44 anni e nove mesi

(21 Feb 08)

Andrea Romano

Difficile dar torto alla pacata ferocia con cui Walter Veltroni ha liquidato Ciriaco De Mita e il suo mezzo secolo di carriera parlamentare. Quarantaquattro anni e nove mesi sono tanti per qualsiasi mestiere e il momento della messa a riposo arriva anche per il combattente più tenace, com’è stato De Mita con la sua capacità di attraversare sempre a testa alta la stagione della grande carambola democristiana. È dunque un gesto coraggioso quello di Veltroni, tanto più che l’ex presidente del Consiglio abbandona il Pd portando con sé un capitale di voti contenuto ma non irrilevante nel caso in cui si ripetesse il testa a testa elettorale del 2006. Ma se rinnovamento deve essere, che passi anche per il pensionamento di un protagonista della politica repubblicana che fino ad oggi nessuno si era azzardato a congedare con tutti gli onori.

La vicenda De Mita assume i contorni di una frizione esplicita per la reazione registrata dalla stampa e dalla televisione, ma dobbiamo immaginare che in queste ore si stiano consumando in silenzio altri episodi della stessa saga. C’è chi ha fiutato lo spirito del tempo congedandosi volontariamente e con grande dignità, come hanno fatto tra gli altri Luciano Violante e Vincenzo Visco.

E c’è chi sta probabilmente lottando con le unghie e con i denti per rientrare nel piccolo pacchetto di deroghe previste dallo statuto del nuovo partito. Ma il dato politico è che il Pd sta mettendo in atto un’operazione di rinnovamento della propria rappresentanza parlamentare anche attraverso la leva anagrafica. Nel clima di enorme discredito pubblico che ha ormai avvolto la politica italiana, può essere un’iniziativa di forte impatto emotivo con cui il centrodestra dovrebbe fare attentamente i conti se non vuole ritrovarsi schiacciato dall’immagine di un leader ormai anziano circondato da una pletora di reduci. Tanto più che il PdL appare in difficoltà nel rispondere alla pulizia che il centrosinistra conduce togliendo dalle sue liste chi sia stato condannato in primo grado. Sarebbe un ben triste contrappasso per chi, come Silvio Berlusconi, ha sempre voluto presentarsi con l’emblema del «nuovo che avanza» contro la resistenza degli apparati. Forzando i tempi di congedo di alcune vecchie glorie del centrosinistra Veltroni strappa al berlusconismo anche questa bandiera, costringendo il PdL ad inseguirlo su un terreno che fino a pochi mesi fa poteva essere considerato suo dominio esclusivo. Dunque tutto per il meglio fintanto che le stelle cadenti vengono accompagnate alla porta anche con qualche spintone? Non necessariamente, se guardiamo con attenzione ai rischi di una strategia di rinnovamento fondata esclusivamente sul giovanilismo.

Nell’ultimo ventennio la politica italiana ha sofferto, soprattutto a sinistra, del blocco dei meccanismi di formazione e selezione delle classi dirigenti che i partiti della prima repubblica erano riusciti a mantenere in vita. Quei partiti tanto bistrattati producevano nuove leadership assai meglio di quanto non sia poi accaduto negli Anni Novanta, quando la grande crisi ha congelato le classi politiche dentro una fotografia dall’aspetto immutabile. Oggi Walter Veltroni decide di strappare quella fotografia puntando sulla massiccia immissione di volti nuovi e giovani. Spesso giovani «a prescindere», come avrebbe detto Totò, meglio ancora se lontani dalla politica e dotati di un certo sapore glamour e patinato. In questo esercita le proprie prerogative di leader, ma sceglie anche di sacrificare le ragioni del professionalismo politico che alimenta qualsiasi opera di buon governo. È una scelta brillante dal punto di vista elettorale, ma che si limita a rimandare al futuro l’opera di ricostruzione di partiti capaci anche di rinnovarsi al proprio interno. Così come accade in tutte le democrazie.

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