Il cambiamento in tempi rapidi

(10 Feb 08)

Sergio Romano

L’Economist scrive che i tempi della politica italiana possono essere sorprendentemente rapidi o atrocemente lenti. La prima definizione, in questi giorni, ha l’aria di essere più calzante della seconda. La «costrizione provvidenziale» (come Paolo Mieli ha definito la decisione del Partito democratico di «correre » da solo) sembra avere già prodotto un effetto altrettanto provvidenziale. Ha indotto Silvio Berlusconi a creare con Gianfranco Fini un partito unico del centrodestra. Il «Popolo delle libertà» stringerebbe un patto federale con la Lega (un partito territoriale di cui occorre riconoscere l’identità), ma assorbirebbe nelle sue liste, senza diritto di simbolo, buona parte di quell’ameba politica che si è divisa e suddivisa sino a creare un fastidioso e paralizzante pulviscolo parlamentare. Se l’espressione non fosse stata usata in un altro contesto (Charles Maurras se ne servì per definire la morte della Terza Repubblica francese nel 1940) direi che questa è una «divina sorpresa ». La classe politica è riuscita a rinviare di un anno il referendum sulla legge elettorale, ma sembra comportarsi come se il popolo italiano ne avesse approvato lo spirito. Persino il no dell’Udc di Casini potrebbe contribuire alla semplificazione del quadro politico. Walter Veltroni farebbe bene a non schernire con espressioni irridenti («maquillage») un evento di cui è lui stesso in parte responsabile.

Quando andremo alle urne potremmo dunque trovarci di fronte a un ventaglio di scelte composto da cinque partiti: il Partito democratico, il Popolo delle libertà, la Lega, una «Cosa rossa» e una «Cosa bianca». Assomiglieremmo alla Germania dove la partita si gioca fra cristiano- democratici, social-democratici, la sinistra di Oskar Lafontaine, i verdi e i liberali. Ho usato il condizionale perché l’esecuzione di un progetto può svuotarlo delle sue virtù iniziali. Molto dipende dai patti che Veltroni e Berlusconi potrebbero stringere con qualche partito minore. Molto dipende soprattutto dalla fermezza con cui Berlusconi riuscirà a impedire che le reclute arruolate nel nuovo partito ne escano dopo le elezioni per costituire i loro gruppi parlamentari. Perché Berlusconi e Veltroni non si impegnano sin d’ora a scrivere insieme regolamenti parlamentari che precludano questa prospettiva?

Attenzione, tuttavia. La semplificazione del quadro politico è importante e renderebbe l’Italia più simile alle maggiori democrazie europee, dove i due primi partiti, come ha ricordato Marcello Pera sulla Stampa qualche settimana fa, rappresentano insieme una percentuale che oscilla fra il 60 e il 70% dell’elettorato. Ma è soltanto metà dell’opera. Non basta eliminare l’ameba. Occorre anche riscrivere le regole invecchiate di una Costituzione che rende il Paese ingovernabile.

Se le due Camere hanno le stesse funzioni e il presidente del Consiglio non ha neppure il diritto di sbarazzarsi di un ministro indisciplinato e inefficiente, le elezioni non avranno mai un vincitore e l’Italia non avrà mai un governo. Abbiamo già constatato che le riforme fatte da una sola parte sono mediocri o non riescono a superare il passaggio del referendum confermativo. Veltroni e Berlusconi hanno ambedue interesse a far giocare il Paese con regole nuove e dovrebbero scriverle insieme.

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