Ripartiamo dalla scuola

(15 Feb 08)

Francesco Giavazzi

Sarebbe un peccato se in questa campagna elettorale si discutesse solo di tasse. E non perché la pressione fiscale non sia elevata: lo è, ed è urgente ridurla. Ma le tasse sono solo un sintomo dei mali del-l’Italia. Da sola, una riduzione della pressione fiscale non risolverebbe alcuno dei nostri problemi. (Diverso se si discutesse di spesa e di come diminuirla).
Due le questioni che dovrebbero essere al centro del dibattito e che riguardano la capacità delle famiglie di arrivare alla fine del mese (il problema a mio parere più immediato): il potere di acquisto dei salari (abbiamo stipendi greci e prezzi tedeschi) e una spesa sociale che non aiuta chi ne ha davvero bisogno. Abbassando le tasse si aiuterebbero i salari, alzandole si potrebbe finanziare più spesa sociale. Ma è un’illusione pensare che il fisco sia lo strumento per risolvere questi problemi.
In Italia i salari sono, in media, del 30% inferiori rispetto a Francia, Germania e Gran Bretagna. Ma questa differenza non è equamente distribuita. È più ampia per i giovani e si restringe via via che passano gli anni: a 55 anni scompare perché i nostri salari crescono con l’età più rapidamente che nel resto d’Europa. In altre parole, in Italia l’anzianità è più importante del merito nel determinare la progressione di carriere e stipendi. Chi proporrà l’eliminazione degli scatti di anzianità — a cominciare dai contratti dei dipendenti pubblici, in primis
dei docenti universitari — per destinare più risorse al merito?
Rimane il fatto che il livello medio dei salari è più basso che altrove in Europa. In parte questo riflette un premio di assicurazione: un lavoratore con un contratto a tempo indeterminato è di fatto illicenziabile e il mancato salario è un prezzo che egli paga per «assicurarsi » contro il rischio di licenziamento. Non si possono chiedere al tempo stesso salari più elevati e garanzie contro i licenziamenti.
Il divario tra i salari italiani ed europei è dovuto anche a una minor produttività. Produttività significa efficienza, ma anche innovazione: questa spesso richiede la capacità di analizzare dati, fare esperimenti e affrontare i problemi con un approccio scientifico. I test Pisa (si vedano al sito http://www.pisa. oecd.org) misurano queste competenze nella scuola secondaria: i risultati sono sconfortanti. I nostri studenti sono al 35˚posto sui 40 Paesi studiati nel 2006. Ciò che più colpisce è la loro scarsa dimestichezza con il metodo scientifico.
Che fare per migliorare la scuola? Una cosa è certa: un’ennesima riforma studiata dal ministero non servirebbe a nulla. Bisogna introdurre più concorrenza fra le scuole. Per farlo occorre dare alle famiglie la possibilità di scegliere: le scuole cattive rimarranno senza studenti e ci sarà la coda per iscrivere i figli alle migliori. Ma le famiglie devono essere informate. Le scuole dovrebbero pubblicare dati sui loro allievi: quanto tempo hanno impiegato a trovare un lavoro? Quanto guadagnano? In quanto tempo si sono laureati? Dove, con che voti? Sono dati che molte scuole già raccolgono, ma si guardano bene dal rendere pubblici.

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