Il Signor No parla di dialogo

(5 Feb 08)

Luigi La Spina
Non si saprà mai se la sorprendente ipotesi di una intesa Berlusconi-Veltroni lanciata sulla prima pagina del Giornale di ieri sia stato un ballon d’essai ispirato dal Cavaliere per ammonire gli alleati del suo schieramento, cercare di seminare lo scompiglio in campo avverso, ribaltare la responsabilità dell’interruzione della legislatura. Oppure, più semplicemente, sia partorita solo dalla imprevedibile fantasia del direttore del giornale di famiglia, per di più nel giorno del lutto per la scomparsa di mamma Rosa. Qualunque sia la verità, la proposta-provocazione ha avuto un merito, quello di individuare il più insidioso punto di debolezza, tra i tanti di forza, di Silvio Berlusconi alla vigilia dell’apertura della campagna elettorale: quello di apparire come il «Signor No». Colui che, per un vantaggio elettorale immediato, personale e di partito, costringe gli italiani ad andare al voto con una legge contro la quale si sono pronunciati, oltre che mezzo Parlamento, non solo i sindacati, che si potrebbero dipingere come fiancheggiatori del centrosinistra, ma quasi tutte le organizzazioni imprenditoriali e artigiane, in genere non tenere nei confronti di quella parte politica.

Nei prossimi due mesi, fino a metà aprile, quando molto probabilmente si voterà, dovremo aspettarci molti altri colpi di scena, da entrambi gli schieramenti. Berlusconi, infatti, dovrà cancellare, con una campagna propagandistica a suon di colpi d’artificio, l’impressione di un noioso revival di quelle del 2006 e del 2001, per non rievocare addirittura quelle del secolo passato. Veltroni dovrà costantemente segnare la discontinuità con l’era prodiana, rimarcando la novità della sua offerta elettorale, sia nei contenuti politici sia nelle forme in cui si presentano.

Così, ancor prima che il presidente della Repubblica abbia ufficialmente dichiarato il fallimento della legislatura e sia stata stabilita la data delle elezioni, già si intravedono, con sufficiente chiarezza, le linee fondamentali di quello sforzo di convincere gli elettori che non siamo alla vigilia della più noiosa campagna elettorale degli ultimi tempi. Anche per non contribuire a rafforzare il maggior rischio del prossimo voto, quello di una straordinaria vittoria dell’astensionismo.

Il Cavaliere, poiché non può cambiare il nome del solito candidato alla presidenza del Consiglio, né la formazione degli alleati, col consueto terzetto Fini-Bossi-Casini, ha deciso di cambiare il messaggio con il quale si presenterà agli italiani. Non più l’uomo della «rottura», anzi della rupture come si dice adesso alla Sarkozy, rispetto ai tradizionali ipocriti balletti consociativi della politica italiana. Ma l’uomo del dialogo, l’unico, ora, capace di mettere fine a quella sterile guerra di tutti contro tutti che, nella seconda Repubblica, ha portato l’Italia sull’orlo di un declino storico. La riforma della legge elettorale, simbolo di una nuova fase della politica italiana, sarà lui a riuscire a portarla a compimento, nella prossima legislatura. Il traguardo del Quirinale, in questo modo, potrebbe sancire la sua avvenuta mutazione: da capopopolo di una guerresca fazione a padre della patria, consacrato, se non unto, dal balsamo della grande riconciliazione nazionale.

Più facile, apparentemente, l’annuncio innovativo di quello che sarà il suo avversario, Walter Veltroni. Innanzi tutto il nome di un candidato che, per la prima volta, si presenta nella corsa a palazzo Chigi. Poi un partito nuovo, il Pd, che ha scelto il suo leader con un metodo inedito in Italia, le primarie. Veltroni, inoltre, aggiungerà a queste caratteristiche alcune innovazioni, esteriori ma non secondarie: un programma di pochi punti che dovrebbe far dimenticare le famose 278 pagine di quell’autentico inutile elenco del telefono che appesantì subito il governo Prodi e la promessa, in caso di successo, di un governo snello, con una forte riduzione di ministri. Ma, soprattutto, Veltroni annuncerà, sia pure con tutto il garbo che gli conosciamo, la rupture più significativa: quella dell’esperienza dell’Ulivo, la formula con la quale, per 15 anni, il centrosinistra, con alterne fortune, ha gareggiato nella competizione politica italiana. L’intesa con la sinistra radicale, prima di desistenza elettorale, poi, di alleanza organica nell’Unione, è stato il vincolo, nel bene e nel male, al quale si è legato il partito del riformismo italiano. Ora, aldilà di possibili intese tecniche al Senato, sembra si sia chiusa la lunghissima epoca, cominciata agli esordi della nostra Repubblica, nella quale, dalla sinistra del nostro paese, era stata sempre osservata scrupolosamente la regola di non avere mai nemici da quella parte.

La prossima campagna elettorale, così, si presenta già con una curiosa inversione di ruoli: là dove c’era l’annuncio di una novità dirompente ora c’è la promessa di un dialogo conciliante; nel campo di quella che era la continuità si avanzano, invece, brusche e potenzialmente dirompenti mutazioni. Se questi cambi di campo serviranno a ravvivare la campagna elettorale siano benvenuti. Speriamo solo che, come si diceva a scuola, cambiando l’ordine dei fattori, i risultati della politica italiana siano destinati a non rimanere immutati.

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