Il costo dei nani

(11 Feb 08)

Tito Boeri

Fra un mese, con la presentazione della Trimestrale di Cassa, avremo un quadro preciso dei conti pubblici lasciatici in eredità da Prodi. Sapremo se, al di là del forte incremento del gettito, c’è stata nel 2007, a differenza che nel primo anno di governo del centro-sinistra, anche una riduzione della spesa pubblica.

I dati resi disponibili in questi giorni dall’Istat sulla spesa delle amministrazioni pubbliche per funzione ci offrono, invece, un quadro preciso di cosa è avvenuto durante i 5 anni del governo Berlusconi. In quel periodo la spesa, al netto degli interessi sul debito pubblico, è cresciuta di più di 100 miliardi di euro. Circa due terzi di questo incremento sono ascrivibili alla spesa previdenziale e alla sanità. Altri 20 miliardi sono stati destinati ad aumenti salariali ai dipendenti pubblici. In sede di consuntivo dell’operato del suo governo, Silvio Berlusconi ha lamentato i vincoli imposti dal diritto di veto dei partiti minori, che lo avrebbero frenato in ogni tentativo di razionalizzare la spesa pubblica. C’è da credergli: i piccoli partiti presidiano interessi specifici e difficilmente appaiono come responsabili degli aumenti delle tasse agli occhi degli elettori. Quindi hanno tutto l’interesse a conquistare trasferimenti ai gruppi che rappresentano, noncuranti dei livelli raggiunti dalla pressione fiscale. I dati lo confermano: i sistemi politici maggiormente frammentati sono quelli che generano livelli più elevati di spesa pubblica. Più alto il numero dei partiti, più difficile anche ridurre il numero dei parlamentari e tagliare i costi della politica. Dopo aver ripetutamente tuonato contro i piccoli partiti, Berlusconi ci ha però lasciato in eredità una legge elettorale che concede ancora più spazio alle formazioni minori. I tanti one-man party spuntati come funghi durante la legislatura che si è appena conclusa ne sono la riprova.

Purtroppo non sarà facile liberarsi di questa legge elettorale, riducendo lo strapotere dei partiti minori. È molto più difficile passare da un sistema proporzionale a uno maggioritario che viceversa. Lo documenta uno studio di Josef Colomer (It’s Parties that Choose Electoral Systems, Sono i partiti a scegliere i sistemi elettorali) che consiglieremmo come lettura a molti strateghi di sistemi elettorali. Mostra come 37 paesi (sugli 87 passati in rassegna) siano passati da un sistema maggioritario a uno proporzionale. Mentre si registrano più che altro fallimenti nei tentativi di adottare sistemi elettorali che riducano la frammentazione politica e favoriscano la stabilità dei governi in paesi che hanno un alto numero di partiti. Classici i casi della riforma fallita dai cristiano-democratici in Germania nel 1967 o dell’inutile tentativo dei socialdemocratici olandesi nel 1977, soffocati dall’opposizione dei partiti minori. Dobbiamo perciò rassegnarci ad assistere impotenti alla crescita della spesa pubblica in Italia? In questa legislatura abbiamo raggiunto la cifra record di 39 partiti rappresentati in Parlamento e la spesa pubblica ha superato il 50 per cento del prodotto interno lordo. Se il Parlamento che uscirà dal voto del 13 aprile riprodurrà lo stesso grado di frammentazione politica di quello uscente, sarà anche molto difficile cambiare la legge elettorale. Rischiamo così di trovarci in un circolo vizioso fatto di frammentazione politica che genera ulteriore frammentazione politica, il tutto sulle spalle o, meglio, sulle tasche degli italiani.

L’unico modo per uscire da questo circolo vizioso è che gli elettori penalizzino col loro voto i partiti minori. Bene, in ogni caso, che gli italiani siano consapevoli che c’è una tassa, nel vero senso della parola, associata al voto ai piccoli partiti. L’altra possibilità è quella di impedire ai piccoli partiti di entrare a far parte di coalizioni elettorali che permettano loro di ottenere premi di maggioranza per aumentare le loro compagini parlamentari (che sono, dopotutto, la loro raison d’être). La scelta di Walter Veltroni di portare il Partito democratico da solo al voto è, per queste ragioni, una scelta lungimirante, merce rarissima nel panorama politico italiano. Non sappiamo ancora cosa sia il Popolo delle Libertà nato in questi giorni. Bene che non sia una semplice lista elettorale, ma un partito vero e proprio, in grado di ricomporre differenze d’opinione al suo interno. Fondamentale che si chiuda a federazioni con partiti minori. Se così fosse, queste elezioni potrebbero davvero rappresentare una svolta per il Paese. Molti piccoli partiti e piccoli leader sparirebbero come d’incanto e, durante la prossima legislatura, si potrebbe finalmente pensare di dotare l’Italia di una legge elettorale che non abbia un «ellum» come suffisso e ridurre il numero di parlamentari, permettendo finalmente agli elettori di scegliere e a chi verrà scelto di poter davvero governare.

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