Archivio per 13 febbraio 2008

Il cambiamento in tempi rapidi

(10 Feb 08)

Sergio Romano

L’Economist scrive che i tempi della politica italiana possono essere sorprendentemente rapidi o atrocemente lenti. La prima definizione, in questi giorni, ha l’aria di essere più calzante della seconda. La «costrizione provvidenziale» (come Paolo Mieli ha definito la decisione del Partito democratico di «correre » da solo) sembra avere già prodotto un effetto altrettanto provvidenziale. Ha indotto Silvio Berlusconi a creare con Gianfranco Fini un partito unico del centrodestra. Il «Popolo delle libertà» stringerebbe un patto federale con la Lega (un partito territoriale di cui occorre riconoscere l’identità), ma assorbirebbe nelle sue liste, senza diritto di simbolo, buona parte di quell’ameba politica che si è divisa e suddivisa sino a creare un fastidioso e paralizzante pulviscolo parlamentare. Se l’espressione non fosse stata usata in un altro contesto (Charles Maurras se ne servì per definire la morte della Terza Repubblica francese nel 1940) direi che questa è una «divina sorpresa ». La classe politica è riuscita a rinviare di un anno il referendum sulla legge elettorale, ma sembra comportarsi come se il popolo italiano ne avesse approvato lo spirito. Persino il no dell’Udc di Casini potrebbe contribuire alla semplificazione del quadro politico. Walter Veltroni farebbe bene a non schernire con espressioni irridenti («maquillage») un evento di cui è lui stesso in parte responsabile.

Quando andremo alle urne potremmo dunque trovarci di fronte a un ventaglio di scelte composto da cinque partiti: il Partito democratico, il Popolo delle libertà, la Lega, una «Cosa rossa» e una «Cosa bianca». Assomiglieremmo alla Germania dove la partita si gioca fra cristiano- democratici, social-democratici, la sinistra di Oskar Lafontaine, i verdi e i liberali. Ho usato il condizionale perché l’esecuzione di un progetto può svuotarlo delle sue virtù iniziali. Molto dipende dai patti che Veltroni e Berlusconi potrebbero stringere con qualche partito minore. Molto dipende soprattutto dalla fermezza con cui Berlusconi riuscirà a impedire che le reclute arruolate nel nuovo partito ne escano dopo le elezioni per costituire i loro gruppi parlamentari. Perché Berlusconi e Veltroni non si impegnano sin d’ora a scrivere insieme regolamenti parlamentari che precludano questa prospettiva?

Attenzione, tuttavia. La semplificazione del quadro politico è importante e renderebbe l’Italia più simile alle maggiori democrazie europee, dove i due primi partiti, come ha ricordato Marcello Pera sulla Stampa qualche settimana fa, rappresentano insieme una percentuale che oscilla fra il 60 e il 70% dell’elettorato. Ma è soltanto metà dell’opera. Non basta eliminare l’ameba. Occorre anche riscrivere le regole invecchiate di una Costituzione che rende il Paese ingovernabile.

Se le due Camere hanno le stesse funzioni e il presidente del Consiglio non ha neppure il diritto di sbarazzarsi di un ministro indisciplinato e inefficiente, le elezioni non avranno mai un vincitore e l’Italia non avrà mai un governo. Abbiamo già constatato che le riforme fatte da una sola parte sono mediocri o non riescono a superare il passaggio del referendum confermativo. Veltroni e Berlusconi hanno ambedue interesse a far giocare il Paese con regole nuove e dovrebbero scriverle insieme.

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Democrazia tra guelfi e ghibellini

(13 Feb 08)

Gian Enrico Rusconi

Il concetto di «laico» sta diventando sospetto e irritante. Tra un po’ sarà dichiarato obsoleto. Il «dialogo tra laici e cattolici» è già una finzione per spartirsi tempo e spazio nell’esposizione pubblica delle proprie idee. Intanto si moltiplicano i cattolici zittiti dalla grande strategia comunicativa della gerarchia ecclesiastica. È una strategia che trova sostegno non solo nelle vocalissime minoranze militanti, ma raccoglie crescente consenso presso intellettuali e commentatori di organi di stampa che un tempo si dichiaravano laici.

Di fronte a questa situazione, occorre riflettere radicalmente perché non si tratta più della «questione cattolica» tradizionale, ma della questione della democrazia italiana oggi.

Una decina di anni fa (quando non c’erano né teo-dem né teo-con) già si intuiva che la discriminante più importante in Italia stava diventando quella tra laici e cattolici e che la Chiesa stava assumendo il ruolo di supplenza di religione civile che avrebbe alterato i rapporti convenzionali tra società civile e politica. I fatti hanno confermato questa intuizione. Adesso occorre andare a fondo. Ma più che ragionare con le categorie grosse e globali di Stato e Chiesa, è bene spostare l’asse dell’analisi prendendo sul serio i principi della democrazia e della cittadinanza costituzionale.

In democrazia la discriminante fondamentale tra i cittadini non è tra chi crede e chi non crede, ma tra chi riconosce e garantisce la legittima pluralità delle visioni e degli stili morali di vita (come recita in linguaggio diverso l’art. 3 della Costituzione) e chi viceversa si sente investito della missione di orientare in modo autoritativo l’ethos pubblico, dichiarando come «non negoziabili» i propri valori – senza assumersi la responsabilità delle conseguenze che derivano alla qualità e funzionalità del sistema democratico. Il primo atteggiamento (quello che afferma positivamente il pluralismo) è laico, il secondo non lo è.

In democrazia «non negoziabile» è la pluralità dei valori, pubblicamente argomentata, non l’esigenza di imporre i propri valori (per altro soggettivamente legittimi). E laica è proprio la disponibilità a far funzionare in modo solidale le regole della convivenza, partendo dal presupposto che la molteplicità delle «visioni della vita», delle «concezioni del bene» o della «natura umana» non è una disgrazia pubblica (il famigerato «relativismo») cui non ci si deve rassegnare, ma l’essenza stessa della vita democratica.

La laicità insomma è un criterio e un valore pubblico, prima ancora che un atteggiamento privato, anche se si costruisce sulle virtù personali della tolleranza e della disponibilità al confronto di tutti i convincimenti.

La laicità italiana per decenni è stata una componente interna di costruzioni ideali-ideologiche di matrice liberale e/o socialista che avevano altrove il loro baricentro filosofico e politico. Dissolte queste sintesi, il pensiero laico deve oggi costruire da solo, senza pre-supposti ideologici, la sua linea di interpretazione e la sua linea d’azione. Senza volerlo, diventa il nuovo fondamento della democrazia.

Naturalmente le difficoltà che la laicità incontra oggi in Italia non dipendono semplicisticamente dalla determinazione con cui la gerarchia ecclesiastica sfrutta la congiuntura politica, la fragilità culturale e la ricattabilità della classe politica. Le difficoltà nascono oggettivamente dalle incertezze e dalle difficoltà di comportamento di milioni di donne e di uomini presi tra il bisogno di avere sicure indicazioni di orientamento morale e il desiderio di mantenere la propria autonomia. La gravità obiettiva delle questioni sul tappeto che investono l’idea delle unioni familiari, la problematica dell’aborto, l’espansione delle biotecnologie, in generale la problematica della «natura umana» sembra aver colto in contropiede il pensiero filosofico e scientifico più riflessivo.

Da qui il farsi avanti della Chiesa che non esita a mettere in scena pubblicamente la pretesa della sua verità. Contro di essa c’è soltanto la fragile ostinata esperienza di donne e di uomini che intendono seguire sommessamente le indicazioni della loro coscienza. Il loro unico punto di riferimento e di difesa è il principio costituzionale del pluralismo.

Conosco il sospetto e la supponenza morale di molti (non solo clericali) che in questo atteggiamento vedono soltanto libertinismo. E quindi considerano la Chiesa l’unica ancora di salvezza contro il nichilismo. Sbagliano. Ma non mi permetto di dare giudizi morali. Ciò che mi preme dire – senza evocare le antiche diatribe da Machiavelli a Croce o le ricorrenti tentazioni «neo-guelfe» nel nostro Paese – è che è semplicemente in gioco la nostra fragile e preziosa democrazia.

Sono sicuro che i molti cattolici della «Chiesa zittita» sono d’accordo.

«Offesa da Silvio Berlusconi: non si fida del mio Pier»

(13 Feb 08)

Paola Di Caro

Mirella Casini «Quel marchio è la storia di mio figlio»

Lo sfogo della mamma: perché mai inviti a cena?

Parlare non vorrebbe: «Il mio consiglio a Pier? Ma io ho quattro figli mica uno solo, se dovessi mettermi a dare consigli a tutti, come farei, e poi magari non sarebbe nemmeno giusto…». Poi però si scioglie, la signora Mirella Vai Casini, perché il momento è «molto difficile», perché lei stessa è «davvero dispiaciuta di quello che sta accadendo», perché il solo fatto che suo figlio in questi giorni non la chiami con la solita affettuosa regolarità significa che «non vuol farmi sentire quanto sta male». E siccome per una mamma il male di un figlio è sentire lo stesso male mille volte, ecco che in un momento così scatta la voglia di difenderlo, questo figlio fatto e cresciuto ma comunque oggi in difficoltà. E viene la voglia di appellarsi a quel Silvio Berlusconi che sempre ripete quanto vanno ascoltate le mamme, e che «io ho sempre stimato, anzi gli voglio bene, e lui lo sa, ci siamo visti e sentiti più volte, mi ha anche invitato a casa sua in Sardegna “così sta con la mia mamma”, è una grande persona, ed è chiaro che ha il suo caratterino ma pure Pier ce l’ha, e gliel’ho detto tante volte a mio figlio “non esagerare, cerca di andare d’accordo con Silvio, non fare il testardo”, perché per me è sempre stata una gioia vederli assieme loro tre, lui, Berlusconi, Fini».

Ma stavolta, sospira la signora Casini, stavolta Berlusconi sbaglia a «chiedere a Pier una cosa troppo dura da accettare, perché per lui mettere da parte il simbolo significa dire addio a una storia di coerenza, onestà e anticomunismo: la sua storia da quand’era ragazzino, quella della sua famiglia, di suo padre che ha militato per tutta la vita nella Democrazia cristiana dopo essere stato un combattente della lotta partigiana, di un partito che sarà pure piccolo ma ha una sua dignità, è fatto di persone a cui devi rispondere, mica chiudi bottega e arrivederci». Certo, è vero, Fini ha rinunciato al simbolo di An e parlare di quell’alleato oggi così lontano è «meglio non farlo, guardi» ma in ogni caso «sono affari suoi, se la vedrà lui con i suoi elettori: oggi il tassista che mi riportava a casa si lamentava: “ma perché Fini l’ha fatto, io ho sempre votato An, e non lo capisco più”».

E tutto questo, continua la signora Casini «perché poi? Perché non si fidano di Pier? Ma io mi sento offesa da questi sospetti: se lo avesse voluto, quante volte mio figlio avrebbe potuto aiutare il centrosinistra, tenere in vita Prodi, lavorare a un altro governo? Non l’ha mai fatto, mai, perché non si sarebbe più potuto guardare allo specchio, non lo conoscono se pensano che possa tradire. E quando mai ha votato diversamente dal resto della Cdl? Perché tanta sfiducia proprio adesso che si erano tutti ritrovati, ed io ero così contenta, dicevo finalmente, è quello che vuole la nostra gente, meno male! E invece…».

E invece adesso la rottura è a un passo, se non è già consumata, e quasi non vorrebbe crederci la signora Casini: «Perché a Bossi deve essere concesso di andare col suo simbolo e a mio figlio no? Queste preferenze, anche quegli inviti a cena a lui sì e agli altri no, ma insomma, non dovrebbero essere tutti uguali? E perché che facevano la lista unica a Pier l’hanno comunicato a cose fatte, mentre stava in treno? Non si tratta così una persona che magari è polemica, litiga, ma con cui fai pace un minuto dopo, perché è un buono d’animo, è sempre stato buono lui». Diversamente, si dovrebbe fare: «Magari mi ascoltasse Berlusconi e chiamasse Pier, per farsi assieme un bel piatto di pastasciutta e parlare, chiarirsi, anche tutta una notte se serve. Potrebbero trovarlo ancora l’accordo ». Altrimenti, signora? «Altrimenti, io non so, penso a suo papà Tommaso, a cosa gli direbbe lui…». E lei che gli direbbe? «Io non credo che ce la farei a consigliargli di rinunciare alla sua storia. No, non ce la farei».


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