Bravo Walter faccio ammenda

(9 Feb 08)

Andrea Romano

Confesso di coltivare una tenace ostilità nei confronti di Walter Veltroni. Non ho mai sopportato la sua strategia della leggerezza.

Quell’abilità di mescolare alto e basso e quella retorica dolciastra che ne hanno fatto un campione della politica new age. Così come ho sempre guardato con diffidenza alla sua capacità di tenersi al riparo dal fuoco della battaglia nei momenti più difficili, riuscendo anche per questo ad arrivare sostanzialmente incolume all’appuntamento con la leadership del Partito democratico: scelta obbligata di un gruppo dirigente che pur logorato dagli anni e dalle sconfitte non ha saputo avviare un vero rinnovamento delle proprie file.

Insomma, non sono certo il più veltroniano tra gli elettori di centrosinistra. Ma ogni pregiudizio ha un limite. E oggi sono pronto a fare ammenda, se non addirittura a imbastire un’autentica autocritica socialista in stile Ddr, dinanzi a quanto Veltroni sta realizzando in casa propria. Innanzitutto la scelta di portare il Pd da solo alle urne, tagliando il filo del ricatto con il quale la sinistra massimalista e la selva dei micropartiti hanno logorato il governo Prodi. Una scelta che da sola vale il passaggio dalla retorica alla pratica del coraggio – quel passaggio che Veltroni si era tante volte limitato ad annunciare – e che in aprile permetterà per la prima volta di valutare la consistenza di un elettorato riformista che non sia solo la sommatoria di minoranze interne alle famiglie politiche del Novecento.

Così come deve essere salutata come una svolta la decisione di affidare la stesura del programma economico a un piccolo gruppo di pensatori riformisti, tra cui Nicola Rossi, Michele Salvati ed Enrico Morando. Un gruppo coeso che – come ha scritto Roberto Giovannini ieri sulla Stampa – invece di preoccuparsi di bilanciare le pretese di questo o quel notabile sta puntando dritto a una ricetta di impianto liberale: riforma radicale del welfare, priorità alla crescita, ampie liberalizzazioni. Una ricetta economica attorno a cui potrebbe ruotare un programma elettorale asciutto, di pochi punti chiaramente comprensibili, invece delle lenzuolate enciclopediche a cui ci ha abituato un centrosinistra costretto ad affogare le buone idee in un mare di ortodossia e compatibilità.

I primi passi del Veltroni nuova maniera mostrano dunque quell’esercizio di leadership di cui da troppo tempo si sentiva bisogno. E poco importa se quei passi sono gli unici possibili per sfuggire alla triste ripetizione di un copione già visto, poco importa se Veltroni è costretto ad innovare dalla mancanza di vie d’uscita politiche e personali. Quel che conta è che per questa via l’Italia rischia finalmente di ritrovarsi con quel partito riformista del trenta per cento che attende almeno dagli Anni Ottanta. Sarebbe un risultato storico, non solo per il centrosinistra ma per l’intero sistema politico nazionale.

D’altra parte la storia della sinistra italiana è fatta soprattutto di eroi per caso, costretti dalle circostante ad avviare processi di innovazione i cui effetti trascendono persino le più caute intenzioni. Tempo fa lo fu anche Achille Occhetto, che dinanzi a una platea che non voleva capire ebbe la salutare incoscienza di dire: «Signori, è finita». Il ciclo iniziato in quel 1989 si sta forse per chiudere oggi, con la ricomposizione sotto un unico tetto riformista dei frammenti sparsi in quasi vent’anni di tentativi falliti. Ed è giusto che ne prenda atto anche chi ha guardato a Veltroni con diffidenza. Naturalmente non mi aspetto alcuna candidatura in cambio di quella che rimane un’autocritica spontanea, gratuita e forse anche un po’ sofferta.

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