Archivio per 19 febbraio 2008

La giostra tv degli 8 aspiranti

(19 Feb 08)

Lucia Annunziata

Siamo al nastro di partenza: a 40 giorni dal voto inizia anche ufficialmente in televisione la campagna elettorale, e con lo sparo di via si aspettano le inevitabili discussioni sul rapporto fra politica e tv che hanno accompagnato negli ultimi 15 anni ogni elezione.

Quanto è importante la tv per il voto? È bene che i politici ci vadano? Valgono o no i faccia a faccia? Si può leggere dall’audience il borsino dei candidati? Ma, soprattutto, chi è più forte: la politica o la tv? State tranquilli: non intendo approfittare di questo spazio per parlarvi di par condicio, non soltanto perché ne sono (per una parte del mio lavoro) coinvolta, ma soprattutto perché è uno dei regolamenti più complicati e bizantini, oltre che controverso, che il nostro sistema abbia partorito. Vorrei invece farvi vedere come, attraverso la tv, questa nuova tornata elettorale ci presenta una brillante e paradossale prova che non c’è bisogno di fare nuove leggi per riscrivere la politica, perché la politica si è già reinventata.

Il Porcellum, dunque, la porcata: mai legge fu più esplicitamente e più allegramente disprezzata, al punto che non c’è nessun cittadino che non le dia oggi la colpa di cosa è diventata la politica. Ma è proprio colpa della legge, quello che succede? In realtà, le preparazioni in corso nel piccolo schermo ci forniscono una strabiliante prova che il Porcellum è sempre qui, ma che la politica l’ha già archiviato e riscritto. Sì, è vero, i candidati e i volti sono gli stessi, ma se mettete un occhio nella magica macchina da ripresa della tv vedrete un altro gioco.

Due anni fa si votò con lo stesso sistema, e la tv vi raccontò un forte scontro bipolare, declinato in forma proporzionale: fu la fotografia di due coalizioni frastagliate al loro interno, ma secondo linee chiare.

Esporre queste diverse identità, proprio perché evidenti, fu piuttosto facile per tutti: la campagna si palleggiò sul teleschermo sostanzialmente fra tre leader per coalizione, Casini, Fini, Bossi, D’Alema, Fassino, Rutelli, e due candidati premier, Berlusconi e Prodi. Tra questi due si incarnò poi infatti in tv il culmine del confronto, in un faccia a faccia che venne regolato più di un negoziato di pace e guerra.

Stessa legge due anni dopo. Ma, da quel che produce, stavolta ci appare completamente diversa. Davanti ai nostri occhi le due ex coalizioni – stessi volti, si diceva, e stessi nomi – si sono riprodotte passando da due a otto aspiranti premier. Dall’occhio della telecamera, l’attuale geografia viene così colta con uno strano effetto di appiattimento: le grandi liste nate dagli accorpamenti sono diventate un enorme corpo con una sola rappresentanza, una piccola testa, l’aspirante premier; mentre altre liste in possesso di numeri esigui avranno aspiranti premier, come delle grandi teste su corpi gracili. Con conseguenze irrituali e, certo, paradossali: uomini come Fini o Scajola, D’Alema o Fassino, saranno confusi nella massa di un grande listone, e obbligati a stare molto indietro nella visibilità mediatica rispetto a ogni aspirante premier di piccolissime formazioni. La Santanchè in questa campagna televisiva avrà più esposizione di Fini; Ferrando poco meno di Bertinotti e Tabacci più dei leghisti e forse poco meno di Casini (se non si uniscono); Ferrara sarà sopra tutti, relativamente ai suoi numeri, e chissà dove poi andrà a finire Mastella se non avrà una casella tutta per sé.

Io parlo, naturalmente, del mondo visto dalle telecamere, dove la campagna elettorale, proprio per via della par condicio, viene calcolata e ridotta all’osso di numeri, spazi, quote e partecipazioni. Ma questo modo che ha la tv (e le sue regole) di essere un po’ brutalmente essenziale, ci dimostra in che modo la geografia politica è già cambiata. La creazione di due grandi partiti porta in sé l’affogamento di molte personalità; e, viceversa, per ora esalta la esplosione delle identità minori.

È un risultato su cui pensare: il bipolarismo può esplodere nel senso maggioritario distruggendo il proporzionalismo; ma per ora in Italia è successo che il bipoplarismo si è invece frantumato in un’aspirazione maggioritaria di ogni forza proporzionale.

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La mia eredità

(19 Feb 08)

Romano Prodi

Caro direttore,
l’editoriale di Luca Ricolfi, apparso ieri sul suo giornale, mi impone di intervenire in quanto – pur di sostenere le proprie tesi in vista della competizione elettorale – l’editorialista non si fa scrupolo di usare in modo strumentale e scorretto molte cifre che si riferiscono all’azione del mio governo. Per evitare ulteriori «incomprensioni», mi permetterà di far seguire a ogni considerazione «virgolettata» di Ricolfi, la valutazione ufficiale mia e del governo, confidando di evitare un successivo rimpallo di dichiarazioni.

«Lotta all’evasione. La cifra di (almeno) 20 miliardi recuperati è altamente controversa, ed è stata messa in dubbio da vari analisti e centri di studio indipendenti. Per il 2006, unico anno per il quale si dispone già di dati completi, non è nemmeno certo che esista un effetto-Visco (la mia migliore stima fornisce un recupero di evasione di appena 1,7 miliardi)».

La stima del recupero di evasione per oltre 20 miliardi di euro è robusta ed ampiamente documentata dai documenti ufficiali presentati dal governo al Parlamento. A sostegno della credibilità della stima è l’andamento dell’elasticità delle entrate tributarie al Pil.

Dal 2001 al 2005 è stata pari allo 0,75 per cento. Nel 2006 è stata pari al 2,6 per cento; nel 2007 è stimata all’1,6 per cento. È vero che nel corso del 2006 anche altre economie sviluppate hanno avuto un aumento dell’elasticità, tuttavia laddove essa è aumentata di più (Spagna), l’incremento è stato inferiore alla metà di quello raggiunto in Italia.

Più in dettaglio, l’imposta maggiormente sensibile alla lotta all’evasione è l’Iva da scambi interni, la quale ha un termine di confronto molto chiaro per misurare l’emersione di base imponibile: i consumi interni. A partire da maggio 2006, il gettito Iva da scambi interni è aumentato a tassi più che doppi rispetto alla crescita dei consumi interni. Anche nel 2007, il gettito Iva da scambi interni ha superato nettamente l’incremento dei consumi interni. In sintesi, è emersa senza alcun dubbio nuova base imponibile.

In ogni caso, la discussione sulla quantità di risorse recuperate non può offuscare un punto politico incontrovertibile, sottolineato innanzitutto nella letteratura economica: i condoni favoriscono l’evasione. I 20 condoni realizzati dal governo che ci ha preceduti hanno sicuramente determinato l’ampliamento dell’irregolarità fiscale. E non a caso, l’Italia ha ancora un procedimento in corso presso la Corte di Giustizia Europea per il condono Iva del 2003, proprio per l’effetto di tale condono sull’evasione e quindi sul gettito Iva per il Bilancio della Commissione Europea (alimentato dall’imposta raccolta nei Paesi membri). La discontinuità nella politica fiscale con il governo da me presieduto ha certamente innalzato la correttezza nel comportamento dei contribuenti.

«Quel che in compenso è certo è che il governo Prodi ha sempre tenuto basse le previsioni sulle entrate fiscali, e proprio grazie a questo artificio contabile ha fatto emergere i vari “tesoretti”». Innanzitutto, oltre che nell’extragettito non previsto, i risultati della lotta all’evasione sono presenti nel gettito previsto in conseguenza di precise misure di intervento contenute nel decreto di luglio 2006 e nella legge finanziaria per il 2007. La quantificazione di tali misure ha avuto il vaglio della Ragioneria Generale dello Stato e dei Servizi competenti di Camera e Senato. In particolare, il decreto del luglio 2006 conteneva misure antievasione quantificate in quasi 3 miliardi euro, mentre la legge finanziaria per il 2007 associava agli interventi antievasione quasi 6 miliardi di euro. In sintesi, quasi la metà degli oltre 20 miliardi di recupero di evasione sono frutto di un ventaglio di interventi dall’impatto finanziario ufficialmente previsto e «bollinato».

E comunque, a proposito di previsioni «tenute basse», va sottolineato che le previsioni devono soddisfare precisi criteri di contabilità pubblica. Il ministero dell’Economia e delle Finanze poteva incorporare nelle previsioni soltanto l’effetto di misure direttamente quantificabili. Il miglioramento della regolarità dei comportamenti è per definizione non quantificabile ex ante, in quanto dovuto al clima fiscale promosso dal governo: dalla credibile eliminazione dei condoni, al riavvio dell’attività dell’Agenzia delle Entrate, anche con iniziative esemplari su grandi evasori. I risultati del clima fiscale si misurano ex post, in particolare attraverso l’elasticità di specifiche imposte rispetto a specifiche basi imponibili.

Si aggiunga poi un’altra circostanza: per un Paese ancora fortemente indebitato come l’Italia mancare di prudenza con le previsioni finanziarie – come ad esempio capitò al governo Berlusconi nei Dpef 2003-2006 – può essere molto dannoso. Costruire quadri finanziari poco realistici significa esporsi al rischio di entrate più basse rispetto a quanto stimato e di spese pubbliche destinate a crescere, proprio a causa di una programmazione «lassista», ben più di quanto sia consentito dall’andamento dell’economia. Atteggiamenti prudenziali non solo sono giustificati, ma costituiscono la base onesta per una buona e corretta programmazione finanziaria.

«Uso dell’extragettito. Quale che sia l’origine del cosiddetto extragettito (gettito non previsto dal governo), è incontrovertibile che i contribuenti non hanno visto sgravi fiscali per 20 miliardi di euro (la lotta all’evasione fiscale non doveva servire a ridurre le tasse ai contribuenti onesti?). Essi hanno invece assistito, nel corso del 2007 a una sistematica opera di dissipazione del gettito non previsto. Visco metteva i soldini nel salvadanaio, i “ministri di spesa” lo rompevano tutte le volte che si accorgevano che era pieno (Dl 81, Dl 159, Finanziaria 2008)».

Se quello che scrive il professor Ricolfi fosse vero, nel 2007 avremmo dovuto assistere a un aumento delle spese di pari entità rispetto ai guadagni ottenuti in termini di gettito con la migliore crescita economica e con la lotta all’evasione. Ma così non è stato. Non abbiamo ancora i dati definitivi, ma le informazioni ufficiali a disposizione ci consentono di affermare che:
il disavanzo pubblico sarà con grande probabilità sotto il 2% del Pil, ben al di sotto del 2006 e degli anni precedenti;
il fabbisogno di cassa delle Amministrazioni Pubbliche potrebbe essere risultato nel 2007 «prossimo per l’intero anno a 38 miliardi, circa il 2,5% del Pil (il valore più basso degli ultimi quattro decenni)» (p. 28, Bollettino Economico Bankitalia, gennaio 2008);
Sulla base di elaborazioni dei dati Bankitalia resi noti l’11 febbraio 2008, l’andamento delle spese di cassa del bilancio statale riferito all’intero 2007 mostra rispetto al 2006 che le spese correnti al netto degli interessi passivi (questi ultimi aumentati tra il 2006 e il 2007 di circa 7 miliardi di euro) sono praticamente rimaste invariate in termini nominali (e quindi calate in termini reali di circa il 2%);
mentre le spese in conto capitale, così come tutti ci chiedevano, sono aumentate di poco più di 8 miliardi di euro; e, di conseguenza, che le spese totali al netto degli interessi sono aumentate del 2,1%, restando sostanzialmente invariate in termini reali. Ricordo solo che il tasso di crescita delle spese negli anni precedenti era ben superiore, quasi il doppio, di quanto realizzato dal mio governo.

Aggiungo anche che nei miei 20 mesi di governo l’aumento delle entrate e il controllo delle spese – a cominciare da quelle rientranti nei «costi della politica» – hanno consentito di ridurre il cuneo fiscale di cinque punti percentuali sulle imprese e sui lavoratori; di riformare l’imposta sulle imprese con un abbassamento dell’aliquota di cinque punti e mezzo; di introdurre semplificazioni e facilitazioni («forfettone») per le piccole imprese; di ridurre l’aliquota Irap, di abbassare la pressione fiscale sui redditi medio-bassi. Certo – ma ne sono orgoglioso – abbiamo aumentato le risorse destinate ai più poveri (pensionati e incapienti), ai precari (introduzione dell’indennità di maternità, dell’indennità malattie, migliori condizioni per le pensioni future, facilitazioni per il riscatto ai fini pensionistici della laurea), alle giovani coppie in affitto e l’elenco potrebbe continuare.

«Morale. Il governo Prodi consegna all’Italia una situazione nella quale non c’è più alcun extragettito da spendere e, se anche qualche risorsa dovesse mai spuntare fuori, verrebbe immediatamente bruciata per coprire i 7-8 miliardi di spese non messe in bilancio dalla Finanziaria 2008».

In sintesi, quando il governo che ho avuto l’onore di guidare si è insediato, l’Italia era ancora sotto la procedura per disavanzo eccessivo da parte dell’Unione Europea. Proprio in questi giorni il Commissario Almunia ha annunciato che dal prossimo aprile la procedura sarà cancellata. Al tempo stesso, spese pubbliche, evasione fiscale e disavanzo pubblico erano in forte crescita, il debito pubblico rispetto al Pil aveva ripreso a salire. Oggi siamo in una situazione nella quale le spese sono tornate nell’alveo delle necessità del risanamento, l’area dell’evasione fiscale è stata visibilmente ridotta, il disavanzo pubblico è solidamente sotto il 3% del Pil, il debito rispetto al Pil è nuovamente e significativamente in discesa. I grandi obiettivi del pareggio di bilancio e di un debito pubblico sotto il 100% del Pil non sono più dei miraggi, ma delle mete realistiche che è diventato possibile raggiungere negli anni a noi più prossimi. E si tratta di mete che la nuova situazione del bilancio consente di accompagnare alle misure, altrettanto necessarie, di riduzione del carico fiscale.

Come detto più volte, saranno i prossimi dati di consuntivo 2007 e la prossima Relazione unificata sull’economia e la finanza pubblica a certificare il buon andamento delle finanze pubbliche e a aggiornare le previsioni sul 2008. Mi limito solo a ricordare quanto da altri già scritto è cioè che il governo che verrà farà bene a preservare la buona eredità che noi lasciamo sia sul fronte dell’aumento del gettito da evasione sia della gestione delle spese pubbliche.

Mi scuso per la lunghezza della risposta e per l’elencazione di cifre, percentuali e dati economici. Ma credo si tratti di una precisazione doverosa al fine di evitare che tali e tante imprecisioni possano diventare strumento di mistificazione elettoralistica.

Prove di nuovo

(19 Feb 08)

Riccardo Barenghi

La decisione del Partito democratico di Veltroni e di Di Pietro – e prossimamente anche della Sinistra Arcobaleno – di non candidare al Parlamento persone che siano state condannate in primo grado risponde a un senso comune che in questi ultimi mesi ha fatto sentire la sua voce, soprattutto attraverso la cosiddetta antipolitica. Certo, secondo la nostra Costituzione, fino a sentenza definitiva a nessun cittadino dovrebbero essere alienati i suoi diritti civili, a cominciare dal diritto di voto e per finire col diritto di essere votati. Però.

Però, l’uomo politico non è un cittadino normale, lui rappresenta gli altri, decide per gli altri, comanda sugli altri. Dunque dovrebbe essere al di sopra di ogni sospetto, tanto più se questo sospetto si è concretizzato in una condanna, seppure la prima. E tanto più ancora se negli ultimi quindici anni di storia nazionale troppi sono stati i casi di «rappresentanti del popolo» a livello nazionale e locale condannati ma ben radicati nelle istituzioni. Dunque lo strappo resta ma a volte anche gli strappi possono servire a cambiare la storia o la politica. Per non esagerare in enfasi, almeno a cambiare la percezione del cittadino medio: quella della casta impermeabile e intoccabile.

Certo, c’è reato e reato, c’è condanna e condanna. È evidente che a nessuno dovrebbe essere impedito di candidarsi se accusato di un reato di opinione, oppure se ha fumato uno spinello o partecipato a una manifestazione. Ma se si parla di reati contro il patrimonio, di corruzione oppure, peggio, di favoreggiamento della criminalità organizzata, allora il discorso cambia. Perché qui entra in gioco l’uso che l’uomo politico in questione fa del suo potere, un potere che gli è stato concesso da chi lo ha votato per fare determinate cose di «pubblica utilità» e che lui utilizza invece per arricchire se stesso e la sua famiglia, il suo partito o la sua corrente. O addirittura per partecipare ad attività illegali.

Dunque questa sarà la regola che guiderà le candidature di Veltroni e forse quelle di Bertinotti e Tabacci, i quali sanno bene di correre comunque il rischio di penalizzare un innocente e di farsi «dettare» le liste elettorali dai giudici. Evidentemente hanno deciso che il gioco vale la candela, considerata anche l’ormai crescente insofferenza dell’opinione pubblica – cioè degli elettori – verso una politica sempre più lontana e sempre più privilegiata.

Berlusconi e Casini invece tacciono. E si capisce anche perché, visto che il loro ceto politico – nazionale e locale – non ha esattamente le carte in regola per poter sopportare una novità di questo genere. Eppure, considerato il positivo terremoto che sta scuotendo tutta la politica italiana, partiti che decidono di presentarsi da soli (o quasi), partiti che si fondono da un giorno all’altro, alleati che si mandano a quel paese, sarebbe forse il caso che anche il centrodestra seguisse il trend. Dando così un segno di discontinuità con la sua storia.


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