Il giorno della svolta

(9 Feb 08)

Federico Geremicca

Si potrà discutere all’infinito su quanto ci sia di genuina convinzione e quanto invece di forzosa necessità nelle importanti novità politiche maturate nella giornata di ieri: Veltroni che conferma di fronte ai leader della Cosa Rossa la scelta di presentare il suo Pd da solo alle elezioni; Berlusconi – soprattutto – che lo insegue mettendo in pista il Popolo delle Libertà (nelle cui liste accoglierà Fini, un po’ di partitini ma non Bossi e Casini, per ora); Pezzotta, Tabacci e Baccini che varano – forse nel momento più difficile – la loro Rosa bianca. È del tutto legittimo, dicevamo, interrogarsi sulle ragioni e sulla profondità di queste svolte.

Ma due annotazioni sono possibili fin da ora. La prima è che, quasi rispondendo ad una delle critiche più feroci mosse alla politica dalla cosiddetta «antipolitica», il sistema si è mosso verso una decisa (per ora) semplificazione della propria geografia; la seconda è che molto di quanto sta accadendo non può non esser fatto risalire – come all’epoca i più attenti osservatori già pronosticarono – alla nascita del Partito democratico, voluto da Prodi e da Veltroni. È possibile che nei prossimi giorni altre «scosse di assestamento» stabilizzeranno e definiranno con maggior precisione il quadro delle forze in campo e delle alleanze che verranno stipulate in vista del voto del 13 di aprile. Ma molti segnali sembrano dire che, a differenza di quanto poteva apparire ancora solo dieci giorni fa, la partita elettorale è riaperta.

Se la sostanza delle scelte non muterà, infatti, si fronteggeranno (alla conquista del premio di maggioranza) il Pd di Veltroni da un lato e il partito-listone di Berlusconi e Fini dall’altra, col sostegno della Lega che dovrebbe esser loro federata. La Cosa rossa di Bertinotti e la Rosa bianca probabilmente finiranno per fare corsa a sé, mentre ha del malinconico la parabola di Casini e di Mastella, vecchi amici alle prese col duro ultimatum loro imposto dal Cavaliere. Logica vorrebbe che i centristi (Udeur, Udc e Rosa bianca) si unissero in un unico soggetto politico, per semplificare ulteriormente il quadro e avere una chance di superare le soglie di sbarramento (4% alla Camera e il doppio al Senato): ma non è detto che la logica prevalga sulle ambizioni personali e su una ricerca di visibilità che pare il cascame di un’epoca che potrebbe davvero avviarsi a conclusione.

Quel che sembra sottendere le scelte di Veltroni e Berlusconi (naturalmente diverse per profondità di maturazione e per tempismo) è infatti una straripante insofferenza verso i «ricatti» dei piccoli partiti, capaci di far interdizione e di impedire – con il loro due o tre per cento – tanto l’azione di governo quanto addirittura un’efficace politica di opposizione. Prodi è caduto per questo, in fondo. E per la stessa ragione, Berlusconi ha dovuto rinviare a lungo la nascita del suo Popolo delle Libertà. I due leader, per dirla in parole semplici, sembrano essersi stufati dell’andazzo e hanno deciso di cogliere l’occasione del voto per andare ad una sorta di resa dei conti che sta ridisegnando la geografia politico-elettorale del Paese. È un bene. Resta però da chiedersi – se questi erano lo stato d’animo e la direzione del processo da avviare – perché si sia persa l’occasione (e qui la responsabilità è soprattutto del centrodestra) di varare una legge elettorale che favorisse accorpamenti e semplificazione del quadro politico.

Infine, un’ultima questione. Dicevamo all’inizio che, in entrambi i campi, sembra avviato un processo che pare andare oggettivamente incontro ad una delle richieste più pressanti arrivate dal cosiddetto «movimento dell’antipolitica», ma più in generale da osservatori politici e cittadini qualunque: la riduzione della frammentazione partitica. È certo un bene, ma non è sufficiente, perché l’altra e ancor più forte sollecitazione era e resta quella di un profondo rinnovamento delle classi dirigenti: basta con le stesse facce di sempre, basta con i soliti nomi, basta con quella sorta di gerontocrazia politica (e non solo politica) che regge il Paese da un tempo immemorabile. Sarebbe assai utile se, in questa fase che prepara profondi rivolgimenti, Veltroni e Berlusconi mettessero mano anche a questo problema.

La via c’è, è pronta per esser percorsa ed è quella del rinnovamento a partire dalle liste elettorali. Il leader del Pd ha annunciato di volerla percorrere, Berlusconi – invece – ancora non si è espresso, essendo alle prese con altri problemi. Sappiano d’essere entrambi attesi alla prova delle candidature: e attesi non da questo o quel commentatore ma da cittadini che sperano di potersi recare alle urne e non dover votare, ancora una volta, i soliti noti. Ecco, se la riduzione della frammentazione sarà accompagnata da un serio rinnovamento del personale politico, allora sì che le elezioni del 13 aprile potrebbero davvero segnare una svolta nel rapporto tra politica e cittadini. A tutto vantaggio non solo dei secondi, ma soprattutto della prima…

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