivo massimo quello di pareggiare al Senato, ma addirittura quello di vincere nelle elezioni per la Camera incassando così il premio di maggioranza che la legge elettorale prevede. Chi l’avrebbe mai immaginato appena un mese fa? Naturalmente questi ragionamenti simulano una realtà virtuale e vanno quindi presi con molta cautela.

* * *

I temi dell’economia mordono invece più da vicino la vita quotidiana dei cittadini, lavoratori, consumatori, famiglie, imprese e sono ormai balzati in primissima fila. I prezzi soprattutto perché è con essi che tutti abbiamo a che fare ogni giorno. E di conseguenza i salari e le retribuzioni. L’occupazione, la cui tenuta comincia a suscitare preoccupazioni. L’inflazione. Il livello ufficiale che registra una media si colloca in questo momento al 2,9 per cento, ma l’ultima notizia di due giorni fa indica nel 4,8 l’aumento dei prezzi relativi a generi di larga diffusione.

Non è una sorpresa, l’inflazione infatti è la peggiore delle imposte perché ha carattere regressivo, colpisce i redditi più bassi in misura nettamente maggiore di quelli più elevati, risparmia i ricchi e deruba i poveri, falcidia i percettori di redditi fissi (lavoratori dipendenti e pensionati) consentendo qualche recupero ai lavoratori autonomi, ai professionisti, ai settori che operano su mercati protetti rispetto alla concorrenza. Ecco, la situazione dell’economia occidentale e quindi anche dell’Europa e in particolare dell’Italia si trova a questo punto. Gli Usa sono in piena recessione.

L’Europa registra un sensibile rallentamento e l’Italia è il fanale di coda. Le previsioni delle agenzie internazionali danno il nostro prodotto interno lordo allo 0,7 per cento nell’anno in corso con una tendenza ad appiattirsi ancora.

In queste condizioni la politica economica dovrebbe reagire adottando misure anticicliche. La teoria suggerisce infatti che, quando la congiuntura rallenta e addirittura volge verso lo zero, la domanda venga sostenuta con acconci interventi di spesa. In questo senso si muovono i programmi presentati dai partiti nei giorni scorsi; le differenze riguardano le modalità ma non la sostanza. Tutti infatti hanno in animo di sostenere i salari, i giovani, le famiglie, gli investimenti in infrastrutture.

Il problema è quello della copertura finanziaria e reale di queste politiche: dove trovare le risorse necessarie? Dove concentrare lo sforzo? Come evitare ricaschi dannosi sull’inflazione? Come impedire contraccolpi sul deficit? Infine, a quanto deve ammontare il complesso dei provvedimenti di sostegno per esercitare un effetto sensibile sulla domanda interna e sulla crescita reale?

* * *

Comincio da quest’ultima domanda: a quanto ammontano le risorse da mobilitare per ottenere risultati apprezzabili? Direi: non meno di un punto del Pil, cioè in cifra tonda 15 miliardi di euro da investire entro e non oltre l’esercizio in corso e dei quali almeno un terzo entro il prossimo giugno.

Da questo punto di vista è grave il rifiuto di Berlusconi di inserire i provvedimenti a favore dei salari nel decreto definito “mille proroghe” che sarà approvato dal Parlamento entro il 29 febbraio prossimo. Se avesse accettato, quelle misure valutate a circa 2 miliardi, avrebbero potuto beneficiare i salari fin dal prossimo aprile dando un sensibile sollievo ai redditi medio – inferiori e sostenendo il consumo.

L’autore di quel provvedimento era il famigerato governo Prodi e questa è la sola ragione per cui il leader del centrodestra ha opposto il suo rifiuto. Così tutta la politica destinata alla crescita viene spostata in avanti di almeno quattro mesi se non di più, con effetti negativi che è difficile sottovalutare. Il governo (quale che sia) che uscirà dalle urne il 14 aprile, sarà operativo al più presto ai primi di maggio.

Anche se i leader dei due maggiori partiti si sono impegnati a far partire la propria politica fin dal primo Consiglio dei ministri, gli effetti richiederanno un tempo tecnico di almeno due mesi per farsi sentire. Se ne parlerà dunque ai primi di luglio per le misure di più pronto impiego. Il danno di questo scriteriato comportamento è evidente e dispiace che l’ottimo Mentana, che ha lungamente intervistato a Matrix dell’altro ieri il principale azionista di Mediaset, non gli abbia posto questa elementare domanda.

Resta comunque il problema di dove reperire risorse da destinare alla crescita per un ammontare pari a 15 miliardi. Ebbene, ci sono spese in attesa di copertura già previste entro il 2008, pari a 7 miliardi. Gli stanziamenti sono già stati indicati da Padoa-Schioppa. Una parte delle destinazioni sono coerenti con il sostegno della crescita; quelle che non lo sono possono esser rinviate e il loro ammontare utilizzato diversamente.

Le risorse restanti vanno, a mio avviso, mobilitate lasciando lievitare il deficit dal 2,2 preventivato dal governo Prodi al 2,8. Il commissario europeo Joaquin Almunia manderà alti lai, poiché una politica del genere allontana inevitabilmente il pareggio del nostro bilancio che Padoa-Schioppa aveva previsto per il 2010. Resteremmo tuttavia al di sotto della fatidica soglia del 3 per cento.

L’obiezione, lo so bene, riguarda gli effetti negativi sullo stock del debito pubblico. A questo riguardo però si potrebbe (a mio parere si dovrà) mettere in pista una robusta operazione di vendita del patrimonio mobiliare posseduto dallo Stato. Il Tesoro detiene ancora un largo pacco di partecipazioni mobiliari che possono essere collocate dal sistema bancario gradualmente sul mercato quando esso sarà uscito dalle attuali difficoltà.

Le partecipazioni in mano al Tesoro riguardano aziende di prim’ordine che fruttano anche cospicui dividendi. La loro privatizzazione rientra nei progetti dei due maggiori partiti. Del resto l’operazione potrebbe essere contenuta entro i limiti richiesti dai maggiori oneri sul debito pubblico derivanti dall’aumento del disavanzo. In pratica: un “deficit spending” neutralizzato da alienazioni di patrimonio, con l’obiettivo di imprimere uno scatto anti – recessivo che potrebbe fruttare almeno mezzo punto di Pil dal previsto 0,7 a qualche decimale al di sopra dell’1 per cento. Freno e acceleratore, appunto.

* * *

Dove concentrare lo sforzo. Capisco la necessità sociale di un piano per gli asili nido. Capisco e condivido i maggiori investimenti per la ricerca, indispensabili per riqualificare le Università. Capisco i fondi per la scuola superiore, punto nero anzi nerissimo del nostro sistema scolastico. Qui necessitano piani di riforma che si estendono su un arco di tempo pluriannuale. Si tratta di mettere in moto i processi che esulano però da interventi anticiclici di immediato impiego.

A mio avviso il grosso del “deficit spending” ipotizzato dovrà esser destinato al potere d’acquisto delle fasce deboli, allo stipendio minimo del lavoro a tempo determinato e alle infrastrutture. Lo Stato si deve far carico d’un piano di investimenti pubblici che inneschi processi virtuosi di collaborazione con il capitale privato, superi le lentezze burocratiche, riduca al minimo il tempo delle gare d’appalto.

Questo tipo di investimento rappresenta un braccio di leva o meglio un motore d’avviamento con un elevato moltiplicatore; sostiene l’occupazione, accresce le dotazioni infrastrutturali e migliora per questa via la produttività di tutto il sistema.

Berlusconi, che anche lui ha formulato alcune proposte, ha indicato un programma informatico a vasto raggio per snellire e ridurre i costi della pubblica amministrazione. Credo sia una strada da seguire con l’avvertenza però che anche questo è un intervento che richiede un arco di tempo per dare frutti concreti.

* * *

Insomma “si può fare”. La crisi internazionale è purtroppo fuori dal controllo dei singoli governi nazionali, ognuno dei quali tuttavia ha la possibilità anzi il dovere di attivare tutte le risorse disponibili per migliorare la propria economia e contribuire per questa via al rilancio complessivo del ciclo.

Larghe intese? Berlusconi le propone in caso di parità elettorale. Veltroni ne ha delineato rigorosamente il campo. La maggioranza, quella che uscirà dalle urne, deve avere il diritto e la responsabilità di governare. D’altra parte, per quanto riguarda la Camera, basta un solo voto elettorale in più per far scattare il premio di maggioranza. Quanto al Senato, una maggioranza comunque ci sarà e sarebbe sufficiente che l’opposizione avesse il “fair play” di non perseguire la politica delle “spallate” voluta da Berlusconi per tutta la durata del governo Prodi e nel frattempo varasse le riforme costituzionali, queste sì “bipartisan”, tra le quali la nuova legge del Senato regionale. L’obiettivo si sposta dunque su chi si aggiudicherà un voto in più alla Camera. “Si può fare”.

Post scriptum. Ancora una volta voglio dare lode a Romano Prodi, Tommaso Padoa-Schioppa, Pier Luigi Bersani, Vincenzo Visco, per il positivo lavoro sui conti pubblici e sul programma di rilancio di cui la loro politica ha posto le necessarie premesse. Tre di loro hanno passato la mano in obbedienza ai propositi di rinnovamento da essi stessi condivisi. Ma meritano di essere salutati con onore. Gli aspetti negativi non sono dipesi dalla loro azione ma da una coalizione discorde e rissosa che Veltroni ha il merito d’aver finalmente e definitivamente liquidato.

All That Jazz: la leggenda della foto impossibile

(24 Feb 08)

Gino Castaldo

Cinquant’anni fa, nell’estate 1958, Art Kane, ebbe un’idea “irrealizzabile” mettere insieme in una strada di Harlem tutti i grandi jazzisti dell’epoca d’oro

Proviamo a immaginare. Cosa sarebbe successo se ognuno dei presenti avesse portato con sé il suo strumento? Facile, sarebbe stata la più grande jam session di tutti i tempi. Ma anche così, silente, immutabile, la foto rimane sensazionale, probabilmente la più famosa di tutta la storia del jazz, e fu scattata esattamente cinquant’anni fa, da Art Kane, un brillante art director che fino a quel momento non sapeva ancora che sarebbe diventato un fotografo.

L’idea partì da Robert Benton, allora editor della rivista Esquire, poi sceneggiatore di successo e regista (Kramer contro Kramer). Benton voleva celebrare quella che veniva percepita allora come l’età d’oro del jazz, la golden age, il massimo periodo di fulgore della musica afroamericana, considerando che in quel momento il jazz traboccava di straordinari interpreti. Le generazioni degli anni Venti, Trenta e Quaranta si erano accavallate per cui c’erano ancora le personalità delle origini, i padri fondatori come Armstrong, i maestri d’orchestra come Duke Ellington, ma c’erano stati anche i boppers, il cool jazz e i moderni, giganti come Miles Davis, Sonny Rollins, Monk, Charlie Mingus, in una simultaneità di impressionante ricchezza. Ma come celebrare questa grandeur?

Benton pensò di chiamare Art Kane, allora brillante art director e appassionato di jazz, e Kane se ne uscì con un’idea che lo lasciò senza parole: mettiamo insieme tutti i jazzisti che riusciamo a trovare, gli disse, e li raggruppiamo in una sola istantanea. Pura follia, pensò Benton, considerando che i musicisti erano la categoria più vaga e imprendibile che ci fosse in giro, ma decise che comunque valeva la pena di dare una chance al giovane art director, che si mise subito all’opera. Era l’estate del 1958.

Art Kane a quel tempo non aveva uno studio, non era neanche un fotografo, e allora pensò di organizzare la session fotografica all’aperto, in una qualsiasi strada di Harlem. Del resto se New York era la capitale del jazz, Harlem era il cuore pulsante della grande mela, la Mecca nera, l’epicentro della Black renaissance, e lo era fin dagli anni Venti, quando molti dei musicisti del sud emigrarono verso nord, e tutti gli stili, dallo stride piano allo swing cominciarono a fiorire. Era l’epoca dei leggendari ritrovi come il Cotton club, dove suonava l’orchestra di Ellington, o del mitico teatro Apollo.

Harlem era lo scenario ideale, ma nessuno ricorda più con esattezza perché fu scelto proprio quell’angolo tra la diciassettesima e la centoventiseiesima, davanti a una di quelle case in pietra marrone chiamate “brownstone”. Secondo Scoville Browne, uno dei musicisti minori immortalati nella foto, quella strada era familiare perché c’era una specie di locanda, molto nota tra i musicisti, che per una “ragionevole somma” dava vitto e alloggio agli spiantati.

L’appuntamento fu fissato per le dieci di mattina, altra follia considerando che era l’ora più improbabile per incontrare un jazzista sveglio e nel pieno delle sue facoltà mentali. Da questo punto di vista i jazzisti erano come bambini, artisti di genio ma indisciplinati, nottambuli, rigorosamente privi dell’idea di puntualità. Bud Freeman, anche lui nella foto, racconta che un’idea del genere sembrava fuori dalla portata di chiunque.

Il jazz si suonava specialmente di notte, i musicisti girovagavano da un locale all’altro, i momenti più infuocati delle jam session erano a tarda notte, insomma non si andava mai a dormire prima delle quattro del mattino. E a New York suonavano tutti, tutte le notti, in uno dei periodi più elettrizzanti di tutta la musica del secolo scorso. Anche Gerry Mulligan racconta che rimase immediatamente affascinato dalla proposta ma che fino all’ultimo rimase piuttosto scettico sull’idea che potesse davvero concretizzarsi.

Chissà, forse fu proprio la stranezza della proposta a scatenare un meccanismo imprevedibile. A dispetto di ogni legittima previsione, come sospinti da un irresistibile richiamo, uno dopo l’altro cominciarono ad arrivare tutti, o quasi, i jazzisti convocati. Pochi i ritardatari, e non decisivi (gente come Charlie Rouse e pochi altri, e li fotografò Dizzy Gillespie, in un gruppetto insieme a Lester Young, che invece fu presente allo scatto), arrivò in tempo anche Willi “the lion” Smith, il leggendario maestro dello stride piano, ma rimase fuori dalla foto perché si era allontanato per pochi minuti nel momento decisivo. Con lui sarebbero stati cinquantotto, esattamente come l’anno in cui tutto questo succedeva. Nella foto ne sono stati immortalati cinquantasette.

Come per miracolo Art Kane e i suoi collaboratori, videro arrivare mostri sacri come Coleman Hawkins e Count Basie, la leggenda del sax tenore Lester Young, il grande maestro delle percussioni Art Blakey, poi ancora Sonny Rollins, allora già affermato talento del sax, il geniale Charlie Mingus, perfino l’imperscrutabile, enigmatico Thelonious Monk, l’eccentrico Dizzy Gillespie, e poi Gerry Mulligan, Johnny Griffin, Marian McPartland e Mary Lou Williams, Jimmy Rushing, Oscar Pettiford, Gene Krupa, una specie di sogno a occhi aperti per qualsiasi appassionato, cinquantasette solisti, tutti in un solo colpo, un gruppo che rappresentava più generazioni stilistiche: dal tradizionale ai modernisti, fino agli innovatori. Dai classici come Pee Wee Russel e Buster Bayley fino ai giovani talenti emergenti come Horace Silver e Art Farmer.

Lo stupore era palpabile, erano tutti meravigliati di ritrovarsi lì in tanti, gli stessi musicisti erano dubbiosi, poi contenti come ragazzi in gita. In un dvd uscito di recente col titolo A great day in Harlem ci sono brevi spezzoni filmati della preparazione dello scatto. Sembra un party improvvisato, una festicciola tra amici che non si sono mai incontrati prima nello stesso posto, una festa decisamente bizzarra, però, perché invece di svolgersi di notte in un locale della cinquantaduesima strada, si svolgeva in una stradina di Harlem, alle dieci di mattina.

La foto di famiglia coglie perfettamente lo spirito del tempo, i carattere dei singoli musicisti: Mingus strafottente con la sigaretta che pende da un lato; Monk con gli occhiali scuri, impenetrabile; Coleman Hawkins sorridente e autorevole. Coglie soprattutto la magia di un momento, l’istantanea di quell’anno d’oro che oggi si situa più o meno al centro di tutta la storia del jazz, equidistante dalle origini e dal momento attuale, una boa da cui parte una storia che arriva dritta fino ai giorni nostri.

In fondo oggi, nella maggior parte dei casi, il jazz non si suona in modo eccessivamente diverso da come facevano Mingus, Rollins, Thelonious Monk, o almeno non tanto diverso da come ci si aspetterebbe dopo cinquant’anni di evoluzione stilistica. Questo ci dimostra quanto quelle invenzioni fossero avanzate, moderne, ma anche che la forza creativa di quei giorni era talmente forte da rimanere come un imprinting, difficilmente superabile.

In quel gruppo c’è tutta la maestria, il tesoro culturale del jazz. Charlie Parker (scomparso tre anni prima) e Dizzy Gillespie avevano riportato in auge la sfrenata vertigine dell’improvvisazione, dopo anni di lussureggianti eccessi spettacolari, avevano ridato al jazz la sua purezza creativa, un senso di libertà insofferente ai vincoli formali, definendo una lezione il cui significato dura inalterato fino ai nostri giorni. In particolare nel 1958 il jazz stava vivendo il brivido di un’altra rivoluzione. Mingus, Rollins, Davis, Coltrane stavano spingendo la ricerca verso una definitiva apertura. Da lì a pochi mesi sarebbe esploso il “free jazz”. Ed erano anche gli anni dell’emancipazione del mondo afroamericano.

Nel rinascimento artistico che si respirava c’era anche il riscatto culturale dei neri, anticipazione del fiume in piena che sarebbe stata la lotta per i diritti civili negli anni Sessanta. Anche di questo orgoglio c’è traccia in questa foto. Una giornata che ha lasciato tracce profonde in chi l’aveva pensata e organizzata. Robert Benton ha dichiarato di aver imparato molto quel giorno, e di aver portato quel patrimonio nella sua carriera hollywoodiana.

Art Kane non era neanche un fotografo, ma in quel giorno fondamentale si decise la sua vita futura. “Me ne venni fuori con questa idea oltraggiosa e l’ho vista prendere corpo nel modo in cui l’avevo immaginata”, ha raccontato anni dopo, “guardare tutti quei musicisti muoversi su quegli scalini nella centoventiseiesima strada era magnifico. Ho capito in quel momento cosa volevo fare della mia vita. Volevo essere un fotografo”. E ci riuscì diventando uno dei fotografi musicali più accreditati, esaltato da Andy Wahrol e premiato da innumerevoli riconoscimenti. Ha scattato foto memorabili di jazzisti, ma anche di rockstar come Dylan e i Rolling Stones. E del resto, dopo quella bruciante partenza, dopo aver fissato al suo primo scatto la più famosa foto di jazz di tutti i tempi, cos’altro avrebbe potuto fare nella vita?

Nazionalismi, veleno dell’Europa

(24 Feb 08)

Barbara Spinelli

Nata per stemperare i nazionalismi violenti, l’Unione Europea ha compiuto in questi giorni un passo paradossale, dagli effetti forse sinistri: quasi senza rendersene conto, la maggior parte dei suoi Stati ha decretato che l’indipendenza del Kosovo era una cosa non solo ineluttabile ma buona e giusta, così come il Signore vide che erano una cosa buona la terra e il cielo appena creati. D’un colpo i principali governi europei hanno smentito la propria storia, decidendo di proteggere uno Stato che ha come palese ragion d’essere la segregazione etnica. Si sono trasformati in una forza che legittima Stati razziali, inserendoli in una Comunità che a parole li rifiuta.

Dicono i fautori del riconoscimento che la mossa era ineluttabile, visto il naufragio della diplomazia. Dicono anche che non sarà vera indipendenza, e che dunque non esisterà contagio: sarà un’indipendenza sotto sorveglianza, finta. Il nuovo Stato sarà un protettorato europeo come dal ’99 è stato un protettorato Onu e Nato. Ma l’Europa svela la propria inconsistenza, mostrandosi così schiava della necessità. E svela la propria pochezza, scommettendo sulla forza civilizzatrice d’un protettorato che sbarazza i kosovari di responsabilità primarie: spetterà infatti all’Europa proteggere le minoranze, non ai kosovari. Questi ultimi non devono migliorare: alla civiltà penserà l’Europa, se ci penserà. Vero è che c’è inquietudine nell’Unione, che non c’è l’entusiasmo americano di fronte all’incancrenirsi di nazionalismi nel continente. Ma l’inquietudine è appena un’increspatura sulle acque del fatalismo. L’Europa non sa la storia che fa, e sembra aver scordato che la storia è tragica.

E’ una storia tragica per l’Unione come per i Balcani, cui stiamo aprendo le porte senza pensieri seri sul futuro. Per quanto concerne l’Unione si conferma la malattia gravissima in cui da anni viviamo: incapace di unirsi, abolendo i diritti di veto posseduti da ciascuno Stato, l’Europa ridiventa preda dei dèmoni. Tutta la sua politica di allargamento, ormai, è all’insegna del nazionalismo ritrovato. Ogni nuovo staterello cui si promette l’adesione avrà il suo veto, neppure addolcito dalla coscienza – viva nei paesi fondatori – dei propri storici errori e orrori. La dipendenza dagli Stati Uniti si dilata, si fa patologica rivalità mimetica. Diverremo potenza anche noi se riscopriremo lo Stato nazione e ne creeremo perfino di nuovi: questo diciamo a noi stessi, vacuamente. Con una variante però: se l’Europa fosse una federazione all’americana, sopporterebbe queste variazioni di appartenenze interne. Nelle condizioni attuali, essendo una somma di mini-sovranità, rischia la degenerazione. Rischia di fare quel che non vorrebbe: di riaccendere le identità etniche, facendosene garante e dissimulandole.

Questo ritorno dei nazionalismi è tragico anche per i Balcani e gli organismi internazionali. Nel prospettare l’indipendenza sotto protettorato, i ministri degli Esteri francese e inglese, Kouchner e Miliband, dissero nel 2007 che lo status quo non poteva essere accettato, e che le aggressioni serbe non andavano dimenticate. In realtà è lo status quo che oggi si accetta, e la smemoratezza dilaga. Lo status quo delle spartizioni, delle persecuzioni delle minoranze, delle logiche belliche. La smemoratezza di quel che sembrò essere l’intervento occidentale nei Balcani: una lotta contro l’odio etnico, non per suscitare mini Stati razziali. Tutto questo nasce inoltre con le migliori intenzioni: per la liberazione dei popoli. Con 90 anni di ritardo, l’Europa vive il suo momento wilsoniano, come lo chiama lo storico indiano Erez Manela. L’autodeterminazione dei popoli, proposta dal presidente Wilson tra il 1918 e il 1919, viene riproposta da un’Europa immemore di quel che già allora si nascondeva dietro l’autodeterminazione: i protettorati, i conflitti, le ipocrisie, la violenza delle disillusioni.

Anche questa volta c’è ipocrisia: i dirigenti dell’Unione sanno che l’indipendenza non funzionerà senza stampelle esterne. Che la Serbia con l’appoggio russo affamerà il Kosovo, cominciando a fargli mancare l’energia (il 45 per cento dell’elettricità kosovara viene da Belgrado). Sa che la legalità internazionale non potrà essere invocata, visto che la risoluzione 1244 del Consiglio di Sicurezza, approvata nel ’99, prometteva a Belgrado il rispetto dei confini esistenti.

Tragica è infine l’impresa in cui l’Europa s’imbarca per lungo tempo. Senza essere ancora un’Unione, bloccata dai veti interni, l’Europa si permette la più costosa delle avventure: l’avventura dei protettorati coloniali, iniziata in Bosnia-Erzegovina e combinata con negoziati d’adesione sempre meno esigenti e sempre più tattici. Un’avventura potenzialmente sciagurata, visto che nessuno osa rompere con le pratiche del protettorato Nato-Onu. A ciò si aggiunga il dramma dei fuggitivi serbi: la più ampia popolazione di profughi in Europa. Sono 700.000 i serbi fuggiti da Bosnia e Croazia (in Croazia restano i serbi convertiti al cattolicesimo, scrive lo studioso Raju Thomas). A essi s’aggiungono 207.000 serbi e Rom del Kosovo.

Il protettorato Nato-Onu è stato in realtà un disastro. Lo spiega nei dettagli un rapporto redatto nel 2007 dall’Istituto di Politica Europea di Berlino, per l’esercito tedesco: in quasi nove anni, Onu e Nato hanno consentito che nascesse uno Stato criminale, che mescola radicalismo politico, servizi deviati, razzismo, mafia. Quasi tutti i suoi dirigenti, a cominciare da Hashim Thaci (premier dal novembre 2007) hanno militato nell’Armata di liberazione del Kosovo, e sono legati alla mafia internazionale e italiana: il Kosovo è specializzato nel commercio d’armi, nel riciclaggio di denaro sporco, nel traffico di droga, di clandestini, di prostituzione. È uno Stato che tollera linciaggi antiserbi come quello del marzo 2004. Che segrega i serbi in villaggi-ghetti. Che perseguita i Rom.

Ma l’Europa di queste cose non si è occupata a fondo. Si è occupata della bandiera e dello statuto della nazione: senza dare garanzie vere ai serbi, senza domandarsi cosa fosse per loro il Kosovo, considerandoli eternamente colpevoli delle colpe di Milosevic. La guerra contro quest’ultimo si giustifica ex post solo se oggi non si accettano i piccoli Milosevic kosovari. Li si accetta, invece. Qui è il paradosso: grazie all’ombrello aperto dall’Europa, il male può di nuovo insinuarsi nelle sue pieghe.

Nel rapporto degli studiosi tedeschi, la comunità internazionale appare complice di questi nazionalismi violenti: «grottesco è il suo rifiuto di vedere la realtà», e insano l’ottimistico «compiacimento da incompetenti» che anima i suoi massimi rappresentanti. Le forze Kfor della Nato, le forze Unmik dell’Onu, sono implicate in grandi nefandezze mafiose. L’amministrazione Usa ha sistematicamente «preferito i politici più violenti», fin dai tempi di Clinton, e «più volte ha aiutato i criminali a fuggire». Nella base Usa in Kosovo c’è un carcere stile Guantanamo, il Campo Bondsteel (dal nome d’un comandante Usa in Vietnam).

I nazionalismi sono un veleno per l’Europa: alla lunga possono renderla irriconoscibile. Ancora non esiste come Unione, ed eccola pronta a creare protettorati che col tempo secerneranno risentimenti e impunità. Sotto un protettorato o dentro l’Unione (lo si è visto in Austria, Italia, Polonia) tutto diventa possibile: i razzismi al potere, l’illegalità, e quel fenomeno sempre più diffuso cui la Banca Mondiale diede il nome di State Capture, nel 2000. La «cattura dello Stato» avviene a opera di persone o gruppi che privatizzano il potere, aggirando leggi e istituzioni. Visto che esiste l’Europa come garanzia esterna, le nazioni e i loro dirigenti possono permettersi ogni cosa: i risentimenti e la caccia al diverso, l’abitudine all’irresponsabilità e la «cattura dello Stato».


PD podcast

Per abbonarsi al podcast Copia il link associato a questa immagine in un aggregatore tipo iTunes, Juice, FeedReader....
Sottoscrivi il podcast nello store di iTunes... Su iTunes

Feed RSS

Per abbonarsi al podcast
febbraio: 2008
L M M G V S D
« Gen   Mar »
 123
45678910
11121314151617
18192021222324
2526272829  

Blog Stats

  • 38,156 hits
website counter