Corsa tra le macerie

(5 Feb 08)

Stefano Folli

Una legislatura nata male, muore fra qualche rimpianto. Ma «l’occasione persa» di cui parla Veltroni non può riguardare gli eventi dell’ultima settimana. Il presidente del Senato non poteva ricomporre un mosaico ormai in mille pezzi, per responsabilità che vanno divise equamente fra centro- sinistra e centro-destra. Quello che Franco Marini poteva fare era gestire in modo dignitoso le ultime formalità prima dello scioglimento delle Camere. Ed è ciò che ha fatto, non senza sforzarsi di gettare sulle lacerazioni partitiche qualche ponte che magari verrà utile fra un paio di mesi, dopo il voto.
Diamo allora atto al presidente della Repubblica e allo stesso Marini di aver rispettato le procedure, senza indulgere a tattiche temporeggiatrici che avrebbero avuto poco senso e, anzi, sarebbero apparse scorrette.
Ma a questo punto domandiamoci anche cosa hanno fatto di male gli italiani per meritarsi tutto ciò. «L’occasione persa» non investe una riforma elettorale impossibile a tempo scaduto, ma tocca la responsabilità complessiva di una classe politica che da tempo non sa più parlare ai cittadini. Chissà se esiste, questa consapevolezza. Sarebbe bizzarro se Silvio Berlusconi credesse sul serio alla sua propaganda: e cioè che gli italiani hanno nostalgia del Governo di centro-destra così come lo hanno sperimentato fra il 2001 e il 2006. Cinque anni che avrebbero dovuto rivoluzionare l’Italia in senso liberale e invece sono stati molto al di sotto delle attese. E chissà se i vertici del Partito democratico pensano davvero che basti dire «noi andiamo da soli» perchè gli elettori dimentichino che in venti mesi di Governo Prodi i cosiddetti «riformisti» non sono riusciti o non hanno saputo fare una battaglia, imporre un’idea, mobilitare qualche passione.
Digeriamo allora l’ennesima campagna elettorale sulle macerie del Paese. È inevitabile, al punto in cui siamo. Ma senza dimenticare che siamo sull’orlo dell’abisso. In tutta evidenza, l’Italia non può permettersi un’altra legislatura fallimentare, altri Governi in cui si trascorre il tempo a litigare. Non può permettersi l’ennesima dimostrazione che destra e sinistra hanno una sola cosa in comune: la mancanza di un progetto coerente per lo sviluppo, nonchè la tendenza a galleggiare sul declino. In altre parole, si vorrebbe una prova di maturità dalla classe politica. Solo a dirlo, c’è il rischio di passare da ingenui. Ma, d’altra parte, se non ora, quando? Se la legislatura è morta dopo meno di venti mesi, significa che siamo a un passo dalla crisi del sistema. La Seconda Repubblica non era mai nata, ma certo adesso è seppellita nella sua inconsistenza. E con lei è finita una certa idea primitiva e rozza del bipolarismo. In realtà, nel momento in cui rifiuta l’alleanza con l’estrema sinistra, Veltroni mette la prima pietra per andare oltre la stagione dell’immobilismo bipolare.
È un suo merito, anche se in politica non basta partecipare, bisogna anche saper vincere. Quindi la maturità che si chiede alla sinistra moderata passa non solo da una corsa solitaria verso il voto, quanto dalla capacità di far capire agli italiani in cosa consiste la «novità » del Pd; e per quale disegno concreto chiederà il consenso degli elettori.
In parole povere: quattro, cinque punti programmatici precisi per rinnovare l’Italia,spezzare il gesso che la imprigiona, darle istituzioni più moderne. Si dirà che tutti i partiti in campagna elettorale sono prodighi di promesse: è l’esercizio in cui eccellono. Stavolta però non dovrebbero essere mere promesse, bensì impegni a loro modo vincolanti. Temi a cui la sinistra moderata affida la propria futura credibilità. Il che impone anche di indicare in quale quadro di alleanze il Pd si propone di realizzare ciò che indica. Fosse anche un’intesa con il centro-destra per inaugurare, in forme oggi imprevedibili, la Terza Repubblica.
Sappiamo tutti che oggi i sondaggi non danno scampo al Pd. Tuttavia, mai dire mai. E poi, che senso ha dare per scontata una sconfitta? Meglio darsi da fare come se la vittoria fosse a portata di mano, nonostante il sistema elettorale. Sforzandosi almeno di ritrovare un rapporto con quella parte dell’Italia produttiva e frustrata che oggi è lontana dai partiti. Da tutti i partiti.
Probabilmente anche da quel centro-destra che si sente sulla cresta dell’onda. Ma attenzione: sarebbe disastroso se la Casa delle libertà ( o come si chiamerà) tornasse al potere in uno spirito di rivincita. Meglio guardarsi dalla sindrome degli emigrati di Coblenza: quelli che nulla hanno appreso e nulla hanno dimenticato. Non ci sono conti da saldare. E quel problema di credibilità, che è grave per la sinistra, riguarda anche la destra. Solo se dimostrerà di aver compreso che l’Italia del 2008 è diversa da quella del 2001, per non parlare di quella del ’94, Berlusconi darà un senso alla sua leadership.
La mano tesa alla controparte non può essere solo un’astuzia da campagna elettorale. Aspettiamo di vedere se è anche un progetto per governare finalmente un Paese in ginocchio.

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