Incantesimo finito

(10 Feb 08)

Luca Ricolfi
Nessuno sa ancora con certezza che cosa troveremo sulla scheda elettorale. Può darsi che il Partito democratico (Pd) si presenti in perfetta solitudine.

O alleato con un piccolo numero di partiti satelliti, come l’Italia dei Valori, i Socialisti, i Radicali. Può darsi che il nuovo partito di Berlusconi e Fini (Pdl) si presenti da solo, o alleato con un numero più o meno grande di partiti piccoli e piccolissimi, come la Lega, l’Udc, il Partito di Mastella, quello di Storace, e così via. Può darsi che la politica di domani si riveli un po’ migliore di quella di oggi, come può darsi che – dopo le elezioni – tutto torni come prima. E tuttavia c’è un punto sul quale, comunque vadano le cose, non possiamo non essere grati a Veltroni, quali che siano le nostre idee. La mossa di Veltroni (ma sarebbe più giusto dire: la mossa di Veltroni e Rutelli, che per primo ebbe il coraggio di parlare di «alleanze di nuovo conio»), ha mostrato qualcosa che fino a poche settimane fa nessuno voleva vedere, e cioè che la legge elettorale era un falso problema, per non dire un alibi della classe politica. Sì, avevamo e abbiamo una cattiva legge elettorale, ma il cuore del problema italiano non è la legge elettorale bensì l’immobilismo della sua classe politica. È bastato che un singolo uomo politico, investito della responsabilità di guidare il maggiore partito della sinistra, trovasse il coraggio di fare un gesto chiaro e forte, che tutto si è rimesso improvvisamente in movimento.

Il nostro vituperato «bipolarismo muscolare», di cui quasi tutti incolpavano la legge elettorale, si è rivelato per quello che è: lo specchio delle paure della nostra classe politica, incapace di assumere dei veri rischi, lanciare delle vere sfide, compiere delle scelte chiare. Dopo il gesto di Veltroni, gli elettori hanno la prova tangibile che la vera origine dei nostri mali non sono le regole (che possono solo aggravarli) ma sono gli uomini. Dopo Veltroni, nessun leader degno di questo nome potrà dire, fatalisticamente: «vorremmo fare diverso, ma finché c’è questa legge elettorale non possiamo che fare così». No, cari uomini politici, il gesto di Veltroni vi ha ricordato che la politica la fate voi, e che l’impotenza della politica non era l’esito inevitabile di regole sbagliate, ma il frutto amaro delle vostre non scelte. È vero, la politica è l’arte del possibile, ma i confini fra ciò che è possibile e ciò che non lo è non sono dati una volta per tutte, perché dipendono in modo cruciale da quel che i politici osano immaginare.

Vista da questa angolatura, la sfida di Veltroni segna la fine di un incantesimo. Essa, che Veltroni lo voglia o no, permette all’elettore di sinistra di rivedere in una luce radicalmente nuova il film della legislatura che ora si chiude. Per due lunghi anni Prodi ci ha raccontato che erano i partiti a imporgli di moltiplicare i ministeri, erano i partiti a frenare l’azione del suo governo, erano i partiti a costringerlo a estenuanti mediazioni. Eppure quei medesimi partiti, dopo la crisi di un anno fa, avevano solennemente promesso che in casi di dissidi si sarebbero rimessi alla sua autorità. Perché Prodi non ha mai usato questa investitura, e ha preferito mettere in frigorifero tutte le questioni più spinose? Chissà, forse perché Prodi, a differenza di Veltroni, accetta che siano gli altri a stabilire i confini del possibile.

Ma la sfida di Veltroni rompe anche un altro incantesimo, quello dell’ineluttabilità dell’assetto storico del centro destra. È perfettamente possibile (e a mio parere anche probabile) che Berlusconi non abbia il medesimo coraggio di Veltroni, e che la nuova alleanza che si va definendo in questi giorni finisca per somigliare molto a quelle del 2001 e del 1994: i soliti quattro partiti, i soliti quattro leader, le solite parole d’ordine. Però anche in questo caso nulla sarebbe come prima. Il mero fatto che Berlusconi abbia dovuto prendere in considerazione l’eventualità di andare da solo, gli toglie automaticamente la giustificazione da tutti usata in questi anni: se gli altri fanno così noi non possiamo fare diverso, con questa legge elettorale non si possono evitare le grandi ammucchiate. Se Berlusconi riproporrà le solite alleanze, dovrà spiegare perché lo ha fatto e che cosa ci garantisce che i conflitti interni del 2001-2006 (ricordate il «subgoverno» di An e Udc?) non si ripetano nella prossima legislatura.

D’ora in poi, qualsiasi cosa facciano Veltroni e Berlusconi, sarà ad essi che gli elettori potranno e dovranno chiedere conto. E anzi, da questo punto di vista il fatto che la legge elettorale non permetta agli elettori di scegliere i candidati, renderà ancora più significative le scelte dei maggiori leader. Se Berlusconi candiderà Mastella e Storace, sarà difficile credergli quando prometterà di eliminare gli sprechi della Sanità. E se Veltroni accoglierà nelle sue liste politici rinviati a giudizio o condannati, sarà difficile credergli quando proverà a incantarci con la «bella politica». Naturalmente, quello di Veltroni è solo un primo passo, ma è un passo importante. Esso ha mostrato a tutti che l’impotenza della politica non dipende dal «sistema» ma dalla politica stessa. Speriamo che questa scoperta aiuti i cittadini a diventare meno scettici e i politici a diventare meno irresponsabili.

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