Perchè l’Italia è lontana dall’Europa

(3 Feb 08)

Barbara Spinelli

Non è la prima volta che gli italiani e i loro politici, quando arrivano al culmine della scontentezza di sé, guardano oltre le proprie frontiere e credono di trovarvi straordinari modelli di governo o straordinari uomini-guida: da invidiare o corteggiare, adorare e imitare. Oggi sono alcuni nomi che suscitano questi sentimenti d’invidia e adorazione, perché negli animi c’è sete di nomi più che di programmi, di uomini forti più che di istituzioni durevoli.

Se solo avessimo un Sarkozy, se solo avessimo Angela Merkel, potremmo curare tanti nostri mali, se non tutti. Potremmo fare come il primo, che ha inventato la parola d’ordine della rottura e le ha dato sostanza aprendo il governo a personalità di valore del campo avversario. Potremmo fare come la seconda, che dal 2005 regna con la socialdemocrazia e ottiene con essa non pochi successi. Zapatero in Spagna non raccoglie consensi unanimi, perché il suo rapporto con la Chiesa è giudicato eterodosso, ma la costante sua tenacia risveglia analoga ammirazione emulativa. Guardare oltre le proprie frontiere e mettersi alla ricerca di esempi è un’attività che può aiutare, ma a condizione di guardare da vicino i modelli che s’inseguono e di provare a capire come funzionano e perché. È questo sguardo profondo che in Italia manca, non solo a governanti e oppositori ma alla maggior parte dei partiti e a chi nella società civile si occupa della cosa pubblica e l’influenza.

L’attrazione che proviamo verso Sarkozy o la Merkel o Zapatero nasce da un singolarissimo miscuglio di invidia, di esotismo, e di quella che i latini chiamavano incuriositas. L’Italia è enormemente affascinata da quello che accade in Europa, ma a queste realtà esterne non guarda con autentica voglia d’immedesimarsi, con curiosità di sapere e comprendere. L’estero ci ammalia ma in maniera del tutto frivola, approssimativa: lo sforzo di conoscerlo davvero, di accumulare informazioni e fatti, è tanto striminzito perché è al tempo stesso strumentale ed effimero. In queste condizioni gli esempi esterni sono inservibili, così come sono inservibili le discussioni sui sistemi elettorali altrui, di cui abbiamo fatto ormai una marmellata. L’Italia incuriosa non vede e non vuol vedere quel che fa la vera forza di Sarkozy, della Merkel, di Zapatero. Proviamo dunque a esaminare questi idoli, nella speranza che qualche curiosità non frettolosa si accenda.

Sarkozy, innanzitutto. È descritto come un politico dotato di notevoli muscoli: qualcosa che mancherebbe sciaguratamente in Italia. Sarkozy è brillante, attivo, inventivo, e inoltre possiede energie eccezionali e una volontà ferrea. Ma se si osserva da vicino la sua forza, si vedrà che i muscoli in Francia non sono nell’uomo, bensì nelle istituzioni. Naturalmente anche qui c’è impazienza di correggere le istituzioni, per il peso troppo marginale che conferiscono al Parlamento. Anche qui viene criticato un sistema elettorale – il maggioritario a due turni – che ha vistosi difetti: un personaggio centrista come Bayrou, ad esempio, non riesce a trovar spazio anche se molto popolare nei sondaggi. Nonostante questo Sarkozy è oggi un Presidente legittimato, incisivo: se lo è, è perché ha come spina dorsale la Quinta Repubblica, che De Gaulle decise di sostituire nel 1958 al regime instabile dei partiti e ai veti reciproci in Parlamento che caratterizzarono la cosiddetta Quarta Repubblica.

Quel che i francesi hanno, e che gli italiani non hanno, è una memoria vivissima dei propri errori passati: non solo quelli che risalgono alle guerre tra europei, ma quelli commessi nella democrazia postbellica. Le parole che Jean Monnet pronunciò a proposito dell’Europa valgono come regola di vita quotidiana della politica e spiegano anche il nascere della V Repubblica: «L’esperienza di ciascun uomo è qualcosa che sempre ricomincia da capo. Solo le istituzioni son capaci di divenire più sagge: esse accumulano l’esperienza collettiva e da questa esperienza, da questa saggezza, gli uomini sottomessi alle stesse regole potranno vedere non già come la propria natura cambi, ma come il proprio comportamento si trasformi gradualmente». È soprattutto l’istituzione che assicura il progresso, e che dà efficacia e tempi lunghi alle individualità.

Osservazioni simili si possono fare sulla Grande Coalizione di Angela Merkel: coalizione che nessuno dei protagonisti avrebbe voluto, nel 2005, ma che s’impose perché nessuno dei due aveva in parlamento una maggioranza, neppure d’un voto (con un voto in più sia la Merkel che Schröder avrebbero governato senza esser ritenuti illegittimi: anche questo consentono le regole tramutate in comune patrimonio). Se la Grande Coalizione oggi funziona, se è vissuta come strada impervia ma obbligata e obbligante, è perché in Germania esiste una cultura della stabilità, e un attaccamento a governi forti, le cui radici sono caparbie e resistenti. Anche qui c’è memoria vivissima di errori e peccati commessi in passato, su cui i tedeschi hanno meditato a lungo, producendo la stabilità economica e politica di cui si nutrono. C’è il ricordo di Weimar, con i suoi governi debolissimi e il peso abnorme esercitato da forze extraparlamentari. Ma ci sono anche le colpe accumulate negli anni della Repubblica federale: il dominio e protagonismo di singoli partiti, l’avidità di potere che prevale sugli obblighi di lealtà assunti davanti all’elettore. Sono vizi che sempre incombono, ma che stanno lì nell’animo dei tedeschi come memento non aggirabile.

È interessante osservare quel che sta succedendo dopo le elezioni in Assia e Bassa Sassonia: i democristiani scendono, e ai fianchi della socialdemocrazia si va formando una sinistra radicale che cresce a Est ma anche nei Länder occidentali. I socialdemocratici sono al bivio, e per evitare una grande coalizione devono decidere con chi allearsi (Verdi e Liberali, oppure nuova sinistra). Non si sa cosa accadrà, ma assai significativi sono i ragionamenti che vengono fatti da politici e commentatori. L’alleanza con la sinistra radicale è giudicata alla luce della storia, dunque dell’illiberale Germania comunista. Ma anche l’alleanza dei socialdemocratici con i Liberali crea imbarazzo, urta tabù. I Liberali hanno il diritto di cambiare alleanze, dopo aver promesso agli elettori di non farlo? Questo diritto non ce l’hanno, scrive la Frankfurter Allgemeine, perché «ancora grava su di essi l’etichetta di partito-voltagabbana (Umfallerpartei) attribuito loro nel 1961», quando il partito infranse la promessa di non governare mai più con Adenauer e si decise ad appoggiarlo, avendo ottenuto la garanzia di poterlo sostituire ai comandi dopo un certo tempo. A distanza di ben 47 anni, quel peccato di slealtà elettorale pesa ancora!

Zapatero, infine. Da quando è al potere, il Premier è impegnato in una lotta dura con la Chiesa, anche se più prudente di quel che viene raccontato. Anche qui la memoria conta, è un ingrediente del futuro che il Paese approva dopo il patto dell’oblio voluto da González: una memoria assente nella Chiesa, incapace di analizzare le sue responsabilità ai tempi di Franco, e su cui si fonda la popolarità di cui godono le misure laiche del Premier. Luigi La Spina nella sua inchiesta su La Stampa ha descritto bene la forza del leader spagnolo. Può anche darsi che Zapatero perda le elezioni, il 9 marzo. Ma la laicità non sarà abbandonata, e anche se la destra s’aggrappa alla Conferenza episcopale spagnola, priva com’è di idee e alle prese con una rivoluzione conservatrice americana fallita, «nessuno si sogna di cancellare tutte quelle riforme introdotte da colui che, in Italia, viene dipinto come un pericoloso mangiapreti» (La Stampa, 1 febbraio).

Questi esempi mostrano una realtà diversa da quella usualmente descritta. Non è vero in primo luogo che in Italia c’è un’overdose di commemorazioni: come ha scritto Arrigo Levi, ieri su questo giornale, la memoria è semmai troppo corta, e un futuro diverso è difficile perché abbiamo insufficiente ricordo del passato. La memoria è da noi un rito formale non perché sovrabbondi, ma perché è cagionevole, svogliata, e appunto incuriosa. Non sono solo fascismo e nazismo a insegnare poco. Non insegnano neppure le esperienze di Tangentopoli, i danni causati dall’abitudine così inestirpabile all’illegalità, all’impunità, ai particolarismi, alla violazione della Costituzione.

L’Italia «è un Paese senza memoria e verità», diceva Sciascia, e probabilmente è per cominciare a coniugare queste due virtù che una persona come Gherardo Colombo ha deciso nel febbraio 2007 di dimettersi da magistrato e di insegnare ai giovani la cultura della legalità che tanto ci manca. In Italia le colpe antiche e recenti non sono riconosciute come colpe, non c’è stata catarsi d’alcun tipo, e non stupisce dunque che non esista – come afferma Jacques Attali su La Repubblica – il ricambio di generazioni avvenuto altrove. Da errori e colpe si può uscire con l’uomo forte o con istituzioni e regole possenti, capaci di durare più degli uomini e di assorbire cambi di generazione anche bruschi. Imboccare questa seconda via non trasforma certo la natura delle persone ma – Monnet ha ragione – trasforma alla lunga i comportamenti e gradualmente ci darà non uomini forti, ma uomini nuovi.

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