Trappole e dialogo fra i poli

(6 Feb 08)

Franco Bruni
Quando Prodi preparava le elezioni e avviava il suo governo, alcuni commentatori suggerirono diverse forme di convergenza con l’opposizione. Essendo stato fra questi, vedo con favore che la necessità di convergenze è oggi più condivisa. E posso permettermi di ricordare i pericoli che si correrebbero con una convergenza scorretta e fraintesa.

Primo pericolo: il centrismo partitico. Convergere su provvedimenti e riforme urgenti e condivise non significa arroccarsi in formazioni di centro.

In tal modo sfuggendo la disciplina dell’alternanza e riducendo, anziché aumentare, l’incisività dei programmi. È vero che una fase di convergenza ha un riferimento importante negli «elettori di centro», meno ideologicamente connotati, quelli che, giudicando liberamente col voto il comportamento dei poli, determinano il vincitore. Il loro voto diventa più potente e costruttivo se la convergenza temporanea e programmatica migliora il bipolarismo e l’alternanza. Mentre perde potere se viene catturato, con quello di tanti opportunisti, da qualche «partito di centro», che sfrutta l’insoddisfazione per l’attuale bipolarismo per insediarsi in posizioni da cui non si può scalzare.

Secondo pericolo: l’astrattezza. Di fronte alla baruffa bipolare è facile «convergere in spirito». Più difficile trovare punti concreti su cui impegnarsi insieme. Da questo punto di vista è cruciale l’idea di Mario Monti: per essere credibile, la convergenza programmatica deve cominciare prima delle elezioni. Rimandata a dopo il bisticcio elettorale, rischia di essere formale e spartitoria.

Terzo: il semplicismo. È semplice individuare consensualmente «poche cose da fare comunque». Ma non nascondiamoci che molte decisioni da prendere sono giustamente controverse. La convergenza non deve spegnere il dibattito e la contrapposizione, ma elevarne la qualità, magari col supporto di sedi di riflessione tecnica come la Commissione Attali. Solo due esempi di questioni economiche difficili da decidere. Possiamo ridurre il rapporto fra imposte e Pil prima di aver individuato con precisione i corrispondenti risparmi di spesa? Dobbiamo completare il federalismo fiscale o sottrarre agli enti locali anche i poteri con cui oggi ostruiscono l’azione di governo (nel togliere l’immondizia o costruire strade) e scassano la finanza pubblica (il caso della sanità)?

Quarto: la convergenza difensiva. Convergere ha lo scopo di affrontare con più forza i gruppi di interesse che bloccano le riforme. Il rischio è che si crei nella casta un’alleanza trasversale che la difende in una fase di impopolarità riducendo la punibilità elettorale delle sue malefatte. Una convergenza che non va all’attacco ma si mette in difesa può anche peggiorare le connivenze con gli interessi speciali: poiché è scandaloso farsi dettare la politica economica dai sindacati ed è scandaloso dare priorità alla costruzione del ponte di Messina, mettendo entrambe le cose nel programma di convergenza si neutralizza uno scandalo con l’altro. Convergenze programmatiche e grandi alleanze possono vincere i prepotenti ma anche, se fraintese, offrir loro un abbraccio più tollerante.

Quinto pericolo: l’esclusione. Il bipolarismo è tendenzialmente inclusivo nei confronti delle estreme. In una fase di convergenza le ali dello schieramento vengono invece isolate. Se poi la convergenza riesce a spostare la politica nella direzione dell’interesse generale, le ragioni e i consensi dell’estremismo si sgonfiano. Il gioco bipolare può ricominciare risultandone meno condizionato. Se invece la convergenza è gestita male e fraintesa, aumenta l’esclusione e i consensi alle estreme. In Italia ci sono profondissime ingiustizie, la protesta sociale più autentica e radicale – non solo quella che proviene dalle categorie che vedono minacciati i loro privilegi – ha tanti appigli. I programmi di convergenza devono tenerne conto, per non venir travolti da chi si sente escluso dalle alleanze trasversali. Possono farlo con qualche immediata, consistente contrazione della dimensione e dei privilegi della classe politica. E con alcune incisive misure redistributive. La redistribuzione più concreta e importante avviene attraverso la produzione di servizi pubblici di qualità. Anche se liberalizzata e privatizzata essa è finanziata con imposte progressive e va a maggior beneficio di chi è più debole economicamente e socialmente. Qualunque programma di convergenza deve mettere ai primi posti il miglioramento dei servizi pubblici, rafforzando la posizione di chi li consuma rispetto a quella di chi li produce, in modo che i progressi siano misurabili con trasparenza tutti i giorni.

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