Archivio per 9 febbraio 2008

L’Italia che voleva Fanfani

(9 Feb 08)

Gianni Baget Bozzo
Amintore Fanfani torna oggi alla memoria, a cent’anni dalla nascita. Ma, finita la Dc, non esistono più tracce che alimentino una presenza. Fanfani rappresenta il tentativo di un cattolico di ridare un senso alla nazione Italia dopo la fine del fascismo e l’avvento della democrazia. Non accettava l’inquadramento nell’alleanza occidentale e nella comunità europea come esaustivo della funzione del Paese. Voleva una missione per l’Italia: per questo pensò di chiudere l’alleanza con i partiti di centro e di avviare l’intesa con il Partito socialista per favorirne il distacco dal Pci. Il posto di terza forza tra capitalismo e comunismo comportava un ruolo di dirigente dello Stato in economia soprattutto attraverso la proprietà pubblica. Questa era tradizionalmente la posizione cattolica nei confronti di capitalismo e comunismo che dimostrava un’originalità delle soluzioni rispetto a quelle esistenti nella società. Scelse di accettare una continuità con il carattere di terza via che era stata propria anche del fascismo e di saldare la continuità della nazione nella continuità delle esperienze.

Ma soprattutto il suo compito fu quello che espresse mediante Giorgio La Pira: l’Italia come ponte tra il mondo sovietico e soprattutto il mondo arabo. Vi era in questo l’esigenza del differenziarsi dalle politiche degasperiane e di creare un’originalità cattolica italiana. La creatività di Fanfani fu legata a questa intuizione di rappresentare una novità culturale, politica e cattolica nel mondo europeo. Si trovò confermato nella possibilità di questa scelta autonoma dal successo del gollismo in Francia. Perciò la vera esperienza di Fanfani vive tra il ‘54 e il ‘63, tra la sua assunzione della segreteria della Dc e le sue dimissioni da presidente del Consiglio del primo governo di centrosinistra che aveva nazionalizzato l’industria elettrica. Rappresentava una rottura rispetto alla linea di De Gasperi che la Democrazia Cristiana non accettò e la Dc mediatrice, quella «dei dorotei», incluse Fanfani in un rapporto con il Psi che era sostanzialmente in chiave neocentrista e che in tali termini fu gestito da Moro.

La politica estera italiana accettò qualche elemento delle aperture fanfaniane verso il mondo arabo, ma non pensò alla politica globale fondata sulla differenza italiana. Dopo il ‘63, Fanfani diviene di fatto un notabile della Dc, un garante a sinistra della linea di centrosinistra gestita dai «dorotei» e in contrapposizione con quella più aperta ai comunisti propria di Aldo Moro. Presidente del Senato esponente della tradizione cattolica nella Dc, Fanfani ridiventa segretario del partito per affrontare il referendum sul divorzio.

La nuova generazione democristiana non ha più le radici della ricerca d’una originalità cattolica in politica che aveva avuto Fanfani, sarà mediata da mediatori. E il patto tra destra democristiana e sinistra democristiana concluso a San Genesio tra Arnaldo Forlani e Ciriaco De Mita costituisce una Dc che non ha più senso di missione ideale, ma solo quello di una rappresentanza dell’equilibrio del sistema. La società italiana si costruisce dal ‘68 in poi, in termini assai diversi dell’Italia pensata da Fanfani. Fanfani è il ponte ideale tra l’Italia costruita dal fascismo e l’Italia che entra nel mondo della guerra fredda e dello sviluppo della società in forma assai diversa da quella dell’Italia tradizionale. Si può così assistere a ciò che non avrebbe certamente pensato di poter vedere, cioè la fine del partito che egli aveva ricostituito come partito nazionale, capace di dare un senso alle radici cattoliche della nazione. Egli rimane un’esperienza significativa, un passaggio storico non sufficientemente pensato, cioè della continuità tra fascismo e democrazia nel contenuto della politica e dello Stato e nel sentimento della nazione. Fanfani indica che non ci fu quella scissura radicale che i termini fascismo e antifascismo comportano, ma che vi fu una successione reale in cui molti e fondamentali elementi costruiti dal fascismo passarono nella cultura della politica italiana e certamente anche, e forse maggiormente, nel mondo della sinistra.

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Bravo Walter faccio ammenda

(9 Feb 08)

Andrea Romano

Confesso di coltivare una tenace ostilità nei confronti di Walter Veltroni. Non ho mai sopportato la sua strategia della leggerezza.

Quell’abilità di mescolare alto e basso e quella retorica dolciastra che ne hanno fatto un campione della politica new age. Così come ho sempre guardato con diffidenza alla sua capacità di tenersi al riparo dal fuoco della battaglia nei momenti più difficili, riuscendo anche per questo ad arrivare sostanzialmente incolume all’appuntamento con la leadership del Partito democratico: scelta obbligata di un gruppo dirigente che pur logorato dagli anni e dalle sconfitte non ha saputo avviare un vero rinnovamento delle proprie file.

Insomma, non sono certo il più veltroniano tra gli elettori di centrosinistra. Ma ogni pregiudizio ha un limite. E oggi sono pronto a fare ammenda, se non addirittura a imbastire un’autentica autocritica socialista in stile Ddr, dinanzi a quanto Veltroni sta realizzando in casa propria. Innanzitutto la scelta di portare il Pd da solo alle urne, tagliando il filo del ricatto con il quale la sinistra massimalista e la selva dei micropartiti hanno logorato il governo Prodi. Una scelta che da sola vale il passaggio dalla retorica alla pratica del coraggio – quel passaggio che Veltroni si era tante volte limitato ad annunciare – e che in aprile permetterà per la prima volta di valutare la consistenza di un elettorato riformista che non sia solo la sommatoria di minoranze interne alle famiglie politiche del Novecento.

Così come deve essere salutata come una svolta la decisione di affidare la stesura del programma economico a un piccolo gruppo di pensatori riformisti, tra cui Nicola Rossi, Michele Salvati ed Enrico Morando. Un gruppo coeso che – come ha scritto Roberto Giovannini ieri sulla Stampa – invece di preoccuparsi di bilanciare le pretese di questo o quel notabile sta puntando dritto a una ricetta di impianto liberale: riforma radicale del welfare, priorità alla crescita, ampie liberalizzazioni. Una ricetta economica attorno a cui potrebbe ruotare un programma elettorale asciutto, di pochi punti chiaramente comprensibili, invece delle lenzuolate enciclopediche a cui ci ha abituato un centrosinistra costretto ad affogare le buone idee in un mare di ortodossia e compatibilità.

I primi passi del Veltroni nuova maniera mostrano dunque quell’esercizio di leadership di cui da troppo tempo si sentiva bisogno. E poco importa se quei passi sono gli unici possibili per sfuggire alla triste ripetizione di un copione già visto, poco importa se Veltroni è costretto ad innovare dalla mancanza di vie d’uscita politiche e personali. Quel che conta è che per questa via l’Italia rischia finalmente di ritrovarsi con quel partito riformista del trenta per cento che attende almeno dagli Anni Ottanta. Sarebbe un risultato storico, non solo per il centrosinistra ma per l’intero sistema politico nazionale.

D’altra parte la storia della sinistra italiana è fatta soprattutto di eroi per caso, costretti dalle circostante ad avviare processi di innovazione i cui effetti trascendono persino le più caute intenzioni. Tempo fa lo fu anche Achille Occhetto, che dinanzi a una platea che non voleva capire ebbe la salutare incoscienza di dire: «Signori, è finita». Il ciclo iniziato in quel 1989 si sta forse per chiudere oggi, con la ricomposizione sotto un unico tetto riformista dei frammenti sparsi in quasi vent’anni di tentativi falliti. Ed è giusto che ne prenda atto anche chi ha guardato a Veltroni con diffidenza. Naturalmente non mi aspetto alcuna candidatura in cambio di quella che rimane un’autocritica spontanea, gratuita e forse anche un po’ sofferta.

Il giorno della svolta

(9 Feb 08)

Federico Geremicca

Si potrà discutere all’infinito su quanto ci sia di genuina convinzione e quanto invece di forzosa necessità nelle importanti novità politiche maturate nella giornata di ieri: Veltroni che conferma di fronte ai leader della Cosa Rossa la scelta di presentare il suo Pd da solo alle elezioni; Berlusconi – soprattutto – che lo insegue mettendo in pista il Popolo delle Libertà (nelle cui liste accoglierà Fini, un po’ di partitini ma non Bossi e Casini, per ora); Pezzotta, Tabacci e Baccini che varano – forse nel momento più difficile – la loro Rosa bianca. È del tutto legittimo, dicevamo, interrogarsi sulle ragioni e sulla profondità di queste svolte.

Ma due annotazioni sono possibili fin da ora. La prima è che, quasi rispondendo ad una delle critiche più feroci mosse alla politica dalla cosiddetta «antipolitica», il sistema si è mosso verso una decisa (per ora) semplificazione della propria geografia; la seconda è che molto di quanto sta accadendo non può non esser fatto risalire – come all’epoca i più attenti osservatori già pronosticarono – alla nascita del Partito democratico, voluto da Prodi e da Veltroni. È possibile che nei prossimi giorni altre «scosse di assestamento» stabilizzeranno e definiranno con maggior precisione il quadro delle forze in campo e delle alleanze che verranno stipulate in vista del voto del 13 di aprile. Ma molti segnali sembrano dire che, a differenza di quanto poteva apparire ancora solo dieci giorni fa, la partita elettorale è riaperta.

Se la sostanza delle scelte non muterà, infatti, si fronteggeranno (alla conquista del premio di maggioranza) il Pd di Veltroni da un lato e il partito-listone di Berlusconi e Fini dall’altra, col sostegno della Lega che dovrebbe esser loro federata. La Cosa rossa di Bertinotti e la Rosa bianca probabilmente finiranno per fare corsa a sé, mentre ha del malinconico la parabola di Casini e di Mastella, vecchi amici alle prese col duro ultimatum loro imposto dal Cavaliere. Logica vorrebbe che i centristi (Udeur, Udc e Rosa bianca) si unissero in un unico soggetto politico, per semplificare ulteriormente il quadro e avere una chance di superare le soglie di sbarramento (4% alla Camera e il doppio al Senato): ma non è detto che la logica prevalga sulle ambizioni personali e su una ricerca di visibilità che pare il cascame di un’epoca che potrebbe davvero avviarsi a conclusione.

Quel che sembra sottendere le scelte di Veltroni e Berlusconi (naturalmente diverse per profondità di maturazione e per tempismo) è infatti una straripante insofferenza verso i «ricatti» dei piccoli partiti, capaci di far interdizione e di impedire – con il loro due o tre per cento – tanto l’azione di governo quanto addirittura un’efficace politica di opposizione. Prodi è caduto per questo, in fondo. E per la stessa ragione, Berlusconi ha dovuto rinviare a lungo la nascita del suo Popolo delle Libertà. I due leader, per dirla in parole semplici, sembrano essersi stufati dell’andazzo e hanno deciso di cogliere l’occasione del voto per andare ad una sorta di resa dei conti che sta ridisegnando la geografia politico-elettorale del Paese. È un bene. Resta però da chiedersi – se questi erano lo stato d’animo e la direzione del processo da avviare – perché si sia persa l’occasione (e qui la responsabilità è soprattutto del centrodestra) di varare una legge elettorale che favorisse accorpamenti e semplificazione del quadro politico.

Infine, un’ultima questione. Dicevamo all’inizio che, in entrambi i campi, sembra avviato un processo che pare andare oggettivamente incontro ad una delle richieste più pressanti arrivate dal cosiddetto «movimento dell’antipolitica», ma più in generale da osservatori politici e cittadini qualunque: la riduzione della frammentazione partitica. È certo un bene, ma non è sufficiente, perché l’altra e ancor più forte sollecitazione era e resta quella di un profondo rinnovamento delle classi dirigenti: basta con le stesse facce di sempre, basta con i soliti nomi, basta con quella sorta di gerontocrazia politica (e non solo politica) che regge il Paese da un tempo immemorabile. Sarebbe assai utile se, in questa fase che prepara profondi rivolgimenti, Veltroni e Berlusconi mettessero mano anche a questo problema.

La via c’è, è pronta per esser percorsa ed è quella del rinnovamento a partire dalle liste elettorali. Il leader del Pd ha annunciato di volerla percorrere, Berlusconi – invece – ancora non si è espresso, essendo alle prese con altri problemi. Sappiano d’essere entrambi attesi alla prova delle candidature: e attesi non da questo o quel commentatore ma da cittadini che sperano di potersi recare alle urne e non dover votare, ancora una volta, i soliti noti. Ecco, se la riduzione della frammentazione sarà accompagnata da un serio rinnovamento del personale politico, allora sì che le elezioni del 13 aprile potrebbero davvero segnare una svolta nel rapporto tra politica e cittadini. A tutto vantaggio non solo dei secondi, ma soprattutto della prima…

“La lista unica? È una vigliaccata”

(9 Feb 08)

Claudio Tito

Berlusconi, Fini e Letta lo hanno chiamato era in treno per comunicargli la decisione
Dopo la rottura il leader centrista chiama il cardinale Ruini
Casini-Cdl, divorzio sull’Eurostar
Fini: “Pier, a questo punto ti conviene andare da solo alle elezioni”

Lo sapete come si chiama questa cosa? Una vigliaccata, fatta alle mie spalle“. Pier Ferdinando Casini è seduto sulla poltrona dell’Eurostar che lo sta portando a Bologna. Con lui c’è la moglie Azzurra. L’appuntamento è inderogabile: un’ecografia per controllare il “piccolo Casini” che nascerà tra pochi mesi. Gli squilla il telefonino e dall’altra parte c’è Gianni Letta. Accanto a lui ci sono Silvio Berlusconi, Gianfranco Fini e Paolo Bonaiuti. Letta attiva il vivavoce e il colloquio, dopo i primi convenevoli, si infiamma in un istante. “Stiamo qui con Silvio e Gianfranco – gli dice l’ex sottosegretario alla presidenza del consiglio – e ti volevamo dire che la lista unica si fa. Pensiamo che debba farne parte pure tu. Non ci sono motivi perché tu non aderisca. Il Pdl è nei fatti e tu sei il benvenuto. Ma sappi che se non ci stai, noi andiamo avanti lo stesso“. Qualche secondo di silenzio. Anche nella sala di Palazzo Grazioli sale la tensione. Poi, incredulo, il leader dell’Udc risponde: “Ma come? Io sto qui in treno, voi state lì tutti insieme e mi dite che sta nascendo un nuovo partito. Oltre al fatto che mi sembra un’idea bislacca, vi pare questo il modo di fare? Mi annunciate un’operazione di questo tipo tra una galleria e l’altra? E dovrei pure accettare? No, questa è una vigliaccata. È un complotto bello e buono“.

Ecco, la fine della Cdl si consuma proprio così. Sui binari della Roma-Bologna. Con l’ex presidente della Camera che non riesce a nascondere la rabbia e con Berlusconi, algido, che non spende una parola per tentare di ricucire. Nemmeno una sillaba. Eloquenti solo gli sguardi rivolti a “Gianni e Gianfranco”. “Io – sbotta il capo dei centristi – fino a ieri non avevo il minimo sentore di questo disegno. E ora venite a dirmi “o dentro o fuori”“. Ci prova ancora Fini a convincerlo.

Ma non c’è niente da fare. Tanto che alla fine il presidente di An gli dà persino un consiglio che a Casini non appare disinteressato: “A questo punto ti conviene andare da solo“. La stessa frase con cui, un paio d’ore prima, si era conclusa un’altra telefonata sempre tra Fini e Casini. Un breve colloquio nel quale il leader di Via della Scrofa avvertiva che sarebbe andato a Palazzo Grazioli a chiudere l’intesa. “Sì, è vero. A questo punto mi conviene andare da solo“, replica seccato il numero uno dell’Udc. E clik, attacca il telefono.

Da quel momento nessun contatto. Il treno nel frattempo arriva Bologna. E, rispettato l’appuntamento con l’ecografista, il capo centrista cerca di smaltire la botta. Prima di pranzare nello storico ristorante “Diana”, la sua prima telefonata è per monsignor Camillo Ruini, vicario di Roma e punto di riferimento della Cei. Dal prelato qualche rassicurazione la ottiene.

Il cardinale gli dice che non condivide l'”umiliazione” dell’Udc. Soprattutto gli conferma che la Chiesa considera “insopportabile” che in entrambi gli schieramenti i cattolici diventino irrilevanti. Una preoccupazione così grande che lo stesso ragionamento se l’è sentito fare anche Berlusconi. Che, però, non ne vuol più sapere degli ex Dc. “Se ne vadano per conto loro – sibila con un sorriso ai suoi – e vediamo che combinano. Verranno cancellati. Io, invece, ho sempre avuto ragione. Ho avuto ragione sul Partito delle libertà, ho avuto ragione sulla crisi di governo e ho avuto ragione sulle elezioni anticipate“. Frasi taglienti, che prendono forza dopo aver letto gli ultimi sondaggi: “Possiamo fare a meno di loro“. Gli stessi sondaggi che vedono An oscillare tra l’8 e il 10%. E che, per il Cavaliere, dovrebbero suggerire “un pranzo di riappacificazione tra Fini e Storace“.

Casini a questo punto si chiede come replicare all’affronto degli ex alleati. Come rimediare all’immagine di “espulsi” dalla coalizione. “Io non recedo – ripete – le condizioni per stare insieme non cambiano“. Ossia, i centristi vogliono il loro simbolo. “Altrimenti andremo per conto nostro. Gli accordi si fanno se c’è rispetto e autonomia. E non sono tacitabile con una poltrona. Non posso far finta che le mie idee non esistano“. Ma “per conto nostro” con chi?

Per ora niente è definitivo. All’Udc stanno valutando di riallacciare un dialogo con la “Rosa Bianca” di Tabacci e Pezzotta. Anche Antonio Di Pietro. La perlustrazione non potrà che essere a 360 gradi. “Di certo sarò candidato con una lista che farà una scelta diversa rispetto a quella fatta da Berlusconi e Fini“.

Certo, forse la partita non è definitivamente chiusa. In agenda non c’è ancora un faccia a faccia tra “Silvio e Pier”. Ma dentro Forza Italia è partita una “micro-offensiva” diplomatica. “Si può trovare una soluzione tecnica“, dice Bonaiuti. Ma anche a Via del Plebiscito, la preoccupazione principale – in particolare dopo i segnali giunti dal Vicariato – adesso è quella di non passare come i responsabili della frattura. E di far ricadere sui centristi la scelta di correre da soli. Anche se, è la stoccata di Marco Follini, “dopo aver servito gli interessi di Berlusconi nel momento cruciale, per Casini ergersi ora a campione della lotta di liberazione mi sembra una fantasia improbabile. Le giravolte, prima o poi, si pagano“.


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