Archivio per 5 febbraio 2008

Ieri erano sezioni, oggi circoli

(4 Feb 08)

Emanuele Macaluso

Ieri l’Unità ha enfatizzato con un grande titolo in prima pagina il “record di adesioni” al Pd. Ne sono lieto, se c’è gente che si impegna nella lotta politica nei partiti è un bene per la democrazia. Purché non sia solo propaganda preelettorale. Quel che non capisco è la “nascita” dei circoli del Pd. Quale è la differenza tra circoli e sezioni? Dopo la svolta dell’89 Occhetto, volendo innovare ogni cosa, chiamò le vecchie sezioni del Pci, “unità di base”: tutto restò come prima e oggi leggo, sempre sull’Unità, che i circoli sono sempre nelle vecchie sezioni del Pci, e i fondatori si trovano a fare i conti con i ritratti di Togliatti e altri, appesi ai muri, le foto di Berlinguer, scrive Jolanda Bufalini, resistono: dal Pci al Pds ai Ds al Pd, dalle sezioni alle unità di base ai circoli, Enrico con la cerata da barca a vela è nel cuore di tutti. Sarà così?

Nella sezione di Cinecittà c’è pure la foto di D’Alema: cosa farne? E c’è anche quello di Togliatti e il segretario dice: è qui da cinquant’anni. Può restare D’Alema e buttare Togliatti? L’Unità non ci dice come si è risolto il dilemma. Insomma tra continuità e discontinuità ciò che resta sono le vecchie mura delle sezioni del Pci, oggi ribattezzate come Circoli. Che dire?

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Corsa tra le macerie

(5 Feb 08)

Stefano Folli

Una legislatura nata male, muore fra qualche rimpianto. Ma «l’occasione persa» di cui parla Veltroni non può riguardare gli eventi dell’ultima settimana. Il presidente del Senato non poteva ricomporre un mosaico ormai in mille pezzi, per responsabilità che vanno divise equamente fra centro- sinistra e centro-destra. Quello che Franco Marini poteva fare era gestire in modo dignitoso le ultime formalità prima dello scioglimento delle Camere. Ed è ciò che ha fatto, non senza sforzarsi di gettare sulle lacerazioni partitiche qualche ponte che magari verrà utile fra un paio di mesi, dopo il voto.
Diamo allora atto al presidente della Repubblica e allo stesso Marini di aver rispettato le procedure, senza indulgere a tattiche temporeggiatrici che avrebbero avuto poco senso e, anzi, sarebbero apparse scorrette.
Ma a questo punto domandiamoci anche cosa hanno fatto di male gli italiani per meritarsi tutto ciò. «L’occasione persa» non investe una riforma elettorale impossibile a tempo scaduto, ma tocca la responsabilità complessiva di una classe politica che da tempo non sa più parlare ai cittadini. Chissà se esiste, questa consapevolezza. Sarebbe bizzarro se Silvio Berlusconi credesse sul serio alla sua propaganda: e cioè che gli italiani hanno nostalgia del Governo di centro-destra così come lo hanno sperimentato fra il 2001 e il 2006. Cinque anni che avrebbero dovuto rivoluzionare l’Italia in senso liberale e invece sono stati molto al di sotto delle attese. E chissà se i vertici del Partito democratico pensano davvero che basti dire «noi andiamo da soli» perchè gli elettori dimentichino che in venti mesi di Governo Prodi i cosiddetti «riformisti» non sono riusciti o non hanno saputo fare una battaglia, imporre un’idea, mobilitare qualche passione.
Digeriamo allora l’ennesima campagna elettorale sulle macerie del Paese. È inevitabile, al punto in cui siamo. Ma senza dimenticare che siamo sull’orlo dell’abisso. In tutta evidenza, l’Italia non può permettersi un’altra legislatura fallimentare, altri Governi in cui si trascorre il tempo a litigare. Non può permettersi l’ennesima dimostrazione che destra e sinistra hanno una sola cosa in comune: la mancanza di un progetto coerente per lo sviluppo, nonchè la tendenza a galleggiare sul declino. In altre parole, si vorrebbe una prova di maturità dalla classe politica. Solo a dirlo, c’è il rischio di passare da ingenui. Ma, d’altra parte, se non ora, quando? Se la legislatura è morta dopo meno di venti mesi, significa che siamo a un passo dalla crisi del sistema. La Seconda Repubblica non era mai nata, ma certo adesso è seppellita nella sua inconsistenza. E con lei è finita una certa idea primitiva e rozza del bipolarismo. In realtà, nel momento in cui rifiuta l’alleanza con l’estrema sinistra, Veltroni mette la prima pietra per andare oltre la stagione dell’immobilismo bipolare.
È un suo merito, anche se in politica non basta partecipare, bisogna anche saper vincere. Quindi la maturità che si chiede alla sinistra moderata passa non solo da una corsa solitaria verso il voto, quanto dalla capacità di far capire agli italiani in cosa consiste la «novità » del Pd; e per quale disegno concreto chiederà il consenso degli elettori.
In parole povere: quattro, cinque punti programmatici precisi per rinnovare l’Italia,spezzare il gesso che la imprigiona, darle istituzioni più moderne. Si dirà che tutti i partiti in campagna elettorale sono prodighi di promesse: è l’esercizio in cui eccellono. Stavolta però non dovrebbero essere mere promesse, bensì impegni a loro modo vincolanti. Temi a cui la sinistra moderata affida la propria futura credibilità. Il che impone anche di indicare in quale quadro di alleanze il Pd si propone di realizzare ciò che indica. Fosse anche un’intesa con il centro-destra per inaugurare, in forme oggi imprevedibili, la Terza Repubblica.
Sappiamo tutti che oggi i sondaggi non danno scampo al Pd. Tuttavia, mai dire mai. E poi, che senso ha dare per scontata una sconfitta? Meglio darsi da fare come se la vittoria fosse a portata di mano, nonostante il sistema elettorale. Sforzandosi almeno di ritrovare un rapporto con quella parte dell’Italia produttiva e frustrata che oggi è lontana dai partiti. Da tutti i partiti.
Probabilmente anche da quel centro-destra che si sente sulla cresta dell’onda. Ma attenzione: sarebbe disastroso se la Casa delle libertà ( o come si chiamerà) tornasse al potere in uno spirito di rivincita. Meglio guardarsi dalla sindrome degli emigrati di Coblenza: quelli che nulla hanno appreso e nulla hanno dimenticato. Non ci sono conti da saldare. E quel problema di credibilità, che è grave per la sinistra, riguarda anche la destra. Solo se dimostrerà di aver compreso che l’Italia del 2008 è diversa da quella del 2001, per non parlare di quella del ’94, Berlusconi darà un senso alla sua leadership.
La mano tesa alla controparte non può essere solo un’astuzia da campagna elettorale. Aspettiamo di vedere se è anche un progetto per governare finalmente un Paese in ginocchio.

Così Prodi fu tradito dal fisco

(5 Feb 08)

Pietro Garibaldi
È tempo di bilanci sull’operato del governo Prodi. In materia di entrate fiscali, principalmente grazie all’azione del vice ministro Visco, il governo Prodi ha dimostrato un’indubbia efficacia. Lo confermano anche gli ultimi dati di gennaio. L’aumento dei versamenti tributari del 9 per cento rispetto a gennaio del 2007 ha garantito un avanzo di cassa nel settore statale, il miglior risultato dal 2001. L’indubbio successo di Visco negli ultimi due anni ha tuttavia paradossalmente rappresentato un fattore destabilizzante nell’azione di governo. Il continuo recupero del gettito, ben al di là delle aspettative, ha infatti finito per scatenare il dibattito sul tesoretto e favorire l’assalto alla diligenza.

Il buon andamento delle entrate ha spinto in alto la pressione fiscale. Le stime preliminari per il 2007 indicano una pressione fiscale pari a 43,1 per cento, vicino al livello record raggiunto nel 1996 con l’entrata nell’euro. Nel 2005 la pressione fiscale era al 40,6 per cento. Un aumento di 2,5 punti percentuali in due anni corrisponde a circa 40 miliardi di nuove entrate. Si tratta di una cifra immensa. Parte dell’aumento è fisiologicamente legato al recupero della crescita del prodotto interno lordo. Ma vi è stata anche una vera e propria scelta politica di agire sul lato delle entrate. Nella prima finanziaria del governo Prodi, quella discussa in Parlamento nell’autunno 2006, si è infatti deciso di aggiustare i conti interamente dal lato delle entrate. Vi è infine stato un chiaro recupero di evasione, stimato dal governo in 11 miliardi nel 2006 e in quasi 7 miliardi nel 2007.

Il successo nella lotta all’evasione e il buon andamento delle entrate hanno però indebolito il governo Prodi. L’aumento della pressione fiscale ha contribuito a erodere il potere d’acquisto degli italiani. Inoltre, le buone notizie sulle entrate, mai accompagnate da buone notizie sulla spesa, hanno confermato l’impressione di una coalizione concentrata sulle tasse. Quasi tutti ricordano gli ultimi giorni di campagna elettorale del 2006 quando i diversi partiti di centrosinistra continuavano a ipotizzare nuove tasse applicate a diverse categorie di individui. A legislatura in corso e con un’opinione pubblica poco informata, le notizie sul recupero delle entrate hanno confermato quell’impressione. Ma l’errore più grave nel gestire il boom di entrate è stato introdurre l’idea del tesoretto, ossia l’esistenza di risorse straordinarie disponibili durante l’anno per soddisfare nuovi interventi di spesa. Da settembre 2006 a dicembre 2007 non è passato giorno senza che ciascuno degli esponenti di governo rivendicasse parte di questo tesoretto. I decreti di spesa approvati dal governo a giugno e settembre del 2007 sono avvenuti dopo estenuanti settimane di baruffe. L’impressione è che gli italiani ricorderanno molto di più le liti sul tesoretto rispetto al contenuto di quelle leggi di spesa, molte delle quali erano comunque una tantum.

Quali lezioni per il futuro si possono trarre dal buon andamento delle entrate? Innanzitutto che gli spazi per ridurre le tasse, una volta combattuta l’evasione fiscale, sono davvero tanti. Pare un’ovvietà, ma è un punto importante. Con una vera e propria eliminazione dell’evasione il gettito fiscale potrebbe aumentare in un anno di ben più di 50 miliardi di euro. Si aprirebbero così spazi infiniti per riduzioni di imposte. La seconda lezione è invece negativa, e ci insegna come non si deve gestire un boom inaspettato di entrate. Quando le entrate vanno bene, ci vuole grande fermezza nel condurre la politica economica. Abbiamo tutti capito che piccoli tesoretti ogni trimestre agiscono solo come benzina sul fuoco di una coalizione rissosa. Il vero augurio è che il concetto di tesoretto sparisca per sempre dal colorito glossario di politica economica italiana.

Il Signor No parla di dialogo

(5 Feb 08)

Luigi La Spina
Non si saprà mai se la sorprendente ipotesi di una intesa Berlusconi-Veltroni lanciata sulla prima pagina del Giornale di ieri sia stato un ballon d’essai ispirato dal Cavaliere per ammonire gli alleati del suo schieramento, cercare di seminare lo scompiglio in campo avverso, ribaltare la responsabilità dell’interruzione della legislatura. Oppure, più semplicemente, sia partorita solo dalla imprevedibile fantasia del direttore del giornale di famiglia, per di più nel giorno del lutto per la scomparsa di mamma Rosa. Qualunque sia la verità, la proposta-provocazione ha avuto un merito, quello di individuare il più insidioso punto di debolezza, tra i tanti di forza, di Silvio Berlusconi alla vigilia dell’apertura della campagna elettorale: quello di apparire come il «Signor No». Colui che, per un vantaggio elettorale immediato, personale e di partito, costringe gli italiani ad andare al voto con una legge contro la quale si sono pronunciati, oltre che mezzo Parlamento, non solo i sindacati, che si potrebbero dipingere come fiancheggiatori del centrosinistra, ma quasi tutte le organizzazioni imprenditoriali e artigiane, in genere non tenere nei confronti di quella parte politica.

Nei prossimi due mesi, fino a metà aprile, quando molto probabilmente si voterà, dovremo aspettarci molti altri colpi di scena, da entrambi gli schieramenti. Berlusconi, infatti, dovrà cancellare, con una campagna propagandistica a suon di colpi d’artificio, l’impressione di un noioso revival di quelle del 2006 e del 2001, per non rievocare addirittura quelle del secolo passato. Veltroni dovrà costantemente segnare la discontinuità con l’era prodiana, rimarcando la novità della sua offerta elettorale, sia nei contenuti politici sia nelle forme in cui si presentano.

Così, ancor prima che il presidente della Repubblica abbia ufficialmente dichiarato il fallimento della legislatura e sia stata stabilita la data delle elezioni, già si intravedono, con sufficiente chiarezza, le linee fondamentali di quello sforzo di convincere gli elettori che non siamo alla vigilia della più noiosa campagna elettorale degli ultimi tempi. Anche per non contribuire a rafforzare il maggior rischio del prossimo voto, quello di una straordinaria vittoria dell’astensionismo.

Il Cavaliere, poiché non può cambiare il nome del solito candidato alla presidenza del Consiglio, né la formazione degli alleati, col consueto terzetto Fini-Bossi-Casini, ha deciso di cambiare il messaggio con il quale si presenterà agli italiani. Non più l’uomo della «rottura», anzi della rupture come si dice adesso alla Sarkozy, rispetto ai tradizionali ipocriti balletti consociativi della politica italiana. Ma l’uomo del dialogo, l’unico, ora, capace di mettere fine a quella sterile guerra di tutti contro tutti che, nella seconda Repubblica, ha portato l’Italia sull’orlo di un declino storico. La riforma della legge elettorale, simbolo di una nuova fase della politica italiana, sarà lui a riuscire a portarla a compimento, nella prossima legislatura. Il traguardo del Quirinale, in questo modo, potrebbe sancire la sua avvenuta mutazione: da capopopolo di una guerresca fazione a padre della patria, consacrato, se non unto, dal balsamo della grande riconciliazione nazionale.

Più facile, apparentemente, l’annuncio innovativo di quello che sarà il suo avversario, Walter Veltroni. Innanzi tutto il nome di un candidato che, per la prima volta, si presenta nella corsa a palazzo Chigi. Poi un partito nuovo, il Pd, che ha scelto il suo leader con un metodo inedito in Italia, le primarie. Veltroni, inoltre, aggiungerà a queste caratteristiche alcune innovazioni, esteriori ma non secondarie: un programma di pochi punti che dovrebbe far dimenticare le famose 278 pagine di quell’autentico inutile elenco del telefono che appesantì subito il governo Prodi e la promessa, in caso di successo, di un governo snello, con una forte riduzione di ministri. Ma, soprattutto, Veltroni annuncerà, sia pure con tutto il garbo che gli conosciamo, la rupture più significativa: quella dell’esperienza dell’Ulivo, la formula con la quale, per 15 anni, il centrosinistra, con alterne fortune, ha gareggiato nella competizione politica italiana. L’intesa con la sinistra radicale, prima di desistenza elettorale, poi, di alleanza organica nell’Unione, è stato il vincolo, nel bene e nel male, al quale si è legato il partito del riformismo italiano. Ora, aldilà di possibili intese tecniche al Senato, sembra si sia chiusa la lunghissima epoca, cominciata agli esordi della nostra Repubblica, nella quale, dalla sinistra del nostro paese, era stata sempre osservata scrupolosamente la regola di non avere mai nemici da quella parte.

La prossima campagna elettorale, così, si presenta già con una curiosa inversione di ruoli: là dove c’era l’annuncio di una novità dirompente ora c’è la promessa di un dialogo conciliante; nel campo di quella che era la continuità si avanzano, invece, brusche e potenzialmente dirompenti mutazioni. Se questi cambi di campo serviranno a ravvivare la campagna elettorale siano benvenuti. Speriamo solo che, come si diceva a scuola, cambiando l’ordine dei fattori, i risultati della politica italiana siano destinati a non rimanere immutati.

«Nel mio governo posti al Pd» Silvio prepara l’offerta a Walter

(5 Feb 08)Francesco Verderami

Il Cavaliere: sarò sorprendente
L’ipotesi: all’opposizione una Camera e Commissioni

«Dopo le elezioni vorrei proporre a Veltroni un’intesa per aprire una stagione costituente e fare le riforme. Anche rinunciando a essere il premier, se è il caso». Era novembre, ben prima dunque che scoppiasse la crisi di governo, e Berlusconi confidò il progetto a un autorevole dirigente del Pd con cui aveva grande familiarità. Erano i giorni della «spallata» e nonostante Prodi continuasse a resistere il Cavaliere era certo che «comunque» si sarebbe andati presto al voto e che si sarebbe imposto nelle urne: «Ma so — aggiunse — che se anche tornassi a palazzo Chigi, in queste condizioni sarebbe tutto molto difficile. Eppoi il Paese continuerebbe a rimanere spaccato». Non era per spirito di buonismo che annunciò la sua intenzione di aprire al capo del Pd, ma spinto da realismo politico. E per accreditare il disegno rivelò i tre nomi che avrebbe eventualmente proposto a Veltroni per la guida dell’esecutivo costituente: «Tremonti, Frattini e Gianni Letta», che proprio in quella fase ruppe clamorosamente il suo riserbo, lanciando l’idea del governo di larghe intese.

Difficile prevedere se alla fine andrà così, di certo Berlusconi in questi giorni ha ripetuto l’intenzione di voler avanzare l’offerta a Veltroni dopo il voto, e preventivando la vittoria nelle urne ha spiegato addirittura di esser «pronto a far posto a 5 esponenti del Pd» in un esecutivo di 12 dicasteri dove «i restanti sette posti toccherebbero al Polo». Conosce le difficoltà dell’operazione, paventa che i Democratici «non riescano a reggere una simile prospettiva», ma nei suoi ragionamenti è già proiettato oltre lo scontro elettorale. In mente ha quel governo «per le riforme» che già propose da sconfitto due anni fa e che ora vorrebbe rilanciare da «vincitore»: «D’altronde ci sono cose condivise che si possono fare insieme. E avremmo interesse a farlo». Così, accanto a un programma stringato della Cdl, ipotizza «alcune riforme» da varare «con approccio bipartisan». Ecco cosa si cela dietro il disegno berlusconiano della «stagione costituente ». E in questo senso l’ex premier avrebbe in animo di affidare a quella che già definisce «opposizione» la presidenza «di una Camera» ma anche «numerose commissioni parlamentari», più di quante solitamente sono già appannaggio della minoranza in Parlamento. «Sarò sorprendente», assicura. È un modo per far capire che, tramontata l’epoca prodiana, tramonta anche la logica del muro contro muro, del vincitore che punta a far la parte dell’asso pigliatutto: alla Rai, per esempio, l’assetto attuale non andrebbe «stravolto», a quanto pare nemmeno nelle conduzioni dei Tg su alcuni dei quali c’è un giudizio positivo. Non è chiaro quale sia il confine tra il realismo e il tatticismo. Anticipare la mossa può avere un costo, rischia di produrre disaffezione nell’elettorato polista. Ma così Berlusconi sembra volersi tutelare da un altro rischio, e cioè che— una volta vinte le elezioni — il Polo riproponga i difetti della legislatura in cui governò. Perché, nonostante i sedici punti di vantaggio sull’Unione, al Senato la Cdl avrebbe tra i dodici e i venti senatori di maggioranza. E già ieri l’Udc ha iniziato le grandi manovre, avvisando il Cavaliere che «saremo determinanti nel centrodestra». Come non bastasse Casini — ecco il colpo a sorpresa — è pronto a candidarsi come senatore, conscio che a palazzo Madama si giocherà la partita politica: «Io penso — sussurrava ieri il capo dei centristi — che l’offensiva del dialogo serva a Berlusconi per gettar scompiglio nel Pd. E comunque, sono stato il primo a dire che la prossima dovrà essere una legislatura costituente». Traduzione: nell’eventuale scenario delle larghe intese ci sarò anch’io. E il segretario Cesa è ancor più esplicito: «Se vinceremo e il governo sarà politico, lo guiderà Berlusconi. Se invece si andrà verso un esecutivo istituzionale, si aprirà un altro discorso». Ecco la prova che anche l’Udc ha costruito una rete con i democratici. È una sfida nella sfida. A palazzo Grazioli, su nomi come quelli del veltroniano Bettini e del dalemiano Latorre si fa conto. Vengono considerati «pienamente affidabili ». Certo, l’idea di una lista comune Pd-FI è solo una suggestione, «un’utopia » come ha spiegato il Cavaliere. «Un’ipotesi irrealistica», per dirla con Veltroni. Ma il fatto che il sindaco di Roma fosse pronto a un governo di larghe intese prima del voto, sembra voler preparare il partito e gli elettori all’evenienza dopo il voto. E se si aggiunge che non intende fare una campagna elettorale all’insegna dell’antiberlusconismo…..


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