Passioni apatiche nel Paese del mah

(3 Feb 08)

Ilvo Diamanti

Mancheranno due mesi e mezzo alle elezioni. Giorno più, giorno meno. L’incarico esplorativo affidato a Marini dal presidente Napolitano, allo scopo di formare un governo tecnico che riformi il sistema elettorale, risponde a un fine giusto quanto impraticabile. Scrivere una legge elettorale peggiore di quella attuale è, certamente, una missione impossibile. Ma l’idea di comporre, in qualche mese, orientamenti e interessi apertamente divergenti, anche fra partiti dello stesso schieramento, lo è altrettanto.

Se non al prezzo di compromessi improbabili. Col rischio di passare dal “porcellum” al “pasticcium”. Per questo conviene essere realisti. La campagna elettorale è già cominciata (anche se non è mai finita). Difficile credere a governi di “pacificazione”. Visto il clima politico di questa breve legislatura, la stessa formula appare sarcastica. Una presa in giro. Neppure le associazioni economiche, che pure hanno sostenuto questa esigenza, ci credono davvero. Al più, auspicano, come ha fatto ieri Montezemolo, una fase costituente. Ma “dopo” le elezioni.

Tuttavia, sbaglia chi vede nel voto una svolta, in grado di scuotere l’opinione pubblica. Un colpo di cancellino e via: il passato è passato. Si ricomincia daccapo. In effetti, dubitiamo che ciò possa avvenire. E, a nostro avviso, ne dubitano gli stessi italiani. I quali guardano al prossimo voto senza troppe illusioni. D’altronde, voltar pagina potrebbe significare il ritorno, due anni dopo, della stessa coalizione che ha governato il Paese dal 2001 al 2006. Un uomo solo al comando: Silvio Berlusconi. E intorno Fini, Casini, Bossi. Magari insieme ad alcune “new entries”: Mastella e Dini.

Insomma: il nuovo che avanza. Difficile che questa prospettiva possa restituire speranza ai cittadini. Come era avvenuto nel 2001, quando, davvero, molti italiani si affidarono al Cavaliere perché, dopo tanti sacrifici, volevano finalmente essere felici. Pochi anni e la speranza finì sepolta sotto una valanga di delusione. Da cui Prodi e il governo di centrosinistra non sono riusciti a liberarli. Al contrario. Tuttavia, pensare che gli italiani possano affrontare con entusiasmo la prossima scadenza elettorale. Che ritengano sul serio la CdL (divisa da ambizioni personali e di partito, ma unita dal “porcellum” e dal Cavaliere) capace di cambiare l’Italia, rilanciare l’economia, ricucire gli strappi della società, ricostruire un clima di fiducia.

Sembra sinceramente troppo. Diciamo, allora, che gli italiani si sono adattati a vivere questa “vita in diretta”. On-line. Come su Internet. Dove navighi a vista, visiti siti e incontri persone, comunichi e giochi. Poi, quando sei stanco, spegni e riaccendi. Se il computer non funziona, resetti. E ricominci. Tutto come prima.

Siamo un Paese attraversato da “passioni apatiche”. Scosso da emozioni sterili. Arrabbiato per default. Si va al voto, si reclamano elezioni subito, senza illudersi che serva veramente. Che le cose possano cambiare sostanzialmente. Un po’ come i processi infiniti, che vanno in onda a tempo pieno e si svolgono sotto gli occhi di tutti. Un tempo erano confinati in uno spazio dedicato: “un giorno in pretura”. Poi si sono trasferiti “tutti i giorni da Vespa, Mentana e Cucuzza”.

Con i protagonisti presenti, al gran completo: avvocati, imputati, testimoni, magistrati, psicologi, preti, criminologi, criminali, giornalisti, esperti. Affiancati da politici, veline e cuochi. I processi e le indagini si svolgono in diretta, sui media, perché non importa giungere a una soluzione. Scoprire i colpevoli. Anzi: è vero il contrario. Infatti, spesso, raggiunto il successo mediatico, i casi certi diventano incerti. I colpevoli predestinati diventano presunti e poi neppure quello. Cogne, Garlasco, Perugia. Oggi perfino Erba. Il che, da un certo punto di vista, è bene. Perché è giusto che la giustizia sia giusta. Ma il problema è un altro. Le persone si sono abituate al caso insoluto. O meglio ancora: il caso – personaggi e interpreti – per loro diventa più interessante della soluzione. “Passioni apatiche”. Appunto.

Questo Paese dei casi insoluti, dei governi incompiuti, delle transizioni eterne. (Dopo 16 anni è lecito definire l’Italia una “Repubblica transitoria”). Ormai assiste all’esplosione di emergenze che diventano normali. Guarda Napoli, sepolta dai rifiuti. Da settimane, mesi. E immagina che lo sarà ancora: fra settimane e mesi. (Tanto più, visto che il disgusto e la protesta costituiranno importanti temi di campagna elettorale, determinanti ai fini del risultato).

Così gli scandali, sollevati a colpi di intercettazioni pubblicate e riprodotte sui media. Interpretate in tv, come fiction. Ormai ritornano, a ritmo regolare. E investono, in modo bipolare, destra e sinistra. Per cui nessuno, ormai, crede che verranno davvero risolti. Che si giungerà a una soluzione definita e definitiva. Che qualcuno pagherà. Un po’ come la grande enfasi sulla Casta. Che infuria da mesi e mesi. Contro i privilegi della politica e della sottopolitica. Dei politici e dei sottopolitici. Che abitano le stanze del Palazzo e delle palazzine di provincia.

Fin qui, è servita a produrre best-seller editoriali, a elevare gli indici di ascolto delle trasmissioni televisive, a generare una miriade di blog e di meet-up di denuncia e protesta. E a promuovere manifestazioni partecipate e indignate. Con il risultato che alle prossime elezioni voteremo con la stessa legge elettorale, per liste decise dalle segreterie nazionali, senza possibilità di scelta per i cittadini. In altri termini: passeremo dalla Casta alla Casta.

Questa rabbia sterile e diffusa: invade la vita quotidiana e contamina il linguaggio. Fino a divenire un genere, uno stile di comunicazione. Fa vendere giornali e alza l’audience delle trasmissioni. La denuncia gridata, personalizzata, senza soluzione di continuità, a lungo andare, mitridatizza tutti. Perché ci si assuefa, in fondo. A questo mondo di ladri e malviventi. Veri e presunti. Inseguiti dagli inviati di Striscia e delle Iene. Intercettati da servizi segreti e agenzie private. Denunciati sui media, da cui ottengono spazio e visibilità. Fino a divenire, a loro volta, protagonisti. Eroi. Negativi: ma pur sempre eroi. Al centro della scena.

Questa protesta che dilaga ovunque, senza trovare soluzione. Sbocco. Quasi un fenomeno espressivo: si protesta per liberare il risentimento che sentiamo dentro di noi. Ma non per “ottenere”. Al massimo per “impedire”. Per porre e imporre veti. Rassegnandosi, però, a non cambiare.

Queste “passioni apatiche”: generano una società impassibile. Che accetta le divisioni, perfino le contrapposizioni più radicali, senza reazioni forti. Pensiamo alle tensioni territoriali, alla frattura tra Nord e Sud. Aveva suscitato mobilitazioni violente, quindici anni fa, sulla spinta della Lega. Oggi sono date per scontate. A Nord: i cittadini vivono e gli imprenditori producono “come se” Roma non ci fosse. Votano Lega o Forza Italia. Per inerzia. Mentre in gran parte del Mezzogiorno prevale la rassegnazione ad essere tornati “Sud”. Periferia economica e sociale. Che usa la politica come una risorsa particolarista e localista.

Più della legge elettorale, delle elezioni anticipate, del “porcellum” e del governo tecnico, è questo cielo grigio, è l’atmosfera uggiosa di questi giorni, che ci preoccupa maggiormente. Questo scenario in cui ciascuno è indotto ad arrangiarsi (l’arte in cui gli italiani riescono meglio – secondo gli italiani stessi). Questo Paese del mah… (“Come ti va?”. “Mah…”).
E ci preoccupa, personalmente, l’impressione di scrivere, da tempo, lo stesso articolo. Con parole neppure troppo diverse. Di tratteggiare la stessa mappa, una settimana dopo l’altra. Probabilmente, la “passione apatica”, dopo un’osservazione prolungata e ravvicinata, ha contagiato anche noi.

Dopo aver trascorso troppo tempo a fare diagnosi, promettiamo, da domani, di interrogarci anche sulle terapie. Sapendo, però, che accettare e riconoscere la malattia è la prima condizione per guarire. L’altra, più difficile, è voler guarire davvero.

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