Nuovo cinema Walter

(11 Feb 08) 

Luigi La Spina

Finora non ci siamo annoiati e anche il futuro, almeno quello prossimo, sembra promettente. Il Pd spezza l’alleanza con la sinistra radicale, Berlusconi convince Fini alla lista comune. Gli altri rimangono spiazzati e comincia quel balletto dei piccoli alleati che, ricordando la famosa battuta di Moretti, potrebbe sintetizzarsi così: «Conto di più se entro nel partito del più forte o se rimango da solo?». Da una parte, il dubbio angoscia Di Pietro e i radicali; dall’altra, affligge Storace e, soprattutto, Casini. Insomma, lo spettacolo della campagna elettorale è partito in modo più avvincente del solito e la ricerca della «novità» pare la parola d’ordine per conquistare gli italiani.

Se dovessimo tradurre nel linguaggio degli economisti il fenomeno che sta avvenendo in questi giorni, si potrebbe osservare che sul mercato della politica, di fronte al rischio della disaffezione del cliente per la scarsa efficacia del prodotto che è stato presentato, si sta cercando di cambiare l’offerta. Per rianimare le vendite, c’è chi scommette su una nuova denominazione della ditta e su un nuovo capoazienda; c’è chi, invece, si limita a una diversa confezione. Tutti accusano la concorrenza di riciclare, in realtà, la vecchia merce, con una dose, maggiore o minore, di fantasia e di inganno.

Ma, rovesciando il punto di vista dal quale si osserva il mercato della politica, forse si potrebbe scorgere più facilmente la vera novità di questa neonata campagna elettorale: la scommessa su un cambiamento della domanda.

Da 15 anni, da quando, in sostanza, è cominciata la cosiddetta Seconda Repubblica, c’è stato un tale congelamento degli italiani in due schieramenti, fieramente opposti e assolutamente non comunicanti, da provocare sempre lo stesso fenomeno elettorale: la vittoria andava a chi, di volta in volta, riusciva a portare alle urne il maggior numero dei suoi tifosi. Mai si è riusciti a far breccia in campo avverso. Ecco perché «comunisti» e «forzitalioti» si sono combattuti a colpi di slogan sempre più feroci, tali da aprire sempre di più il fossato tra i due accampamenti e impedire qualsiasi sconfinamento. Come dimostra il discorso d’apertura della campagna elettorale pronunciato ieri da Veltroni, per la prima volta, affiora la possibilità, e la voglia, di scongelare quel blocco di ghiaccio che ha immobilizzato la politica e la società italiana negli ultimi tre lustri. Il leader del Pd punta a convincere anche parte degli italiani che finora hanno votato per il centrodestra, non ritenendo più immutabile la domanda sul mercato della politica.

I cambiamenti di linguaggio, di comportamento, persino della scenografia nella quale Veltroni ha voluto ambientare il suo intervento in Umbria non derivano solo, come superficialmente si dice, dalle caratteristiche del suo modo di far politica, dal suo temperamento e dalla sua cultura. Sono obbligati dalla strategia, l’unica possibile per tentare di vincere o di perdere il più onorevolmente possibile. Sono possibili perché ora, ha osservato il leader Pd, non tanto «siamo soli, quanto liberi». Da quei condizionamenti ideologici che, evidentemente, impedivano finora mosse così innovative. Sono plausibili se si riconosce che non è giusto «mettere le bandierine» sulla testa degli italiani.

Il «nuovo cinema Veltroni» non imita l’America per passioni adolescenziali, ma perché crede, come sta dimostrando la battaglia per le primarie negli Stati Uniti, che si possa conquistare il centro dei due campi, sfondando le linee avversarie e non solo rinsaldando le proprie. Così come McCain si atteggia a repubblicano moderato e sia Obama sia Hillary smussano le audacie liberal dei loro programmi. Proprio secondo le classiche regole delle competizioni politiche americane.

È probabile che Veltroni, anche in questo caso, trascini l’avversario Berlusconi a quel comportamento imitativo che ha indotto il Cavaliere a rompere gli indugi sulla costituzione del partito unico dei moderati. Del resto, il significato originario della mossa da lui annunciata sul predellino dell’auto a Milano, quando decretò il de profundis per Forza Italia e la nascita del «popolo o partito della libertà», era proprio quello di allargare i consensi in un’area più vasta e composita di quella a cui faceva riferimento il berlusconismo della prima ora. Ecco perché anche il centrodestra cercherà, questa volta, di non voler solo convincere quelli che erano già convinti. Non è detto che un cambio di formazioni, nella classe politica, produca necessariamente migliori risultati per i cittadini italiani. Forse migliori speranze si potrebbero coltivare se gli elettori si strappassero quelle maglie un po’ logore che da troppi anni indossano e provassero a giudicare i candidati senza pregiudizi. Sarebbe proprio bello se risuonasse, in campagna elettorale, quel grido di «liberi tutti» che allietava il finale dei nostri vecchi giochi di bambini.

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