Archivio per 6 febbraio 2008

I socialisti e le frustate di Menichini

(6 Feb 08)

Emanuele Macaluso

Ieri, nel suo editoriale, il direttore del giornale Europa ha frustato i «partitini» che hanno attaccato il Pd e ora si fanno sotto per essere aiutati nel nome dell’antiberlusconismo. I partitini, scrive Menichini, «in queste ore fanno pressioni e proposte poco dignitose per ottenere seggi in Parlamento alleandosi col Pd che invece vuole scendere in campo solo». La frusta è usata soprattutto nei confronti di Diliberto, che «ha cavalcato tutti gli estremismi mettendo in difficoltà il governo Prodi», nei confronti di Mussi «per l’incoerenza delle sue scelte», nei confronti di Angius «socialista improvvisato» (Menichini invece è democratico dalla nascita), nei confronti di Boselli che osava chiedere l’abrogazione del Concordato. Indulgente invece con Di Pietro che «ha una dote e compatibilità programmatiche col Pd». E (udite, udite) disponibile ad accogliere come ospite nelle liste anche Pannella dato che così «svanirebbero le polemiche con la Binetti». Bravo.

Debbo dire che chi si mette la mano a coppo a chiedere indulgenza e seggi al Pd merita le frustate di Menichini e Bettini. Spero che i dirigenti della Costituente socialista smentiscano il fustigatore e facciano una battaglia autonoma e unitaria.

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La via solitaria di Veltroni critica impietosa agli anni di Prodi

(6 Feb 08)

Stefano Folli
Ora che una delle più brevi legislature della storia repubblicana è archiviata, giungono al pettine i primi nodi politici. E come era facile prevedere, il Partito Democratico di Veltroni deve reggere l’urto di quanti non digeriscono la scelta di «andare soli». Scelta che il segretario non può e non vuole smentire, come è logico, ma che appare quasi temeraria. Soprattutto se sarà portata alle sue estreme conseguenze. Il che significa nessuna forma di intesa fra il Pd e le liste dell’estrema sinistra.
Due progetti diversi e ognuno per la sua strada, secondo una tesi gradita- come è noto – anche a Bertinotti. Il Pd a inseguire la sua «vocazione maggioritaria», provandoa sedurre i ceti moderati; la sinistra a ritrovare se stessa e i suoi elettori.
Ma questa divergenza pone problemi non secondari.
In primo luogo suona sconfessione piena degli anni di Romano Prodi e dell’Ulivo- Unione. Nonostante tutte le acrobazie dialettiche, il Pd autonomo equivale a un atto d’accusa contro l’esperienza (e la retorica) del «prodismo». Dieci e più anni da chiudere nel cassetto per dimenticarli. Che ci sia del coraggio, in questa opzione di Veltroni, è indubbio. Ma si capisce quale possa essere il sentimento di Prodi e dei suoi al riguardo. Tanto più che il percorso veltroniano, almeno allo stato delle cose, non è votato alla vittoria, bensì alla sconfitta con onore. Mentre Prodi, con la sua formula, può rivendicare due successi contro Berlusconi: nel ’96 e nel 2006.
C’è dunque un elemento di malessere nel partito contro l’ipotesi della corsa solitaria. Malessere che può essere ricomposto con un buon compromesso sulle candidature, ma può anche venire allo scoperto nei prossimi giorni con effetti molto negativi. L’impressione è che Prodi non abbia ancora deciso cosa fare, ma che sia piuttosto irritato di fronte alla prospettiva di una campagna del Pd tutta volta, di fatto, a cancellare lui e i suoi anni. Secondo punto, la pressione esterna. Ieri il segretario di Rifondazione, Giordano, è tornato a proporre «intese tecniche » nei collegi regionali al Senato. Ma la logica di Veltroni, per come viene spiegata, non può accettare nemmeno questo. Una serie di piccoli accordi locali, sia pure «tecnici », non cambierebbero il segno delle elezioni, ma si risolverebbero in un danno d’immagine per il Partito Democratico. Nel senso che offrirebbero eccellenti argomenti alla propaganda berlusconiana. Né si può pretendere che l’opinione pubblica distingua fra «alleanza politica», «accordo tecnico» o «desistenza». Scriveva ieri “Europa”, ex giornale della Margherita e oggi foglio del Pd: «avrebbero senso forme di desistenza con Bertinotti per contendere il premio di maggioranza in alcune regioni? No».
Se questa sarà la linea, bisogna ammettere che la «novità» rappresentata dal Pd comincia a uscire dalle nebbie. Finora era stata solo un fatto mediatico, da domani potrebbe cominciare ad essere un fatto politico. Un partito coerente fino all’autolesionismo, capace di rifiutare ogni sorta di intesa con gli alleati di ieri pur di rivolgersi con linguaggio nuovo agli italiani. Non basterà per impedire al centrodestra di vincere le elezioni, ma cambia la scena politica nel Paese. Del resto, il tallone d’Achille di Berlusconi giunto alla sua quinta campagna elettorale è proprio la sua coalizione frastagliata, le mille sigle e quel sentore di vecchio e «già visto» che emana dalla Casa delle Libertà. Veltroni ha questa sola carta da giocare e fa bene a metterla subito sul tavolo.

Il dialogo e le invettive

(6 Feb 08)

Angelo Panebianco

Ci avviamo verso una campagna elettorale diversa da quelle che abbiamo fin qui conosciuto? I partiti si scontreranno duramente su proposte politiche alternative ma senza imporci un clima plumbeo da guerra civile, da contrapposte mobilitazioni contro il «nemico alle porte»? L’intenzione c’è. Almeno da parte dei due principali leader, Walter Veltroni e Silvio Berlusconi. Assumendo la leadership del Partito democratico, Veltroni ha reiteratamente asserito di voler costruire un partito per anziché un partito contro, un partito che si qualifichi per le soluzioni che propone piuttosto che per l’antiberlusconismo. A sua volta, Berlusconi lascia intendere che in caso di vittoria vuole inaugurare una fase di fair play verso l’opposizione e che farà di tutto per coinvolgerla nelle deliberazioni del governo. I due massimi leader sembrano avere preso atto del fatto che la contrapposizione selvaggia che ha caratterizzato la nostra storia recente ha portato il sistema politico alla paralisi e ha lasciato esausto il Paese.

La stessa richiesta fatta nei giorni scorsi da Veltroni di dare vita a una Grande Coalizione per le riforme istituzionali era sì finalizzata a ottenere il rinvio delle elezioni ma era anche, di per sé, una novità. Solo poco tempo fa sarebbe stato impensabile per un leader della sinistra proporre un’alleanza di governo con Berlusconi (allearsi con l’Uomo Nero?).

Il clima delle campagne elettorali condiziona le vicende del dopo-elezioni. Una campagna dura ma senza demonizzazioni renderebbe più facile instaurare condizioni di cooperazione su temi importanti fra la futura maggioranza e la futura opposizione. Ma è realistico credere alla possibilità di una campagna elettorale siffatta? Vi si oppone la nostra tradizione. Vi si oppone il fatto che la demonizzazione dell’avversario è in questo Paese per tanti un mestiere, un’attività politico-economica da cui dipendono remunerazioni, status, carriere. Vi si oppone il fatto che, da noi, molti, e non solo politici di professione, sembrano identificare interamente la politica e l’agire politico con l’invettiva (è sempre stato così ma da Mani Pulite in poi questo fenomeno si è grandemente accentuato): se lo spazio per l’invettiva si riducesse tutti costoro penserebbero di essere stati defraudati del loro «ruolo politico». Vi si oppone il fatto che negli stessi partiti di Veltroni e Berlusconi abitano tantissimi che diventerebbero afoni se la delegittimazione dell’avversario perdesse il peso determinante fin qui avuto.

Probabilmente, sarebbe necessario un forte ricambio del personale parlamentare, forze fresche disposte ad adottare uno stile più pacato e propositivo. E occorrerebbe la capacità dei leader di resistere alle pressioni di molti gruppi esterni: quei gruppi che vogliono una politica debole e delegittimata e sanno che un clima da guerra civile ne è la migliore garanzia.

La scelta di Walter Pannella no, Di Pietro sì

(6 Feb 08)

Maria Teresa Meli

Distinguo dalemiani e prodiani. Ma la decisione è presa

Da soli alla Camera e da soli anche al Senato. Se i socialisti vogliono, possono accomodarsi in una micro-pattuglia sotto le insegne del Pd. Lo stesso dicasi per Emma Bonino. Niente radicali che sono «difficili» da gestire e infatti gli uomini di Pannella meditano di andare alle urne con l’accoppiata Bordon- Manzione. L’alleanza elettorale si farà (ma verrà annunciata solo più in là) esclusivamente con Italia dei Valori, del resto Di Pietro era stato tentato di entrare nel Pd già all’epoca delle primarie. Così ha deciso Walter Veltroni e così ripete. Nel partito non c’è chi lo contrasta apertamente. Anche i prodiani condiscono le loro perplessità con molti «se» e «ma».

Però nei discorsi di tutti i dirigenti che veltroniani non sono c’è qualche distinguo. «Certo — è il ragionamento di Bersani — dobbiamo andare alle elezioni ben visibili e non confusi in ammucchiate, però non possiamo sostenere che si va da soli a prescindere, anche perché dobbiamo evitare che si producano delle ripercussioni sulle giunte in cui governiamo con tutta l’Unione». Non dissimile la riflessione che va facendo ad alta voce D’Alema: «Evitiamo di fare una campagna in cui ci attacchiamo tra di noi del centrosinistra». Bersani aggiunge anche un’altra chiosa: «Non si può nemmeno andare alle elezioni rinnegando il governo Prodi, piuttosto dobbiamo andarci esaltando quel che di buono c’è stato in questa esperienza». E Rosy Bindi: «La solitudine del Pd non vuol dire autosufficienza, ma ricerca di alleanze coerenti e coese. Vocazione maggioritaria significa lavorare a un sistema in cui il Pd è il perno di un’alleanza alternativa al centrodestra: la nuova stagione non può essere costruita rinnegando l’esperienza di questi 15 anni perché in realtà le alleanze in questi anni le abbiamo sempre promosse noi e mai subite». Ma alla fine nessuno polemizzerà più di tanto con il segretario cui lo statuto — e la legge elettorale — danno in mano la partita delle candidature. Gli addii al Parlamento saranno tanti: «L’importante — è il convincimento di Veltroni — è che ciò accada senza mettere le dita negli occhi a nessuno». Quindi via Violante, Mattarella, Castagnetti e Anna Serafini, la moglie di Fassino. E via (ma qui ci vorrà grande cautela) Visco e De Mita. Verrà fatto anche un repulisti di prodiani: in forse, per esempio, la ricandidatura di Andrea Papini. Porte aperte, invece, a Enrico Gasbarra, presidente della provincia di Roma, che traghetterà al Senato, a Filippo Penati e al consigliere di Veltroni, Walter Verini. Tra gli imprenditori si pensa a Guido Barilla. Poi c’è la la sezione «talenti per l’Italia»: sarà questo lo slogan con cui il Pd presenterà alcuni personaggi che sta corteggiando come Tito Boeri.

Per evitare l’assalto alla diligenza da parte dei maggiorenti del Pd che vorrebbero infilare i loro uomini Veltroni ha escogitato un piano. Innanzitutto, le candidature verranno preparate dai segretari regionali, che sono stati eletti alle primarie e non messi lì da qualche big del Pd. Poi quando la pratica tornerà a Roma cominceranno le prime grane. Ma vi sono altri due modi per risolverle. Il primo è quello che Goffredo Bettini ha imposto con lo Statuto: il limite dei tre mandati. Il braccio destro e sinistro di Veltroni è stato categorico con la Margherita che si lamentava: «Voi non avevate nessun vincolo, noi quello dei due mandati, vada per tre e basta». Non solo, anche le donne tornano utili all’occorrenza. Nelle liste uomini e donne si devono alternare. Tra i parlamentari della Margherita le donne erano solo il 17 per cento, mentre tra i Ds rappresentavano il doppio, ossia il 34, questo fa sì che gli ex diessini possano avere più posti rispetto agli ex dl.

Con la Cosa Rossa sembra chiusa ogni strada. Non si può fare nessuna alleanza. Tutt’al più si può candidare qualche esterno di lusso di quella formazione a palazzo Madama ma sotto le bandiere del Pd. Bertinotti l’ha presa non bene ma benissimo. Anche perché questa decisione di Veltroni ha spuntato le unghie agli uomini della Sinistra Democratica che chiedevano l’alleanza con il Pd e non volevano che la leadership della Cosa Rossa venisse affidata al presidente della Camera. Ora devono accettarla. Il che ha creato non pochi problemi dentro la Sd dove la capogruppo alla Camera Titti Di Salvo ha accusato Mussi e Salvi «di aver tradito il loro mandato». Anche in quel gruppo, comunque in molti non si ricandideranno: Marco Fumagalli, Gloria Buffo e Fulvia Bandoli, per esempio. Il sottosegretario Famiano Crucianelli invece traslocherà nel Pd. A conti fatti, il Pdci dovrebbe avere 10 parlamentari, altrettanti i Verdi, 6 la Sd e 25 Rifondazione, che, stavolta, non dovrebbe ricandidare Caruso.

Trappole e dialogo fra i poli

(6 Feb 08)

Franco Bruni
Quando Prodi preparava le elezioni e avviava il suo governo, alcuni commentatori suggerirono diverse forme di convergenza con l’opposizione. Essendo stato fra questi, vedo con favore che la necessità di convergenze è oggi più condivisa. E posso permettermi di ricordare i pericoli che si correrebbero con una convergenza scorretta e fraintesa.

Primo pericolo: il centrismo partitico. Convergere su provvedimenti e riforme urgenti e condivise non significa arroccarsi in formazioni di centro.

In tal modo sfuggendo la disciplina dell’alternanza e riducendo, anziché aumentare, l’incisività dei programmi. È vero che una fase di convergenza ha un riferimento importante negli «elettori di centro», meno ideologicamente connotati, quelli che, giudicando liberamente col voto il comportamento dei poli, determinano il vincitore. Il loro voto diventa più potente e costruttivo se la convergenza temporanea e programmatica migliora il bipolarismo e l’alternanza. Mentre perde potere se viene catturato, con quello di tanti opportunisti, da qualche «partito di centro», che sfrutta l’insoddisfazione per l’attuale bipolarismo per insediarsi in posizioni da cui non si può scalzare.

Secondo pericolo: l’astrattezza. Di fronte alla baruffa bipolare è facile «convergere in spirito». Più difficile trovare punti concreti su cui impegnarsi insieme. Da questo punto di vista è cruciale l’idea di Mario Monti: per essere credibile, la convergenza programmatica deve cominciare prima delle elezioni. Rimandata a dopo il bisticcio elettorale, rischia di essere formale e spartitoria.

Terzo: il semplicismo. È semplice individuare consensualmente «poche cose da fare comunque». Ma non nascondiamoci che molte decisioni da prendere sono giustamente controverse. La convergenza non deve spegnere il dibattito e la contrapposizione, ma elevarne la qualità, magari col supporto di sedi di riflessione tecnica come la Commissione Attali. Solo due esempi di questioni economiche difficili da decidere. Possiamo ridurre il rapporto fra imposte e Pil prima di aver individuato con precisione i corrispondenti risparmi di spesa? Dobbiamo completare il federalismo fiscale o sottrarre agli enti locali anche i poteri con cui oggi ostruiscono l’azione di governo (nel togliere l’immondizia o costruire strade) e scassano la finanza pubblica (il caso della sanità)?

Quarto: la convergenza difensiva. Convergere ha lo scopo di affrontare con più forza i gruppi di interesse che bloccano le riforme. Il rischio è che si crei nella casta un’alleanza trasversale che la difende in una fase di impopolarità riducendo la punibilità elettorale delle sue malefatte. Una convergenza che non va all’attacco ma si mette in difesa può anche peggiorare le connivenze con gli interessi speciali: poiché è scandaloso farsi dettare la politica economica dai sindacati ed è scandaloso dare priorità alla costruzione del ponte di Messina, mettendo entrambe le cose nel programma di convergenza si neutralizza uno scandalo con l’altro. Convergenze programmatiche e grandi alleanze possono vincere i prepotenti ma anche, se fraintese, offrir loro un abbraccio più tollerante.

Quinto pericolo: l’esclusione. Il bipolarismo è tendenzialmente inclusivo nei confronti delle estreme. In una fase di convergenza le ali dello schieramento vengono invece isolate. Se poi la convergenza riesce a spostare la politica nella direzione dell’interesse generale, le ragioni e i consensi dell’estremismo si sgonfiano. Il gioco bipolare può ricominciare risultandone meno condizionato. Se invece la convergenza è gestita male e fraintesa, aumenta l’esclusione e i consensi alle estreme. In Italia ci sono profondissime ingiustizie, la protesta sociale più autentica e radicale – non solo quella che proviene dalle categorie che vedono minacciati i loro privilegi – ha tanti appigli. I programmi di convergenza devono tenerne conto, per non venir travolti da chi si sente escluso dalle alleanze trasversali. Possono farlo con qualche immediata, consistente contrazione della dimensione e dei privilegi della classe politica. E con alcune incisive misure redistributive. La redistribuzione più concreta e importante avviene attraverso la produzione di servizi pubblici di qualità. Anche se liberalizzata e privatizzata essa è finanziata con imposte progressive e va a maggior beneficio di chi è più debole economicamente e socialmente. Qualunque programma di convergenza deve mettere ai primi posti il miglioramento dei servizi pubblici, rafforzando la posizione di chi li consuma rispetto a quella di chi li produce, in modo che i progressi siano misurabili con trasparenza tutti i giorni.


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