Archivio per 12 febbraio 2008

L’economia scoraggia le promesse

(12 Feb 08)

Pietro Garibaldi
Anche se non si parla ancora di recessione, il rallentamento della nostra economia inizia a preoccupare. A gennaio la produzione industriale corretta per i giorni lavorativi è diminuita, su base annua, del 6,5 per cento. Stiamo anche vivendo un periodo di forte correzione in Borsa, una situazione che finisce quasi sempre per precedere un rallentamento del sistema economico.

I segnali dall’economia mondiale sono altrettanto preoccupanti, come evidenziato chiaramente dal G7 di Tokyio concluso lo scorso fine settimana. Il peggioramento del quadro economico avrà certamente conseguenze sullo stato dei nostri conti pubblici. In un Paese responsabile dovrebbe però avere conseguenze anche sulla campagna elettorale appena iniziata. Il sistema politico deve evitare di intrappolarsi su promesse elettorali realizzabili soltanto con un’economia in forte espansione.

La legislatura di inizio decennio, quella governata dal centro destra, fu chiaramente viziata da un eccesso di ottimismo in campagna elettorale. Nel 2000, quando Berlusconi fece molte delle sue promesse, l’economia era cresciuta di quasi il 3 per cento. Sappiamo bene che dal 2001 al 2005 l’Italia finì per crescere a un tasso medio di poco superiore allo zero. Il centro destra tardò a comprendere il peggioramento della situazione economica e cercò ostinatamente di rincorrere tagli di tasse e aumenti di spesa impossibili da realizzare. Le tensioni non furono solo politiche ma anche finanziarie, come dimostrato dal peggioramento del disavanzo ben oltre il 3 per cento verso la fine della legislatura conclusa nel 2006.

La situazione economica di oggi richiede un’attenta lettura del quadro finanziario. Il bilancio dello Stato lasciato in eredità da Prodi è chiaramente migliorato, ed è molto probabile che il 2007 si chiuderà con un disavanzo di poco superiore al 2 per cento. L’attenzione deve però rimanere altissima. Non abbiamo ancora i dati sulla spesa del 2007, ma è evidente che il miglioramento finanziario degli ultimi due anni è dovuto in larga misura al miglioramento delle entrate. Quando il ciclo economico rallenta, diminuisce immediatamente il gettito riscosso. Se la crescita prevista per il 2008 dovesse passare dal 1,5 previsto con la stesura della Finanziaria allo 0,5 per cento, il disavanzo per il 2008 peggiorerebbe anche a politiche invariate. Anche dal lato della spesa vi è poco da stare tranquilli e per il 2008 si parla purtroppo di extra spese piuttosto che di extra gettito. In un comunicato diffuso ieri dal Ministero dell’economia si sottolinea che non esiste alcun «buco», ma si riconosce che vi sono alcune spese del 2008 ancora da contabilizzare, come le spese per i contratti pubblici relativi al periodo che inizia nel 2008. Vi sono poi anche potenziali spese legate ai trasferimenti alle ferrovie, alla gestione dei rifiuti campani e alle elezioni di aprile. Tenendo conto di queste extra spese e del rallentamento economico, il disavanzo del 2008 potrebbe essere non lontano dal 3 per cento. L’Italia uscirà presto dalla procedura d’infrazione con l’Europa, ma resta un osservato speciale di Almunia, il Commissario Europeo agli affari economici e monetari.

La campagna elettorale è iniziata con importanti segnali di chiarezza del quadro politico. Una campagna elettorale responsabile dovrebbe imparare dagli errori passati e tenere conto della situazione economica oggettiva del Paese. In ogni campagna elettorale si tende a promettere tagli alle tasse e nuovi interventi di spesa, ignorando il fatto che gli uni e gli altri andranno poi debitamente finanziati. Succede così in tutto il mondo. In Italia, con un rallentamento economico e con un debito pubblico superiore al prodotto interno lordo, non si può e non si deve promettere la luna quando il cielo è nuvoloso.

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Osservando gli stormi di uccelli si può capire la Borsa e la politica

(12 Feb 08)

Fabio Marzano

Si chiama econofisica, la disciplina che cerca di capire se le leggi della fisica siano utilizzabili per capire fenomeni di natura diversa.
Studiare la natura per sovrapporne i meccanismi a tutti i sistemi di comportamento sociale collettivo.

Osservare gli stormi in volo per prevedere l’andamento dei mercati o i risultati delle elezioni. Non è la riesumazione di qualche antica tecnica di divinazione, ma l’econofisica. A metà tra il birdwatching e la teoria dei giochi, è una nuova disciplina che cerca di capire se le leggi della fisica siano utilizzabili per comprendere fenomeni di natura diversa, come quelli biologici o finanziari. Ma non solo: si passa da batteri e automobili fino ai cosiddetti fenomeni di panico, al clapping (applausi) e, più in generale, a tutti i sistemi di comportamento sociale collettivo, dalle elezioni alla dinamica dei prezzi.

L’organizzazione degli stormi, flocking in inglese, non sarebbe così diversa da quella delle operazioni di borsa o dai flussi di particelle, come dimostrano i primi risultati del progetto Starflags presentati il 15 gennaio a Roma. All’iniziativa italiana, coordinata dall’INFM (Istituto nazionale di fisica della materia) del Cnr, è stata di recente dedicata la copertina dell’autorevole rivista americana Physics Today, una delle pubblicazioni scientifiche di maggior rilievo a livello internazionale. Negli ultimi anni, tra i fisici si è sviluppato un interesse crescente verso problemi socio-economici, e in particolare verso i mercati, favorito disponibilità di dati pubblici e accessibili.

A partire dallo scorso ottobre, dal tetto del Museo di Storia Romana in zona Termini, due ricercatori del Cnr hanno fotografato quasi ogni giorno stormi di oltre 3000 esemplari. Per l’indagine sono state usate immagini stereoscopiche elaborate con tecniche ispirate ai metodi della fisica statistica. Fotogramma dopo fotogramma è stata così ricostruita la posizione tridimensionale dei singoli uccelli. E i ricercatori hanno scoperto che le dinamiche degli stormi sono simili a quelle che ricorrono nelle turbolenze atmosferiche, per esempio, ma anche nel corpo umano, nelle società di insetti e nelle bolle speculative.

“Sino ad ora le teorie proposte non erano mai state direttamente verificate, mentre noi abbiamo raccolto dati in grado di mostrare ciò che accade effettivamente”, spiega Andrea Cavagna dell’INFM, coordinatore dell’equipe che ha lavorato sul campo. Il cielo di Roma, soprattutto vicino alla stazione centrale, è uno dei migliori punti in Italia per riprendere il passaggio del popolo migratore. “Quando vengono attaccati da un predatore, per esempio, si disperdono e si ricompattano in tempi molto rapidi, ma il gruppo non segue un leader o un capo”, prosegue il ricercatore del Cnr. “Al contrario ogni uccello tende a imitare il volo di un numero limitato di individui, circa 7, in modo del tutto indipendente dalla distanza”. Aggiunge lo studioso: “E’ un fenomeno che accade anche nei mercati finanziari dove gli operatori sono orientati a fare quello che fanno gli altri, e chi si isola muore. In questo caso, anche se sembra paradossale, il disordine, cioè la mancanza di una guida, è l’elemento che porta equilibrio”.

Un meccanismo identico a quello del ranking dei siti internet sui motori di ricerca, e che presiede anche le formiche in fila, che non seguono una pista tracciata dalla regina ma l’odore emesso dalle loro compagne quando trovano del cibo. Così come nel sistema immunitario, i globuli bianchi vanno alla caccia dei batteri in maniera coordinata e sistematica, senza avere un “generale” che organizzi il piano di azione. Craig Reynolds, un ricercatore della Sony computer, ha persino sviluppato un modello informatico sul volo degli stormi che oggi viene applicato nelle analisi della viabilità automobilistica.

Chi fermerà la “grosse koalition”?

(11 Feb 08)

Gianni Vattimo

Anche se l’idea proposta da Chiamparino nella sua intervista all’Espresso – quella di un governo di larghe intese, che dovrebbe realizzarsi tra Berlusconi e Veltroni dopo la prossima tornata elettorale – appare temporaneamente superata (forse Casini ci ripensa, forse Berlusconi si accontenta di annettersi An), non è affatto detto che sia del tutto accantonata. Per esempio, ancora ultimamente Berlusconi ha invitato gli elettori a scegliere o lui o Veltroni lasciando stare ogni altra opzione. Molto probabilmente, pensa anche lui che l’esito delle prossime elezioni sia molto simile a quello delle precedenti. L’idea di Chiamparino, dunque, è tutt’altro che l’escogitazione di un politico in vena di novità. Si può non esserne entusiasti (come il sottoscritto). Ma è giocoforza riconoscere che, assieme alla gravità dei problemi – non solo l’immondezza di Napoli, ma anche la sempre più scandalosa questione dei salari (riconosciuta anche da destra e dalla Confindustria) – militerebbe a favore di una soluzione di questo genere una quantità di fattori che non è difficile enumerare.

Anzitutto una progressiva tendenza, nelle democrazie occidentali, alla «neutralizzazione» della politica, alla quale si oppongono sempre più debolmente, spesso certo in buona fede, partiti ridotti ormai alla pura sopravvivenza nella indifferenza crescente dell’elettorato, che li annega nel calderone della corruzione generale dei politici professionali. Anche come reazione a questa tendenza si può interpretare la decisione di Veltroni di «correre da solo», presentata in prima battuta come un proposito di chiarezza e semplificazione; ma in fondo già più o meno consapevolmente orientata all’esito bipartisan che si profila ora chiaramente. Bipartisan vuol dire che occorre l’accordo di Berlusconi. Il quale già da prima dell’ultima esortazione ha lanciato segnali inequivocabili, come la dichiarazione – non ancora smentita, sembra – secondo cui in un futuro governo sarebbe disposto a attribuire alcuni ministeri ai sodali di Veltroni. Salvo improbabili vittorie straripanti dell’uno o dell’altro fronte, quel che ci aspetta dopo le elezioni è o un nuovo governo stentatamente maggioritario come quello appena defunto; o una larga coalizione del tipo di quella che si sta delineando.

È possibile immaginare un programma comune che non si riduca alla riforma della legge elettorale? Anche a giudicare dalle difficoltà che ha incontrato il governo Prodi nell’attuare le poche parti «di sinistra» del proprio programma, si direbbe che una tale impresa sia abbastanza facile. Del resto, nella scorsa campagna elettorale, non si era addirittura lamentato che il programma (di Prodi, credo) fosse stato in parte «copiato» da quello del centro-destra? Come che sia, ciò che si può chiamare «neutralizzazione» della politica è nei fatti. Sicché da un governo di larghe intese, o di Grosse Koalition, non ci si potrebbe aspettare niente di molto diverso da quello che è riuscito a fare finora, tra infinite difficoltà, il cosiddetto governo di centro-sinistra. Lo diciamo con rimpianto, noi che ci avevamo creduto. Però questo è quello che passa il convento: liberalizzazioni a tutto spiano; missioni all’estero (compreso l’Afghanistan) rifinanziate senza batter ciglio, al massimo con lo sforzo di non assumere impegni militari maggiori, che ci sono sempre più pressantemente richiesti; totale assoggettamento ai diktat della gerarchia cattolica in materia di bioetica, diritti civili, politiche della famiglia. Si dirà: e la legge sul conflitto di interessi? Ma se non è stata fatta fino a oggi pensiamo davvero che si possa fare in un futuro non biblico?

Confessiamo che se anche stravincessero le forze di sinistra, non ci aspettiamo che succeda niente di meno «conforme» al modello moderato a cui siamo ormai abituati. L’Italia è troppo strettamente condizionata dai suoi impegni (non sempre palesi) con le organizzazioni internazionali di riferimento, dall’Unione Europea (che forse avrà in futuro un presidente, nella persona, indovinate un po’, di Tony Blair, detto Blair the liar, il bugiardo, al tempo del suo sostegno a Bush in Iraq) alla Nato al Fondo Monetario internazionale, per poter fare una politica anche un poco diversa da quella che è «richiesta» realisticamente dalla situazione. Se Veltroni ottenesse dal Cavaliere di non interrompere la lotta all’evasione fiscale, utilizzando il conseguente tesoretto per rendere meno indecenti salari e pensioni, magari di non mandare altre truppe in Afghanistan, di rafforzare i controlli per la sicurezza sul lavoro e di applicare le norme europee (già obbligatorie, ci pare) per limitare la precarietà, avrebbe già fatto molto per ridurre il danno nella prossima legislatura. Potrebbe trovare qui in Italia la sua mitica Africa di cui prendersi cura.

E le sinistre? Diversamente forse da Chiamparino, noi non siamo entusiasti della loro probabile sparizione. Come spesso è accaduto in passato, esse si troveranno in condizione di (dover) fare ciò che Veltroni annuncia, ma non farà: un rito di purificazione, un ricupero di innocenza che a lungo andare – o forse neanche troppo lungo, visti i segni di scricchiolio sempre più marcati del sistema capitalistico – potrebbe rivelarsi vincente. Torna in mente Hölderlin: «Là dove cresce il pericolo cresce anche ciò che salva».

Il costo dei nani

(11 Feb 08)

Tito Boeri

Fra un mese, con la presentazione della Trimestrale di Cassa, avremo un quadro preciso dei conti pubblici lasciatici in eredità da Prodi. Sapremo se, al di là del forte incremento del gettito, c’è stata nel 2007, a differenza che nel primo anno di governo del centro-sinistra, anche una riduzione della spesa pubblica.

I dati resi disponibili in questi giorni dall’Istat sulla spesa delle amministrazioni pubbliche per funzione ci offrono, invece, un quadro preciso di cosa è avvenuto durante i 5 anni del governo Berlusconi. In quel periodo la spesa, al netto degli interessi sul debito pubblico, è cresciuta di più di 100 miliardi di euro. Circa due terzi di questo incremento sono ascrivibili alla spesa previdenziale e alla sanità. Altri 20 miliardi sono stati destinati ad aumenti salariali ai dipendenti pubblici. In sede di consuntivo dell’operato del suo governo, Silvio Berlusconi ha lamentato i vincoli imposti dal diritto di veto dei partiti minori, che lo avrebbero frenato in ogni tentativo di razionalizzare la spesa pubblica. C’è da credergli: i piccoli partiti presidiano interessi specifici e difficilmente appaiono come responsabili degli aumenti delle tasse agli occhi degli elettori. Quindi hanno tutto l’interesse a conquistare trasferimenti ai gruppi che rappresentano, noncuranti dei livelli raggiunti dalla pressione fiscale. I dati lo confermano: i sistemi politici maggiormente frammentati sono quelli che generano livelli più elevati di spesa pubblica. Più alto il numero dei partiti, più difficile anche ridurre il numero dei parlamentari e tagliare i costi della politica. Dopo aver ripetutamente tuonato contro i piccoli partiti, Berlusconi ci ha però lasciato in eredità una legge elettorale che concede ancora più spazio alle formazioni minori. I tanti one-man party spuntati come funghi durante la legislatura che si è appena conclusa ne sono la riprova.

Purtroppo non sarà facile liberarsi di questa legge elettorale, riducendo lo strapotere dei partiti minori. È molto più difficile passare da un sistema proporzionale a uno maggioritario che viceversa. Lo documenta uno studio di Josef Colomer (It’s Parties that Choose Electoral Systems, Sono i partiti a scegliere i sistemi elettorali) che consiglieremmo come lettura a molti strateghi di sistemi elettorali. Mostra come 37 paesi (sugli 87 passati in rassegna) siano passati da un sistema maggioritario a uno proporzionale. Mentre si registrano più che altro fallimenti nei tentativi di adottare sistemi elettorali che riducano la frammentazione politica e favoriscano la stabilità dei governi in paesi che hanno un alto numero di partiti. Classici i casi della riforma fallita dai cristiano-democratici in Germania nel 1967 o dell’inutile tentativo dei socialdemocratici olandesi nel 1977, soffocati dall’opposizione dei partiti minori. Dobbiamo perciò rassegnarci ad assistere impotenti alla crescita della spesa pubblica in Italia? In questa legislatura abbiamo raggiunto la cifra record di 39 partiti rappresentati in Parlamento e la spesa pubblica ha superato il 50 per cento del prodotto interno lordo. Se il Parlamento che uscirà dal voto del 13 aprile riprodurrà lo stesso grado di frammentazione politica di quello uscente, sarà anche molto difficile cambiare la legge elettorale. Rischiamo così di trovarci in un circolo vizioso fatto di frammentazione politica che genera ulteriore frammentazione politica, il tutto sulle spalle o, meglio, sulle tasche degli italiani.

L’unico modo per uscire da questo circolo vizioso è che gli elettori penalizzino col loro voto i partiti minori. Bene, in ogni caso, che gli italiani siano consapevoli che c’è una tassa, nel vero senso della parola, associata al voto ai piccoli partiti. L’altra possibilità è quella di impedire ai piccoli partiti di entrare a far parte di coalizioni elettorali che permettano loro di ottenere premi di maggioranza per aumentare le loro compagini parlamentari (che sono, dopotutto, la loro raison d’être). La scelta di Walter Veltroni di portare il Partito democratico da solo al voto è, per queste ragioni, una scelta lungimirante, merce rarissima nel panorama politico italiano. Non sappiamo ancora cosa sia il Popolo delle Libertà nato in questi giorni. Bene che non sia una semplice lista elettorale, ma un partito vero e proprio, in grado di ricomporre differenze d’opinione al suo interno. Fondamentale che si chiuda a federazioni con partiti minori. Se così fosse, queste elezioni potrebbero davvero rappresentare una svolta per il Paese. Molti piccoli partiti e piccoli leader sparirebbero come d’incanto e, durante la prossima legislatura, si potrebbe finalmente pensare di dotare l’Italia di una legge elettorale che non abbia un «ellum» come suffisso e ridurre il numero di parlamentari, permettendo finalmente agli elettori di scegliere e a chi verrà scelto di poter davvero governare.

Nuovo cinema Walter

(11 Feb 08) 

Luigi La Spina

Finora non ci siamo annoiati e anche il futuro, almeno quello prossimo, sembra promettente. Il Pd spezza l’alleanza con la sinistra radicale, Berlusconi convince Fini alla lista comune. Gli altri rimangono spiazzati e comincia quel balletto dei piccoli alleati che, ricordando la famosa battuta di Moretti, potrebbe sintetizzarsi così: «Conto di più se entro nel partito del più forte o se rimango da solo?». Da una parte, il dubbio angoscia Di Pietro e i radicali; dall’altra, affligge Storace e, soprattutto, Casini. Insomma, lo spettacolo della campagna elettorale è partito in modo più avvincente del solito e la ricerca della «novità» pare la parola d’ordine per conquistare gli italiani.

Se dovessimo tradurre nel linguaggio degli economisti il fenomeno che sta avvenendo in questi giorni, si potrebbe osservare che sul mercato della politica, di fronte al rischio della disaffezione del cliente per la scarsa efficacia del prodotto che è stato presentato, si sta cercando di cambiare l’offerta. Per rianimare le vendite, c’è chi scommette su una nuova denominazione della ditta e su un nuovo capoazienda; c’è chi, invece, si limita a una diversa confezione. Tutti accusano la concorrenza di riciclare, in realtà, la vecchia merce, con una dose, maggiore o minore, di fantasia e di inganno.

Ma, rovesciando il punto di vista dal quale si osserva il mercato della politica, forse si potrebbe scorgere più facilmente la vera novità di questa neonata campagna elettorale: la scommessa su un cambiamento della domanda.

Da 15 anni, da quando, in sostanza, è cominciata la cosiddetta Seconda Repubblica, c’è stato un tale congelamento degli italiani in due schieramenti, fieramente opposti e assolutamente non comunicanti, da provocare sempre lo stesso fenomeno elettorale: la vittoria andava a chi, di volta in volta, riusciva a portare alle urne il maggior numero dei suoi tifosi. Mai si è riusciti a far breccia in campo avverso. Ecco perché «comunisti» e «forzitalioti» si sono combattuti a colpi di slogan sempre più feroci, tali da aprire sempre di più il fossato tra i due accampamenti e impedire qualsiasi sconfinamento. Come dimostra il discorso d’apertura della campagna elettorale pronunciato ieri da Veltroni, per la prima volta, affiora la possibilità, e la voglia, di scongelare quel blocco di ghiaccio che ha immobilizzato la politica e la società italiana negli ultimi tre lustri. Il leader del Pd punta a convincere anche parte degli italiani che finora hanno votato per il centrodestra, non ritenendo più immutabile la domanda sul mercato della politica.

I cambiamenti di linguaggio, di comportamento, persino della scenografia nella quale Veltroni ha voluto ambientare il suo intervento in Umbria non derivano solo, come superficialmente si dice, dalle caratteristiche del suo modo di far politica, dal suo temperamento e dalla sua cultura. Sono obbligati dalla strategia, l’unica possibile per tentare di vincere o di perdere il più onorevolmente possibile. Sono possibili perché ora, ha osservato il leader Pd, non tanto «siamo soli, quanto liberi». Da quei condizionamenti ideologici che, evidentemente, impedivano finora mosse così innovative. Sono plausibili se si riconosce che non è giusto «mettere le bandierine» sulla testa degli italiani.

Il «nuovo cinema Veltroni» non imita l’America per passioni adolescenziali, ma perché crede, come sta dimostrando la battaglia per le primarie negli Stati Uniti, che si possa conquistare il centro dei due campi, sfondando le linee avversarie e non solo rinsaldando le proprie. Così come McCain si atteggia a repubblicano moderato e sia Obama sia Hillary smussano le audacie liberal dei loro programmi. Proprio secondo le classiche regole delle competizioni politiche americane.

È probabile che Veltroni, anche in questo caso, trascini l’avversario Berlusconi a quel comportamento imitativo che ha indotto il Cavaliere a rompere gli indugi sulla costituzione del partito unico dei moderati. Del resto, il significato originario della mossa da lui annunciata sul predellino dell’auto a Milano, quando decretò il de profundis per Forza Italia e la nascita del «popolo o partito della libertà», era proprio quello di allargare i consensi in un’area più vasta e composita di quella a cui faceva riferimento il berlusconismo della prima ora. Ecco perché anche il centrodestra cercherà, questa volta, di non voler solo convincere quelli che erano già convinti. Non è detto che un cambio di formazioni, nella classe politica, produca necessariamente migliori risultati per i cittadini italiani. Forse migliori speranze si potrebbero coltivare se gli elettori si strappassero quelle maglie un po’ logore che da troppi anni indossano e provassero a giudicare i candidati senza pregiudizi. Sarebbe proprio bello se risuonasse, in campagna elettorale, quel grido di «liberi tutti» che allietava il finale dei nostri vecchi giochi di bambini.


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