Archivio per 10 febbraio 2008

Nella semplificazione Veltroni e Berlusconi sono simmetrici

(9 Feb 08)

Stefano Folli

Ora sappiamo che avremo elezioni interessanti. Se non altro per la buona ragione che il quadro politico si è ribaltato con una rapidità fulminea, in una di quelle accelerazioni a cui in Italia non siamo abituati. L’unico precedente a cui fare riferimento è la discesa in campo di Berlusconi, nel ’94, con subitanea vittoria elettorale. Ora è tutto di nuovo in movimento.
Elezioni interessanti, dunque. Certo, prima di andare oltre con gli aggettivi aspettiamo i risultati del 14 sera. E aspettiamo soprattutto cosa diranno in campagna elettorale i partiti vecchi e nuovi, quali idee proporranno. Perché non basta dare all’elettoratol’illusione di un rinnovamento, fatto di nuove sigle in cui si annullano i vecchi schieramenti: occorre anche cogliere lo smarrimento diffuso in un Paese ingessato, consapevole forse per la prima volta di essere sull’orlo dell’abisso.
Bene, quindi, le semplificazioni in atto a sinistra come a destra, ma solo se questo processo prelude a una politica capace di ritrovare il senso della propria funzione, riducendo il distacco che separa il «palazzo» di Roma dal sentimento dell’Italia che lavora. Senza dimenticare che la storia di un Paese è fatta anche di tradizioni e di forze reali, radicate nella società. Ridurre la frammentazione è indispensabile, ma bisogna saper di-stinguere fra partiti «personali», figli del potere di veto e di ricatto, e partiti che rappresentano una fetta reale di opinione.
Ha detto bene il sindaco di Torino, Chiamparino: per rispondere all’anti-politica occorre riunire le forze che credono nella «politica del fare». Il che può portare, nella prossima legislatura, a un governo di unità nazionale, ovvero a un’intesa parlamentare sulle regole e sulle riforme ineludibili. Sarebbe già un fondamentale passo avanti. Perché su un punto non possono esserci dubbi: gli italiani non perdonerebbero un’altra legislatura fallimentare.
Vedremo. Sta di fatto che i partiti entrano in campagna elettorale con una veste rinnovata, cercando la semplificazione. Il messaggio è chiaro: abbiamo capito la lezione. Sotto questo aspetto, il Partito democratico ha scosso l’albero.La sua scelta di non legarsi con i vecchi alleati, benché indotta da cause di forza maggiore ( il fallimento della legislatura), ha creato un moto ondoso che sta cambiando anche il volto del centro-destra. Attenzione però ai trasformismi. Sarebbe opportuno che certe scelte dell’ultima ora non fossero dettate solo dai sondaggi. C’è un rapporto da ricostruire con il Paese che riguarda in primo luogo la credibilità del centro-sinistra, ma a cui non può sottrarsi nemmeno il centro-destra.
Detto questo, è evidente che esiste una certa simmetria fra Veltroni e Berlusconi, se non altro un modo di procedere abbastanza simile. La durezza con cui Veltroni tratta, non tanto la sinistra comunista, quanto i radicali e i socialisti, fa il paio con la determinazione con cui Berlusconi ha messo con le spalle al muro prima Fini (che ha aderito al «partito della libertà», contraddicendo se stesso) e ora Casini (che invece recalcitra). È come se, entrato in crisi il vecchio bipolarismo, si tentasse di trasmigrare direttamente al bipartitismo. Senza nemmeno passare attraverso il referendum.
Nel frattempo ha preso forma la «Rosa bianca» centrista di Tabacci, Pezzotta, Baccini. Poteva sembrare un’impresa disperata e in controtendenza, data l’attuale legge elettorale. Viceversa – chissà – i sommovimenti in corso aprono spazi imprevisti.

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Perchè una corrente di sinistra?

(9 Feb 08)

Emanuele Macaluso
L’Unità ci ha informato che nel Pd nasce l’associazione “A sinistra” con Livia Turco, Brutti, Vita, Vacca e altri. Brutti ha detto: «Non vogliamo essere una minoranza e tanto meno una corrente. Vogliamo contribuire alla costruzione e al rafforzamento del Pd». Se hanno aderito a quel partito penso che lo vogliono costruire forte. O no? Perché riunirsi in una associazione, con esponenti di tutte le regioni, nominare un capo, anzi una capa, Livia Turco e definirsi “di sinistra”? Se c’è una sinistra ci sarà pure una destra e un centro. O no? Chiamarla associazione anziché “corrente” è un eufemismo. E lamentarsi con chi definisce il Pd un partito di centro (come fa la nostra amica Mancina), se c’è una corrente che lo vorrebbe “a sinistra”, non è coerente. L’associazione è stata benedetta da Goffredo Bettini che ha apprezzato l’iniziativa nel quadro di un «pluralismo non correntizio».

Corrente-non corrente. Il Bettini ieri ha detto al Corriere che un accordo con radicali e socialisti non è possibile perché il Pd «punta a un programma politicamente e culturalmente omogeneo». Giusto. Omogeneo con quel che pensano Di Pietro e la Binetti, non con le idee dei socialisti. Per quel che ci riguarda lo avevamo capito. Da tempo.

Il patto democratico tra operai e borghesia

(1o Feb 08)

Eugenio Scalfari

L’esempio del Partito democratico è contagioso: Berlusconi si agita, il centrodestra è in subbuglio, Casini minaccia di imboccare un percorso separato se non potrà confederarsi conservando autonomia, ma anche la base di An non resterà elettoralmente indifferente alla piroetta di Fini e dei suoi colonnelli, già da tempo berlusconiani.

Alla sinistra del Partito democratico un altro processo semplificatorio è egualmente in corso. Anche lì con alcune non trascurabili difficoltà. Le sigle scompaiono ma il vento potente delle elezioni cancellerà inevitabilmente le microscopiche oligarchie dell’uno virgola che tanto hanno rallentato e debilitato il percorso del governo Prodi.

La ditta Diliberto scomparirà senza traumi rientrando nella casa da cui era uscita qualche anno fa. Per i Verdi l’abbraccio con la sinistra sarà assai meno semplice e non basta certo la parola “arcobaleno” nel logo elettorale a preservarne la missione cui del resto avevano già da tempo rinunciato.

L’esperienza dei partiti ambientalisti in Europa ci dice che essi, se non hanno la forza di presentarsi da soli al corpo elettorale, sono destinati a scomparire o debbono scegliere di fare da lievito ambientalista in un contenitore ampio. Stemperarsi nel Partito democratico poteva avere un senso, nella sinistra radicale non ha senso alcuno ed equivale ad un decesso annunciato.

La funzione rinnovatrice del Partito democratico sull’intero sistema politico è talmente evidente che tutti gli osservatori e commentatori l’hanno colta e sottolineata. Rappresenta un robusto passo avanti verso un bipolarismo meno imperfetto e, perché no? verso un bipartitismo che metterebbe finalmente il nostro paese al passo con le altre democrazie occidentali, gli Usa, la Gran Bretagna, la Germania, la Francia, la Spagna, tanto per citarne le principali.

Ma gli effetti innovatori non si fermano qui. Altri se ne profilano non meno importanti e non privi di rischi.
L’appuntamento elettorale ne mette in prima fila alcuni, la fase successiva ne farà emergere altri dei quali tuttavia è fin d’ora possibile e utile segnalare la natura.

In prima fila ci sarà il programma economico, in corso di avanzata stesura da parte d’un ristretto gruppo di competenti che si valgono di qualificati contributi: Morando, che guida l’équipe, Boeri, Visco, Bersani ed altri ancora. Si sa fin d’ora che le liberalizzazioni vi avranno ampio spazio. Il rifinanziamento dei salari e del potere d’acquisto dei redditi bassi e medi altrettanto. L’incremento di produttività e di competitività delle imprese.

Il nuovo “welfare” configurato per bilanciare la flessibilità del lavoro. Nel complesso la parte redistributiva del programma economico avrà come base i provvedimenti già predisposti da Prodi, Padoa-Schioppa e Visco nell’ultima fase di quel governo prima della crisi, con in più interventi di detassazione e di riduzione della pressione fiscale.

Questo complesso di misure che il gruppo dirigente del Partito democratico ha ben chiare in mente dovrebbe anche avere un effetto anticongiunturale e anti-recessivo. I sintomi di rallentamento economico sono ormai evidenti in Usa e in Europa; soprattutto in Germania, con effetti diffusivi nelle altre economie dell’Unione europea.

L’Italia da questo punto di vista offre possibilità di intervento anticiclico maggiori che altrove, i redditi individuali consentono e anzi richiedono incrementi capaci di rilanciare i consumi; le liberalizzazioni insieme a radicali interventi di riforma del sistema distributivo potrebbero stabilizzare i prezzi anche di fronte ad un aumento della domanda.

Per converso c’è carenza di manodopera qualificata. Questa è una strozzatura grave alla quale bisognerebbe far fronte con offerte di lavoro a tecnici e manodopera qualificata straniera.

Si tratta insomma di un insieme complicato che richiede collaborazione tra governo, sindacati, imprenditori, commercianti, agricoltori, banche. Mercato e regole di mercato. Un “mix” appropriato per un partito riformista affiancato da un patto sociale che garantisca un appoggio di base.

Capitalismo democratico e nuovo patto sociale: così si può definire un programma idoneo all’attuale fase storica e addirittura dell’attuale andamento di “stagflation” del ciclo economico mondiale. Per attuare un programma del genere è necessario sollecitare la collaborazione del centrodestra o offrire quella del Partito democratico, secondo che la vittoria elettorale arrida all’una o all’altra parte?

Tutti ci auguriamo che nella nuova legislatura l’opposizione sia esercitata in modo costruttivo e che la maggioranza ascolti i suggerimenti dell’opposizione, ma di qui a governi di larghe intese ci corre un mare. Io ritengo che le larghe intese siano sconsigliabili, più d’intralcio che di giovamento. La maggioranza ha il compito di stabilire le priorità e le modalità della politica economica, l’opposizione quello di suggerire modifiche e appoggiare specifiche misure di generale interesse. Niente di meno ma niente di più.

Ma in altri campi la collaborazione tra le parti politiche contrapposte è invece necessaria laddove si parli di riforme istituzionali e costituzionali, non disponibili a maggioranze risicate ed occasionali.

Ci sono ancora, da una parte e dall’altra dei due principali schieramenti, larghe zone di resistenza alla collaborazione reciproca sulle riforme istituzionali.
Bisogna vincere queste resistenze che non hanno alcuna valida motivazione. Si tratta di riformare la legge elettorale affinché il pessimo sistema attuale sia modificato recuperando la libertà degli elettori di scegliere i loro candidati, magari affidando tale compito a consultazioni primarie previste per legge.

Bisogna anche varare un sistema proporzionale con elevate soglie di sbarramento, riformare i regolamenti parlamentari, e soprattutto il finanziamento pubblico: quello che è recentemente accaduto in Parlamento con la connivenza di tutti i gruppi è semplicemente vergognoso e deve essere a nostro avviso immediatamente cancellato fin dall’inizio della prossima legislatura. Infine bisognerà istituire il Senato federale in corso di legislatura.

Ma anche l’ordinamento giudiziario richiede una collaborazione bipartisan con l’occhio fisso al problema dei problemi che è quello dei tempi per una rapida giustizia. E’ imperativo che il processo sia riformato e la giurisdizione esercitata con efficienza e rapidità. Lo si promette da decenni senza che alle parole siano mai seguiti i fatti. Non è più possibile andare avanti in questo modo nell’erogazione di un servizio pubblico fondamentale.

A nostro avviso queste e non altre sono le riforme da affrontare insieme. Su tutto il resto la maggioranza e il suo governo siano responsabili di attuare il proprio programma, l’opposizione eserciti uno stretto controllo parlamentare e proponga valide alternative.

Un tema che impegnerà in pieno la nuova legislatura sarà quello delle questioni “eticamente sensibili”; per dirlo in modo più concreto e semplice, il rapporto corretto tra i cattolici e i laici o meglio ancora tra la gerarchia ecclesiastica e le istituzioni della Repubblica, laiche per definizione.

Da questo punto di vista sono rimasto allibito (e non credo di esser stato il solo) leggendo sui giornali di ieri che Casini, dopo lo scontro con Berlusconi e Fini, si sia consultato sul da fare con il cardinale Camillo Ruini che sarebbe stato largo di suggerimenti e forse anche di interventi conciliativi tra l’una e l’altra fazione. Allibito. Qui non c’entra l’uso dello spazio pubblico che nessuno contesta alla gerarchia ecclesiastica. Qui un leader di partito sollecita l’intervento del cardinal vicario in una disputa tra forze politiche e il cardinale interviene. Così ho letto e mentre scrivo non mi risulta alcuna smentita da parte degli interessati.

Contemporaneamente Giuliano Ferrara lancia l’idea di
una lista, collegata con il partito di Berlusconi e di Fini, che abbia come programma la moratoria contro l’aborto. Una lista siffatta, dopo che la gerarchia ecclesiastica con il conforto esplicito del Papa ha fatto sua la campagna di Ferrara, si configura come l’entrata in campo elettorale e politico dei vescovi italiani.

In mancanza d’una pubblica sconfessione di quell’iniziativa, la lista sulla moratoria è dunque la lista della Cei. Se quest’iniziativa si materializzerà penso che il Partito democratico non possa sottrarsi a denunciare un’invasione di campo di proporzioni inaudite con tutte le inevitabili conseguenze che essa avrà sulla campagna elettorale e i contraccolpi sul rapporto fra le istituzioni laiche e quelle religiose.

C’è ancora un aspetto dell’entrata in campo del Partito democratico che merita di essere affrontato. Sarà un partito di sinistra o di centro? Le opinioni degli osservatori sono sul merito discordi mentre quelle dei diretti interessati sono univoche: sarà un partito di sinistra riformista.

Personalmente la penso come loro: un partito di sinistra riformista che ha utilmente segnato un confine con la sinistra massimalista senza tuttavia che quel confine sia presidiato da un muro invalicabile.
La novità è notevole. Nenni aveva fatto qualche cosa di simile nel 1963, aveva rotto il patto d’unità d’azione col Pci fin dal ’57 dopo i fatti d’Ungheria, ma non c’era nessun muro tra i due partiti. Come non ci fu ai tempi di Craxi, almeno nelle parole. Ci fu nei fatti. Craxi faceva mostra di poter usare i due forni (quello della Dc e quello del Pci) per rendere ancor più forte il potere d’interdizione del suo 10 per cento dei voti e in gran parte ci riuscì.

E’ un fatto tuttavia che la sinistra massimalista o comunista ha esercitato un potere rilevante su quella riformista nel sessantennio di storia repubblicana. Il senso comune attribuisce al Pci la responsabilità di questa deformazione della democrazia italiana rispetto alle altre democrazie europee, ma non sempre il senso comune coincide col buonsenso. E’ certamente vero che il Pci ebbe in tempi di guerra fredda questa responsabilità, ma nessuno ha il buonsenso di domandarsi perché il Pci ebbe un peso determinante nella sinistra italiana mentre non lo ebbe (o addirittura non esisté) nelle altre democrazie europee.

Perché? Non è una curiosità storiografica poiché la questione ha riverberi sulla nostra attualità. La risposta potrebbe essere questa. Il Pci ebbe gran peso perché la borghesia italiana fu percorsa sempre da tentazioni trasformistiche e/o eversive e non dette mai vita ad una destra liberale di stampo europeo.

Il Partito democratico – così mi sembra – sfida oggi una destra demagogica e interpella quel poco che c’è di autentica borghesia produttiva affinché si schieri con le forze dell’innovazione che uniscono insieme i valori della libertà e dell’eguaglianza.
Dipende da questa borghesia se il partito delle riforme avrà la meglio stimolando anche – se vincerà – la destra a trasformarsi non solo nelle forme ma nella sostanza.

Il pentalogo del cambiamento

(10 Feb 08)

Ilvo Diamanti

Questa legislatura è finita malissimo. Ma la marcia che conduce al voto poteva cominciare peggio. Promette, almeno, una competizione elettorale e un sistema partitico diversi dal passato. Per la prima volta dal 1994, infatti, si assiste a un’inversione di tendenza: il passaggio dalla coalizione al partito; o, perlomeno, alla lista comune.

Una novità introdotta dal Partito democratico. Segno di ricomposizione, dopo anni di frantumazione. Certo, questo Pd non riflette il disegno originario, delineato da Prodi e Parisi. I quali immaginavano un partito americano, presidenzialista e, tendenzialmente, largo quanto l’Unione. Che non si è realizzato, per diversi motivi. Non ultimo, il vincolo istituzionale e costituzionale. La legge elettorale che esalta le differenze e i particolarismi. La forma di governo che imita, goffamente, il presidenzialismo o il cancellierato. Ma resta, sostanzialmente, parlamentare.

Tuttavia, la spinta impressa dal Pd ha prodotto effetti più rapidi e profondi del previsto. Dentro la coalizione. Ha emarginato i frammenti opportunisti. Ha indotto i partiti di sinistra ad aggregarsi, per “legittima difesa”. Ha, inoltre, contagiato il centrodestra. Spingendo Berlusconi a promuovere, senza indugi, il PdL. Il suo partito personale, allargato ad An e alle schegge politiche localiste e individuali, diffuse nel Paese. Mentre Casini, per ora, tituba. Teme che il suo partito si perda. E di perdere il partito. Ma alla fine, pensiamo, aderirà anche lui. Come sempre.

Al centro, Tabacci e Pezzotta cercano di ritagliare uno spazio, piccolo ma influente, a una formazione ispirata alla tradizione cattolico-democratica. Sfidando l’insuccesso dei tentativi precedenti e le ironie del Cavaliere. Complice la stanchezza suscitata dal mediocre bipolarismo italiano.

È, d’altronde, significativo che Berlusconi abbia scelto, a sua volta, di cambiare. Di seguire l’esempio del Pd, a centrosinistra. Segno che anch’egli considera definitivamente conclusa la transizione. Oppure – se si preferisce – la seconda Repubblica. Quella sorta di “bipersonalismo di coalizione”, che ha opposto, per oltre dieci anni, il Cavaliere a Prodi. In base a un’alternativa ideologica in larga parte artificiale: antiberlusconismo vs anticomunismo. Oggi quello schema non funziona. Anzi, per Berlusconi – che ne è l’inventore – rischia di trasformarsi in una trappola. Prodi, infatti, considera finita la sua missione.

L’unione non c’è più. Al suo posto: la Sinistra Arcobaleno. E, anzitutto, il Pd. Partito nuovo, con un leader (relativamente) nuovo, rispetto alla nomenclatura della Seconda Repubblica. Insomma: il paesaggio e gli attori della scena politica nazionale stanno cambiando. Per questo il Cavaliere ha svoltato, avviando, in fretta, il PdL. Il “partito personale” di centrodestra. Di fatto, esisteva già prima. Ora, però, la “novità” viene istituzionalizzata. Enfatizzata: per assecondare il segno di tempi. Come ha segnalato Ezio Mauro, all’indomani dello scioglimento delle Camere.

“Il cambiamento sarà la leva del voto, l’innovazione la sua misura”. Berlusconi non ha voluto lasciare al Pd e a Veltroni questo vantaggio competitivo. Temendo di apparire “vecchio”. A capo di un’armata Brancaleone, affollata di sigle medie, piccole e minuscole.
Tuttavia, il vento del “nuovo” si respira dovunque. Fra i cittadini prima ancora che nei palazzi. Non basterà a sopirlo un semplice cambio di sigle o, magari, di maggioranza. Ogni opera di mimetismo potrebbe, al contrario, sollevarlo di nuovo, in modo più violento di prima.

Il cambiamento si misurerà, semmai, nella capacità dei partiti di tradurre l’antipolitica in politica. Di rispondere alle domande espresse, ad alta voce, dalle proteste degli ultimi mesi; ma implicite anche nel diffuso clima di sfiducia sociale, rilevato dai sondaggi. Riguardo al rinnovamento, la moralizzazione, la trasparenza: nella definizione dei candidati e dei programmi, nella stessa costruzione dei partiti “nuovi” – o sedicenti tali. Nei mesi che separano dal voto, cinque aspetti, a nostro avviso, risultano importanti, più degli altri, per valutare quanto il cambiamento annunciato rifletta una volontà reale oppure un’operazione cosmetica.

1) L’affermazione di soggetti politici “personalizzati”, ma non “personali”. Partiti capaci di selezionare e legittimare la classe politica; in particolare il candidato alla guida del governo; non semplici “protesi” al servizio – oppure proprietà – di un leader. Oppure mobilitati, in modo rituale, a confermare leader predestinati. Partiti di elettori, aperti alla società; che consultino i loro elettori. Prima, non dopo il voto: sulle candidature e sul programma.

2) La definizione di programmi “veri” e alternativi. Non un decalogo scritto in base alle indicazioni ricavate da sondaggi e da esperti di marketing. Da presentare al salotto di Vespa. Né ponderosi volumi di proposte; centinaia di pagine, cresciute per “accumulazione”, non per “selezione”. Per “non” scegliere. Ma poche priorità. Chiare. Condivise. Su questioni caratterizzanti, distintive. Non solo “cose”, ma “valori”. Perché le cose, senza valori, non hanno valore. Sul lavoro, la scuola, i temi etici, i partiti dicano, chiaramente, cosa pensano. Ieri Berlusconi ha tracciato un profilo molto chiaro e netto. Tradizionalista, più che conservatore. E’ un bene: gli altri avranno dei punti di riferimento con cui misurarsi. A partire da Veltroni, nel “discorso per l’Italia”, che terrà oggi a Spello.

3) La formulazione di liste veramente “nuove”. Caratterizzate dalla presenza di alcune figure autorevoli, per quanto possibile esterne alle oligarchie di partito della seconda Repubblica. Al tempo stesso, occorre candidare figure “nuove” e rappresentative anche a livello periferico. Evitando i “soliti noti”, scelti dalle segreterie nazionali. Anche se i tempi sono stretti, sarebbe colpevole non coinvolgere gli elettori nella scelta dei candidati, visto che al momento del voto non avranno margini di libertà. Pretendere di presentare l’esercito dei professionisti della “politica come routine” senza qualità, predicando il nuovo: si rischia il ridicolo.

4) Il grado di trasparenza nella scelta dei candidati. In base a criteri di competenza e moralità. I corrotti e i fiancheggiatori della mafia; i puttanieri, i riciclati e i triciclati; i parenti e gli amici in lista perché parenti e amici; quelli che si fanno candidare come polizza contro le condanne e quelli che trasformano il Parlamento in avanspettacolo: si eviti di proporli, riproporli o, meglio, di “imporli” agli elettori, visto che la legge elettorale attualmente in vigore non lascia loro scampo.

5) Infine, lo stile della campagna elettorale. Che sia civile, a differenza del passato. E tratti gli elettori da cittadini, non da consumatori a cui vendere un prodotto scadente, con tecniche di marketing raffinate. Né come spettatori: pubblico diseducato e mal-educato da anni e anni di pessimo spettacolo politico offerto da questa mediocre politica-spettacolo. Si discuta di programmi, valori. Veri, non finti. E se proprio vogliono ricorrere al marketing, i leader ci spieghino: perché dovremmo fidarci ad acquistare una macchina da loro; e dai loro candidati.

Tratteggiare queste regole di buona educazione politica – lo confessiamo – ci crea un po’ di imbarazzo, dopo aver coltivato lo sguardo scettico come metodo (e come vizio). Dopo essere divenuti anche noi, come gran parte degli italiani, “diffidenti per default”. Tuttavia, sperare non costa nulla.

Il Pd, che ha cominciato l’opera, continui a dare il buon esempio. Dopo tanti anni passati a “marcare” Berlusconi, si faccia inseguire. Dovrebbe essere un’esperienza eccitante.

Il cambiamento in tempi rapidi

(10 Feb 08)

Sergio Romano

L’Economist scrive che i tempi della politica italiana possono essere sorprendentemente rapidi o atrocemente lenti. La prima definizione, in questi giorni, ha l’aria di essere più calzante della seconda. La «costrizione provvidenziale» (come Paolo Mieli ha definito la decisione del Partito democratico di «correre » da solo) sembra avere già prodotto un effetto altrettanto provvidenziale. Ha indotto Silvio Berlusconi a creare con Gianfranco Fini un partito unico del centrodestra. Il «Popolo delle libertà» stringerebbe un patto federale con la Lega (un partito territoriale di cui occorre riconoscere l’identità), ma assorbirebbe nelle sue liste, senza diritto di simbolo, buona parte di quell’ameba politica che si è divisa e suddivisa sino a creare un fastidioso e paralizzante pulviscolo parlamentare. Se l’espressione non fosse stata usata in un altro contesto (Charles Maurras se ne servì per definire la morte della Terza Repubblica francese nel 1940) direi che questa è una «divina sorpresa ». La classe politica è riuscita a rinviare di un anno il referendum sulla legge elettorale, ma sembra comportarsi come se il popolo italiano ne avesse approvato lo spirito. Persino il no dell’Udc di Casini potrebbe contribuire alla semplificazione del quadro politico. Walter Veltroni farebbe bene a non schernire con espressioni irridenti («maquillage») un evento di cui è lui stesso in parte responsabile.

Quando andremo alle urne potremmo dunque trovarci di fronte a un ventaglio di scelte composto da cinque partiti: il Partito democratico, il Popolo delle libertà, la Lega, una «Cosa rossa» e una «Cosa bianca». Assomiglieremmo alla Germania dove la partita si gioca fra cristiano- democratici, social-democratici, la sinistra di Oskar Lafontaine, i verdi e i liberali. Ho usato il condizionale perché l’esecuzione di un progetto può svuotarlo delle sue virtù iniziali. Molto dipende dai patti che Veltroni e Berlusconi potrebbero stringere con qualche partito minore. Molto dipende soprattutto dalla fermezza con cui Berlusconi riuscirà a impedire che le reclute arruolate nel nuovo partito ne escano dopo le elezioni per costituire i loro gruppi parlamentari. Perché Berlusconi e Veltroni non si impegnano sin d’ora a scrivere insieme regolamenti parlamentari che precludano questa prospettiva?

Attenzione, tuttavia. La semplificazione del quadro politico è importante e renderebbe l’Italia più simile alle maggiori democrazie europee, dove i due primi partiti, come ha ricordato Marcello Pera sulla Stampa qualche settimana fa, rappresentano insieme una percentuale che oscilla fra il 60 e il 70% dell’elettorato. Ma è soltanto metà dell’opera. Non basta eliminare l’ameba. Occorre anche riscrivere le regole invecchiate di una Costituzione che rende il Paese ingovernabile.

Se le due Camere hanno le stesse funzioni e il presidente del Consiglio non ha neppure il diritto di sbarazzarsi di un ministro indisciplinato e inefficiente, le elezioni non avranno mai un vincitore e l’Italia non avrà mai un governo. Abbiamo già constatato che le riforme fatte da una sola parte sono mediocri o non riescono a superare il passaggio del referendum confermativo. Veltroni e Berlusconi hanno ambedue interesse a far giocare il Paese con regole nuove e dovrebbero scriverle insieme.

Incantesimo finito

(10 Feb 08)

Luca Ricolfi
Nessuno sa ancora con certezza che cosa troveremo sulla scheda elettorale. Può darsi che il Partito democratico (Pd) si presenti in perfetta solitudine.

O alleato con un piccolo numero di partiti satelliti, come l’Italia dei Valori, i Socialisti, i Radicali. Può darsi che il nuovo partito di Berlusconi e Fini (Pdl) si presenti da solo, o alleato con un numero più o meno grande di partiti piccoli e piccolissimi, come la Lega, l’Udc, il Partito di Mastella, quello di Storace, e così via. Può darsi che la politica di domani si riveli un po’ migliore di quella di oggi, come può darsi che – dopo le elezioni – tutto torni come prima. E tuttavia c’è un punto sul quale, comunque vadano le cose, non possiamo non essere grati a Veltroni, quali che siano le nostre idee. La mossa di Veltroni (ma sarebbe più giusto dire: la mossa di Veltroni e Rutelli, che per primo ebbe il coraggio di parlare di «alleanze di nuovo conio»), ha mostrato qualcosa che fino a poche settimane fa nessuno voleva vedere, e cioè che la legge elettorale era un falso problema, per non dire un alibi della classe politica. Sì, avevamo e abbiamo una cattiva legge elettorale, ma il cuore del problema italiano non è la legge elettorale bensì l’immobilismo della sua classe politica. È bastato che un singolo uomo politico, investito della responsabilità di guidare il maggiore partito della sinistra, trovasse il coraggio di fare un gesto chiaro e forte, che tutto si è rimesso improvvisamente in movimento.

Il nostro vituperato «bipolarismo muscolare», di cui quasi tutti incolpavano la legge elettorale, si è rivelato per quello che è: lo specchio delle paure della nostra classe politica, incapace di assumere dei veri rischi, lanciare delle vere sfide, compiere delle scelte chiare. Dopo il gesto di Veltroni, gli elettori hanno la prova tangibile che la vera origine dei nostri mali non sono le regole (che possono solo aggravarli) ma sono gli uomini. Dopo Veltroni, nessun leader degno di questo nome potrà dire, fatalisticamente: «vorremmo fare diverso, ma finché c’è questa legge elettorale non possiamo che fare così». No, cari uomini politici, il gesto di Veltroni vi ha ricordato che la politica la fate voi, e che l’impotenza della politica non era l’esito inevitabile di regole sbagliate, ma il frutto amaro delle vostre non scelte. È vero, la politica è l’arte del possibile, ma i confini fra ciò che è possibile e ciò che non lo è non sono dati una volta per tutte, perché dipendono in modo cruciale da quel che i politici osano immaginare.

Vista da questa angolatura, la sfida di Veltroni segna la fine di un incantesimo. Essa, che Veltroni lo voglia o no, permette all’elettore di sinistra di rivedere in una luce radicalmente nuova il film della legislatura che ora si chiude. Per due lunghi anni Prodi ci ha raccontato che erano i partiti a imporgli di moltiplicare i ministeri, erano i partiti a frenare l’azione del suo governo, erano i partiti a costringerlo a estenuanti mediazioni. Eppure quei medesimi partiti, dopo la crisi di un anno fa, avevano solennemente promesso che in casi di dissidi si sarebbero rimessi alla sua autorità. Perché Prodi non ha mai usato questa investitura, e ha preferito mettere in frigorifero tutte le questioni più spinose? Chissà, forse perché Prodi, a differenza di Veltroni, accetta che siano gli altri a stabilire i confini del possibile.

Ma la sfida di Veltroni rompe anche un altro incantesimo, quello dell’ineluttabilità dell’assetto storico del centro destra. È perfettamente possibile (e a mio parere anche probabile) che Berlusconi non abbia il medesimo coraggio di Veltroni, e che la nuova alleanza che si va definendo in questi giorni finisca per somigliare molto a quelle del 2001 e del 1994: i soliti quattro partiti, i soliti quattro leader, le solite parole d’ordine. Però anche in questo caso nulla sarebbe come prima. Il mero fatto che Berlusconi abbia dovuto prendere in considerazione l’eventualità di andare da solo, gli toglie automaticamente la giustificazione da tutti usata in questi anni: se gli altri fanno così noi non possiamo fare diverso, con questa legge elettorale non si possono evitare le grandi ammucchiate. Se Berlusconi riproporrà le solite alleanze, dovrà spiegare perché lo ha fatto e che cosa ci garantisce che i conflitti interni del 2001-2006 (ricordate il «subgoverno» di An e Udc?) non si ripetano nella prossima legislatura.

D’ora in poi, qualsiasi cosa facciano Veltroni e Berlusconi, sarà ad essi che gli elettori potranno e dovranno chiedere conto. E anzi, da questo punto di vista il fatto che la legge elettorale non permetta agli elettori di scegliere i candidati, renderà ancora più significative le scelte dei maggiori leader. Se Berlusconi candiderà Mastella e Storace, sarà difficile credergli quando prometterà di eliminare gli sprechi della Sanità. E se Veltroni accoglierà nelle sue liste politici rinviati a giudizio o condannati, sarà difficile credergli quando proverà a incantarci con la «bella politica». Naturalmente, quello di Veltroni è solo un primo passo, ma è un passo importante. Esso ha mostrato a tutti che l’impotenza della politica non dipende dal «sistema» ma dalla politica stessa. Speriamo che questa scoperta aiuti i cittadini a diventare meno scettici e i politici a diventare meno irresponsabili.

Un discorso per l’Italia

(10 Feb 08)

Walter Veltroni

Il testo integrale dell’intervento di WV a Spello per l’apertura della campagna elettorale.


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