Tanti campanili tanti candidati

(16 Feb 08)

Riccardo Barenghi

In ordine alfabetico: Berlusconi, Bertinotti, Bonino, Boselli, Casini, Ferrara, Ferrando, Mastella, Santanchè, Tabacci, Veltroni. Aggiungiamoci anche un paio di liste collegate ai partiti maggiori, tipo Di Pietro e Bossi. Fatti i conti, avremo una decina di candidati premier e una dozzina di simboli, lasciando perdere tutti quelli minori, pensionati, casalinghe, cacciatori, animalisti, varie ed eventuali, che comunque troveremo sulla scheda elettorale. Basta questo per ottenere un’immagine tutt’affatto diversa da quella che in quest’inizio di campagna elettorale i politici, i conduttori di talk show e noi giornalisti stiamo presentando alla pubblica opinione. Ossia quella della politica semplificata, della fine della frammentazione, del basta con i piccoli partiti che ricattano. In poche parole, lo scontro ormai sarà tra due grandi forze politiche, più o meno pure o al massimo appena contaminate da ingressi, apparentamenti, e alleanze di vario ordine e grado. È ovvio che rispetto al passato uno sforzo in questa direzione è stato fatto, eccome. A cominciare da Walter Veltroni che ha deciso di correre da solo (salvo poi allearsi con Di Pietro per ragioni più elettorali che ideali, si spera) e a seguire con Silvio Berlusconi, e in misura minore anche con Fausto Bertinotti che è riuscito a mettere faticosamente insieme un arcipelago di piccole forze scalpitanti.

Tuttavia, nonostante i loro sforzi, l’italiano medio – categoria nella quale rientra a pieno titolo il politico – non resiste al richiamo della foresta. La massima cartesiana del cogito ergo sum, nell’Italia politica, e in particolare nella seconda Repubblica (nella prima era meno peggio nonostante la legge superproporzionale), è diventata meno filosofica e molto più prosaica, diciamo anche pragmatica o praticona. Esisto solo se mi presento alle elezioni, se qualcuno, anche pochi, anche pochissimi, mi vota, se la mia faccia compare su qualche manifesto, su qualche schermo, dentro una pagina di giornale. In fondo si tratta solo della trasposizione di una lunga tradizione storica e antropologica, l’Italia delle cento città, l’Italia delle contee, dei feudi, il Paese che non è mai stato una nazione, l’Italia dei campanili. Quei campanili sono diventati partiti, partitini, lobby. Che non mollano qualsiasi cosa accada, qualsiasi legge elettorale si faccia, qualsiasi sbarramento venga messo sulla loro strada, qualsiasi proposta o diktat arrivi dai più grandi. Alla fine l’importante è presentarsi alle elezioni, acchiappare una manciata di voti possibilmente togliendoli al vicino di casa. Insomma, dimostrare di esserci, sbandierare la propria identità, far vedere il proprio simbolo che qualcun altro «ha lasciato cadere nella polvere». Sopravvivere e far sopravvivere il proprio ceto politico, con annessi i vari clientes. E se poi si riuscisse pure ad entrare in Parlamento, meglio ancora: lì dentro, chissà, i giochi si possono sempre riaprire. Se per esempio il vincitore vincesse di poco, un paio di senatori potrebbero cambiare il destino di un partito piccolo, minuscolo o semi-clandestino. E farlo diventare fondamentale per la vita o la morte di un governo. L’obiezione a questo discorso è nota, e in parte anche fondata: se io sono una forza politica con le mie idee, i miei valori, un certo seguito e una storia – lunga o corta che sia – perché dovrei farmi annettere da altri rinunciando a quello che sono in cambio di una manciata di scranni? Ma l’obiezione all’obiezione è altrettanto fondata: perché in realtà la propria storia, gli stessi ideali, i valori e via dicendo si possono difendere in molti altri modi, anche mettendoli dentro un contenitore più grande soprattutto se in questo contenitore si è convissuti fino al giorno prima.

Tuttavia c’è poco da fare, questa in fondo è la pulsione dell’italiano medio, il quale cerca sempre quello a lui più affine. Dunque la colpa dei piccoli è solo relativa, loro si limitano a interpretare un bisogno diffuso e storicamente consolidato tra i cittadini. E lo rappresentano come possono. Certo, uno sforzo in più avrebbero potuto anche farlo, e non solo in nome del cosiddetto interesse generale ma proprio del loro interesse ad avere un futuro politico degno di questo nome. Ma uno sforzo ancora più importante, decisivo, avrebbero dovuto farlo i più grandi. Proprio perché più grandi, dunque più responsabili, in teoria egemoni. Se si fossero mossi con meno superbia e più disponibilità, cercando di convincere piuttosto che dettare legge, avrebbero vinto due partite prima di giocare la terza, quella decisiva. Si sarebbero cioè potuti presentare ancora più forti e più grandi a cinquanta milioni di elettori. I quali non si sarebbero trovati così nell’imbarazzo di dover scegliere, ancora una volta, tra dieci candidati premier e almeno dodici liste. E magari li avrebbero pure ringraziati per avergli facilitato, anzi semplificato, la vita.

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