Archivio per 3 febbraio 2008

Il bipolarismo che favorisce solo SIlvio

(2 Feb 08)

Emanuele Macaluso
Nei partiti di centrodestra si sono verificate due scissioni, con motivazioni e obiettivi diversi, il cui significato va però segnalato. Mi riferisco a Storace e Santanchè che hanno fondato un partito più a destra di An, più legato alla tradizione fascio-missina staccandosi dalla destra moderata di An, per ruotare nell’orbita del “centrista liberaldemocratico” Berlusconi. Un capolavoro. Ora però Fini, Storace, Santanchè, la Mussolini, Rauti ecc. si ritrovano tutti nella Casa delle “Libertà”. Le parole non hanno più senso. Diverso è il caso di Tabacci e Baccini che si sono staccati da Casini proprio per non ruotare più, come aveva dichiarato Casini, attorno al Cavaliere. Il rientro nella casa berlusconiana dell’Udc testimonia la difficile ipotesi centrista.

Ma Tabacci e Baccini, con Pezzotta e altri possono aggregare una forza di centro se resta in piedi il bipolarismo coatto? Difficile. Ma questo travaglio al centro mette in evidenza l’errore di Veltroni di puntare sul bipolarismo coatto, anche se il Pd si presenta da solo. Beneficiario è solo Berlusconi. I processi politici, caro Walter, a volte contraddicono desideri e disegni e bisognerebbe pigliarne atto, altrimenti si sbatte la testa al muro.

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Battetevi bene e buona fortuna

(3 Feb 08)

Eugenio Scalfari

Zapatero e i Vescovi di Spagna. Anche lì sono imminenti le elezioni dopo un quadriennio di ininterrotto governo. Le faranno all’inizio di marzo, un mese prima di noi che andremo a votare a metà aprile se come sembra tra lunedì e martedì Marini tornerà al Quirinale per comunicare al Presidente che non c’è altra via al di fuori del voto anticipato con questa schifosa legge elettorale.

Perciò Zapatero e i vescovi di Spagna possono essere utili come esempio. In Spagna votarono quattro anni fa con una buona legge che ha dato maggioranze solide e stabilità di governo. Zapatero prese impegni con gli elettori e li mantenne rigorosamente, dal ritiro del corpo di spedizione in Iraq ai matrimoni omosessuali, dalle trattative con l’Eta all’educazione civile nelle scuole, alla struttura federale dello Stato, a provvedimenti economici di stimolo alla crescita del Paese. Adesso presenta il suo bilancio per essere riconfermato o sostituito.

I vescovi di Spagna, dopo aver mobilitato la piazza, nei giorni scorsi hanno diffuso una sorta di manifesto politico nel quale, dopo aver premesso che i programmi elettorali non sono neutrali rispetto ai problemi della fede e della morale e che quindi la Chiesa è autorizzata a giudicarli, hanno elencato uno per uno tutti i punti di dissenso da quanto il governo ha realizzato e da quanto si propone di fare nella prossima legislatura. A conclusione di questo severissimo esame hanno invitato i cattolici a votare contro quei partiti e quei candidati che condividano quello “scempio” delle coscienze cristiane.

La risposta di Zapatero è stata al tempo stesso sobria, rispettosa e fermissima.

Ha detto che i vescovi hanno diritto e libertà di parola, ha ribadito il suo rispetto verso la Chiesa ed ha concluso con la riaffermazione di tutto quanto ha fatto e si propone di fare se vincerà, ricordando che le leggi approvate dal governo e dalle Cortes sono vincolanti per tutti indipendentemente dalla fede religiosa e da altre differenze di genere e di luogo. Il popolo sovrano deciderà perché questa è la democrazia.

Presumo che sua eminenza Ruini si sia congratulato con i suoi colleghi di Spagna che sono entrati a piede dritto nella politica del loro Paese dando indicazioni esplicite di voto. Presumo che anche il Papa si sia compiaciuto della combattività dell’episcopato di Spagna; infatti la Santa Sede non ha manifestato alcuna riserva sulle sue iniziative.

In Italia il linguaggio dell’episcopato è stato appena più cauto. Le interferenze politiche non sono mancate, abbiamo anzi assistito al loro moltiplicarsi anche se non siamo ancora arrivati ad una vera e propria dichiarazione di voto elettorale. Non ancora. E la ragione è facilmente spiegabile. Qui da noi la classe politica è molto più malleabile in confronto alla nettezza del governo socialista spagnolo. Qui basta ed avanza che la Cei aggrotti il sopracciglio per indurre all’obbedienza il laicato, cattolico e non cattolico. Ma si può stare certi che se ci fosse alla testa di un governo e di una maggioranza uno Zapatero italiano, sarebbe guerra aperta con la gerarchia vescovile assai più acerba di quanto oggi non avvenga.

Mi domando se sia un bene od un male. Abbiamo già tanti problemi e tante anomalie da sconsigliare un fronte caldo con la Chiesa. Ma per converso mi domando anche se i compromessi al ribasso con le pretese della gerarchia ecclesiastica non indeboliscano la coscienza democratica lasciando che i diritti civili abbiano una protezione così limitata e precaria quando non siano semplicemente impediti e negati. Sono anche convinto che i cattolici debbano sentirsi a casa loro nella democrazia italiana a condizione che i laici non ne divengano estranei e marginali.

La democrazia senza i cattolici sarebbe impensabile in un Paese come il nostro, ma senza i laici cesserebbe di esistere se è vero che laicità e democrazia sono sinonimi.

Incito perciò i laici ad affermare e sostenere a testa alta e a piena voce i propri valori e le proprie ragioni e le forze democratiche a non vergognarsi di esserlo. Anche questo è un modo di porsi nella campagna elettorale che sta per cominciare.

* * *

La campagna elettorale di Berlusconi e dei suoi soci avrà i toni consueti e la consueta distribuzione delle parti. La voce dominante sarà, come sempre è avvenuto e come è giusto che sia, quella del Capo. Gli argomenti sono scontati: il disastro del governo Prodi (utilissimo per loro il fatto che Prodi sia ancora e fino a dopo il voto il titolare di Palazzo Chigi), le tasse da abbattere a cominciare dall’Ici, i comunisti da espellere dal circuito politico, la Chiesa da soddisfare in tutte le sue richieste, l’economia da rilanciare.

Ma ci sarà un tema nuovo sul quale sia Berlusconi sia Casini (gli altri non so) batteranno molto; un tema seduttivo: la nuova legislatura guidata dal centrodestra avrà caratteristiche “costituenti”. Farà le riforme istituzionali, farà una nuova legge elettorale, assocerà l’opposizione sul modello Sarkozy-Attali. Chiamerà a collaborare i cervelli migliori e le migliori energie senza badare ai colori di bandiera. Gianni Letta come vessillo.

Il programma è questo. I soci maggiori si sono già spartiti le cariche: Fini alla presidenza della Camera, Casini agli Esteri. Letta dove la sua presenza “pacificatrice” sarà più utile. Alla presidenza della Rai un uomo “morbido” di centrosinistra con maggioranza targata centrodestra. Tutto come prima, ma in clima “bipartisan”.

C’è da credere? Me l’hanno chiesto l’altro giorno anche i colleghi del New York Times che stavano lavorando proprio su questo tema: un Berlusconi nuovo di zecca, ravveduto, mite, senza vendette, dedito una volta tanto all’interesse del Paese prima che alle leggi “ad personam”. Un Berlusconi liberale nei fatti e non solo nella parole. Ci credete? Ci crediamo? Vorrei accantonare le antipatie e le simpatie e rispondere sulla base di analisi dei fatti e dell’esperienza.

E’ difficile che un uomo di settant’anni cambi carattere. Difficile anche se non impossibile. Berlusconi vuole essere amato, questo è sempre stato il tratto distintivo del suo carattere. Lui si ama molto ma l’amore degli altri gli è indispensabile. Il suo populismo e la sua innata demagogia sono nutriti dall’amore verso di sé e dal bisogno di conquistare gli altri. E’ anche molto furbo e perciò consapevole di questi suoi istinti che sa guidare e mettere a frutto. Perciò non prenderà mai provvedimenti impopolari.

Volete i fatti? Eccone qualcuno. L’immondizia a Napoli è esplosa durante i diciotto mesi del governo Prodi ma ha radici più antiche che risalgono al quinquennio berlusconiano. La Tav e l’insorgenza in Val d’Aosta è tutta nata sotto il governo 2001-2006; la stessa cosa per la base Usa a Vicenza. Stessa cosa per la crisi dell’Alitalia. Non parliamo delle liberalizzazioni: non ne ha fatta nemmeno mezza. E non parliamo della finanza pubblica: è andato avanti a botte di condoni. La Banca d’Italia una settimana fa ha esaminato il risultato di quei condoni e la sentenza di Draghi è stata questa: nel periodo considerato il reddito dei lavoratori autonomi è aumentato il doppio di quello dei lavoratori dipendenti. Inutile dire il perché di questo colossale spostamento di risorse.

Riformare questo stato di cose è difficile, suscita malcontento e quindi impopolarità. Ecco perché queste riforme Berlusconi non le farà se vincerà nel 2008 come non le ha fatte nel quinquennio 2001-2006.
Neppure Sarkozy le farà, che per alcuni rilevanti aspetti gli somiglia anche se il suo potere è molto più ampio e solido di quello di Berlusconi.

Sarkozy ha nominato una commissione di studio presieduta da un uomo intellettualmente fascinoso e socialista. La commissione Attali ha presentato pochi giorni fa il suo dossier al presidente della Repubblica francese. Le farà quelle riforme? Seguirà quei suggerimenti? Tra di essi campeggia quello di abolire la “funzione pubblica”, che significa abbattere uno dei cardini dello Stato francese e della pubblica amministrazione. Non sarà una passeggiata perché anche Sarkozy come Berlusconi vuole essere amato. E non soltanto da Carla Bruni.

* * *

Ho ascoltato l’altra sera nella trasmissione del Tg1 il mio amico Paolo Mieli, direttore del Corriere della Sera in un dibattito con Pisanu, Rutelli e Casini. Solite schermaglie sul governo Prodi e sulle elezioni ad aprile oppure a giugno.

Non entrerò in questa ormai stucchevole disputa della quale tutto è stato detto salvo una cosa peraltro evidente: al centrodestra conviene votare al più presto, quando ancora l’emozione “liberatoria” suscitata dalla caduta del governo Prodi è intensa. Tre mesi di più sembrano pochi ma possono far sbollire quell’emozione e fare emergere una realtà ancora nascosta: che quel governo ha operato molto meglio di quanto non sia apparso. Il commissario europeo Almunia ha già cominciato ad ammetterlo.

Il tempo è galantuomo e anche tre mesi in più rappresentano in questo momento un rischio per Berlusconi.

Comunque non è di questo che voglio occuparmi ma di un’opinione del direttore del Corriere su una questione molto importante: quella della continuità della politica economica e finanziaria.

Ha detto Mieli che i risultati in questo essenziale settore realizzati da Prodi e da Padoa-Schioppa (bisognerebbe aggiungere il nome di Vincenzo Visco che è l’autore di interventi tecnici decisivi) sono stati molto positivi; ha citato anche lui il favorevole giudizio della Commissione europea; ha aggiunto che questi risultati si sono anche giovati di quanto aveva fatto in precedenza il ministro del Tesoro Tremonti conducendo una politica economica e finanziaria analoga a quella poi attuata da Padoa-Schioppa ed ha continuato infine affermando che ci sarà piena continuità tra Padoa-Schioppa e il futuro Tremonti così come ci fu continuità tra il Tremonti della precedente legislatura e il Padoa-Schioppa che seguì.

Caro Mieli, amico mio, la continuità si può auspicare ma non inventare.

Se c’è un settore dove la discontinuità è stata pressoché totale è proprio quello tra Prodi e Berlusconi, tra Padoa-Schioppa e Tremonti. Le consegne del maggio 2006 furono un avanzo delle partite correnti azzerato, un’evasione fiscale al massimo livello, un debito pubblico accresciuto, un deficit rispetto ai parametri di Maastricht del 4,1 per cento, una crescita del Pil a livello zero.

Le consegne che Padoa-Schioppa farà, se Berlusconi vincerà, saranno: una diminuzione del debito pubblico e del fabbisogno finanziario, la ricostruzione dell’avanzo delle partite correnti, il deficit ridotto dal 4,1 al 2 per cento (attualmente siamo addirittura scesi all’1,3), una pacificazione mai raggiunta finora tra il fisco e alcuni milioni di piccoli e medi contribuenti con nuovi studi di settore e nuove semplificazioni burocratiche; infine una riduzione cospicua dell’evasione fiscale. Le tasse? Il gettito è aumentato senza una sola nuova imposta né modifica e rialzo di aliquote, anzi con sei miliardi di euro in favore delle imprese con l’abbattimento dell’Irap e dell’Ires.

Come vedi, caro Mieli, la discontinuità è stata totale nella politica economica dei due governi. Non so se Tremonti si sia convertito alla linea Padoa-Schioppa-Visco. Non mi pare, purtroppo. Tremonti è uno di quelli che crede di avere sempre ragione e lo spiega in ogni occasione. Anche lui si ama moltissimo ma non riesce ad essere amato per mancanza di umiltà.

* * *

Domani o al massimo dopodomani Marini rinuncerà. Le Camere saranno sciolte. La vittoria del centrodestra ad aprile è già scritta.

Ne siete sicuri? Per la terza volta la maggioranza degli italiani sarà con lui? E’ vero che il centrosinistra ha fatto il possibile e l’impossibile per rimetterlo in sella, ma nonostante tutto non sono così convinto che vincerà.

Credo che il Partito democratico e Veltroni siano pienamente in partita sul terreno di gara ed abbiano carte forti da giocare. Si presentino da soli con un programma di pochi punti, concreti e precisi. Procedano con coraggio, onestà, trasparenza. Facce giovani e nuove senza rinunciare all’esperienza dei vecchi quando sia stata positiva.

Se saranno sconfitti cadano in piedi e lavorino per il futuro. E buona fortuna.

(3 febbraio 2008)

Passioni apatiche nel Paese del mah

(3 Feb 08)

Ilvo Diamanti

Mancheranno due mesi e mezzo alle elezioni. Giorno più, giorno meno. L’incarico esplorativo affidato a Marini dal presidente Napolitano, allo scopo di formare un governo tecnico che riformi il sistema elettorale, risponde a un fine giusto quanto impraticabile. Scrivere una legge elettorale peggiore di quella attuale è, certamente, una missione impossibile. Ma l’idea di comporre, in qualche mese, orientamenti e interessi apertamente divergenti, anche fra partiti dello stesso schieramento, lo è altrettanto.

Se non al prezzo di compromessi improbabili. Col rischio di passare dal “porcellum” al “pasticcium”. Per questo conviene essere realisti. La campagna elettorale è già cominciata (anche se non è mai finita). Difficile credere a governi di “pacificazione”. Visto il clima politico di questa breve legislatura, la stessa formula appare sarcastica. Una presa in giro. Neppure le associazioni economiche, che pure hanno sostenuto questa esigenza, ci credono davvero. Al più, auspicano, come ha fatto ieri Montezemolo, una fase costituente. Ma “dopo” le elezioni.

Tuttavia, sbaglia chi vede nel voto una svolta, in grado di scuotere l’opinione pubblica. Un colpo di cancellino e via: il passato è passato. Si ricomincia daccapo. In effetti, dubitiamo che ciò possa avvenire. E, a nostro avviso, ne dubitano gli stessi italiani. I quali guardano al prossimo voto senza troppe illusioni. D’altronde, voltar pagina potrebbe significare il ritorno, due anni dopo, della stessa coalizione che ha governato il Paese dal 2001 al 2006. Un uomo solo al comando: Silvio Berlusconi. E intorno Fini, Casini, Bossi. Magari insieme ad alcune “new entries”: Mastella e Dini.

Insomma: il nuovo che avanza. Difficile che questa prospettiva possa restituire speranza ai cittadini. Come era avvenuto nel 2001, quando, davvero, molti italiani si affidarono al Cavaliere perché, dopo tanti sacrifici, volevano finalmente essere felici. Pochi anni e la speranza finì sepolta sotto una valanga di delusione. Da cui Prodi e il governo di centrosinistra non sono riusciti a liberarli. Al contrario. Tuttavia, pensare che gli italiani possano affrontare con entusiasmo la prossima scadenza elettorale. Che ritengano sul serio la CdL (divisa da ambizioni personali e di partito, ma unita dal “porcellum” e dal Cavaliere) capace di cambiare l’Italia, rilanciare l’economia, ricucire gli strappi della società, ricostruire un clima di fiducia.

Sembra sinceramente troppo. Diciamo, allora, che gli italiani si sono adattati a vivere questa “vita in diretta”. On-line. Come su Internet. Dove navighi a vista, visiti siti e incontri persone, comunichi e giochi. Poi, quando sei stanco, spegni e riaccendi. Se il computer non funziona, resetti. E ricominci. Tutto come prima.

Siamo un Paese attraversato da “passioni apatiche”. Scosso da emozioni sterili. Arrabbiato per default. Si va al voto, si reclamano elezioni subito, senza illudersi che serva veramente. Che le cose possano cambiare sostanzialmente. Un po’ come i processi infiniti, che vanno in onda a tempo pieno e si svolgono sotto gli occhi di tutti. Un tempo erano confinati in uno spazio dedicato: “un giorno in pretura”. Poi si sono trasferiti “tutti i giorni da Vespa, Mentana e Cucuzza”.

Con i protagonisti presenti, al gran completo: avvocati, imputati, testimoni, magistrati, psicologi, preti, criminologi, criminali, giornalisti, esperti. Affiancati da politici, veline e cuochi. I processi e le indagini si svolgono in diretta, sui media, perché non importa giungere a una soluzione. Scoprire i colpevoli. Anzi: è vero il contrario. Infatti, spesso, raggiunto il successo mediatico, i casi certi diventano incerti. I colpevoli predestinati diventano presunti e poi neppure quello. Cogne, Garlasco, Perugia. Oggi perfino Erba. Il che, da un certo punto di vista, è bene. Perché è giusto che la giustizia sia giusta. Ma il problema è un altro. Le persone si sono abituate al caso insoluto. O meglio ancora: il caso – personaggi e interpreti – per loro diventa più interessante della soluzione. “Passioni apatiche”. Appunto.

Questo Paese dei casi insoluti, dei governi incompiuti, delle transizioni eterne. (Dopo 16 anni è lecito definire l’Italia una “Repubblica transitoria”). Ormai assiste all’esplosione di emergenze che diventano normali. Guarda Napoli, sepolta dai rifiuti. Da settimane, mesi. E immagina che lo sarà ancora: fra settimane e mesi. (Tanto più, visto che il disgusto e la protesta costituiranno importanti temi di campagna elettorale, determinanti ai fini del risultato).

Così gli scandali, sollevati a colpi di intercettazioni pubblicate e riprodotte sui media. Interpretate in tv, come fiction. Ormai ritornano, a ritmo regolare. E investono, in modo bipolare, destra e sinistra. Per cui nessuno, ormai, crede che verranno davvero risolti. Che si giungerà a una soluzione definita e definitiva. Che qualcuno pagherà. Un po’ come la grande enfasi sulla Casta. Che infuria da mesi e mesi. Contro i privilegi della politica e della sottopolitica. Dei politici e dei sottopolitici. Che abitano le stanze del Palazzo e delle palazzine di provincia.

Fin qui, è servita a produrre best-seller editoriali, a elevare gli indici di ascolto delle trasmissioni televisive, a generare una miriade di blog e di meet-up di denuncia e protesta. E a promuovere manifestazioni partecipate e indignate. Con il risultato che alle prossime elezioni voteremo con la stessa legge elettorale, per liste decise dalle segreterie nazionali, senza possibilità di scelta per i cittadini. In altri termini: passeremo dalla Casta alla Casta.

Questa rabbia sterile e diffusa: invade la vita quotidiana e contamina il linguaggio. Fino a divenire un genere, uno stile di comunicazione. Fa vendere giornali e alza l’audience delle trasmissioni. La denuncia gridata, personalizzata, senza soluzione di continuità, a lungo andare, mitridatizza tutti. Perché ci si assuefa, in fondo. A questo mondo di ladri e malviventi. Veri e presunti. Inseguiti dagli inviati di Striscia e delle Iene. Intercettati da servizi segreti e agenzie private. Denunciati sui media, da cui ottengono spazio e visibilità. Fino a divenire, a loro volta, protagonisti. Eroi. Negativi: ma pur sempre eroi. Al centro della scena.

Questa protesta che dilaga ovunque, senza trovare soluzione. Sbocco. Quasi un fenomeno espressivo: si protesta per liberare il risentimento che sentiamo dentro di noi. Ma non per “ottenere”. Al massimo per “impedire”. Per porre e imporre veti. Rassegnandosi, però, a non cambiare.

Queste “passioni apatiche”: generano una società impassibile. Che accetta le divisioni, perfino le contrapposizioni più radicali, senza reazioni forti. Pensiamo alle tensioni territoriali, alla frattura tra Nord e Sud. Aveva suscitato mobilitazioni violente, quindici anni fa, sulla spinta della Lega. Oggi sono date per scontate. A Nord: i cittadini vivono e gli imprenditori producono “come se” Roma non ci fosse. Votano Lega o Forza Italia. Per inerzia. Mentre in gran parte del Mezzogiorno prevale la rassegnazione ad essere tornati “Sud”. Periferia economica e sociale. Che usa la politica come una risorsa particolarista e localista.

Più della legge elettorale, delle elezioni anticipate, del “porcellum” e del governo tecnico, è questo cielo grigio, è l’atmosfera uggiosa di questi giorni, che ci preoccupa maggiormente. Questo scenario in cui ciascuno è indotto ad arrangiarsi (l’arte in cui gli italiani riescono meglio – secondo gli italiani stessi). Questo Paese del mah… (“Come ti va?”. “Mah…”).
E ci preoccupa, personalmente, l’impressione di scrivere, da tempo, lo stesso articolo. Con parole neppure troppo diverse. Di tratteggiare la stessa mappa, una settimana dopo l’altra. Probabilmente, la “passione apatica”, dopo un’osservazione prolungata e ravvicinata, ha contagiato anche noi.

Dopo aver trascorso troppo tempo a fare diagnosi, promettiamo, da domani, di interrogarci anche sulle terapie. Sapendo, però, che accettare e riconoscere la malattia è la prima condizione per guarire. L’altra, più difficile, è voler guarire davvero.

Casini: attento Silvio qui nessuno stravince

(3 Feb 08)

Antonella Rampino

Casini è convinto che il centro destra tornerà al governo

“Dovremo lavorare per il Paese,non contro l’avversario”

«Ha ragione Luca di Montezemolo, se si andrà alle elezioni, come io credo, poi ci vorrà una legislatura costituente. E’ tale la mole dei problemi da affrontare che occorrerà lavorare per il Paese, e non contro l’avversario. E dovrà essere così sin dalla campagna elettorale, senza nessun fuoco d’artificio…». A questo punto del ragionamento però, se si chiede a Pier Ferdinando Casini se anche Berlusconi terrà il medesimo atteggiamento, si sente un sospiro, «speriamo… Ma non troppo però, sennò brucia la mia, di campagna elettorale». Poi il gran capo dell’Udc rinfodera il sorriso: «Dovremo fare una nuova legge elettorale, ma anche profonde riforme istituzionali, discutendo anche del semipresidenzialismo di cui nei mesi scorsi Veltroni ha parlato. E poi le riforme economiche, il nucleare…».

Un momento, Casini. Lei andrà al governo con Berlusconi…
«Vedremo. È finita una fase, quella della precedente Cdl, adesso le riforme dovranno essere fatte con consenso del centrosinistra».

Con quali punti qualificanti? Una nuova legge sul conflitto d’interessi? Proibendo alla magistratura le intercettazioni?
«L’agenda del governo la stabiliremo insieme. Anche il conflitto d’interessi andrà affrontato, certo, come la risistemazione del sistema televisivo. Ma senza strumentalizzazioni, né legiferando contro qualcuno, come purtroppo il centrosinistra ha minacciato per anni. Serenamente, si dovrà però anche discutere della privatizzazione di un canale Rai. Quanto alle intercettazioni, nessuno è cosi cretino da pensare di vietarle alla magistratura, ma è necessario prendere atto che in Italia ci sono veri e proprio abusi».

Berlusconi fino a poco fa vi dava degli ectoplasmi, e adesso lei fa retromarcia e torna suo alleato…
«A me Berlusconi non ha mai dato dell’ectoplasma, l’ectoplasma era la Cdl, secondo lui. È da un anno e mezzo che combatto questo bipolarismo muscolare costruito sulla demonizzazione degli avversari, ho fatto di tutto per una legge elettorale alla tedesca, anche cercando di farla varare a maggioranza: c’era Prodi a Palazzo Chigi e mi sono sentito rispondere da Veltroni che senza Berlusconi non era ipotizzabile una nuova legge elettorale… Adesso sono necessitato a fare un’alleanza con chi è alternativo alla sinistra. Con Berlusconi i rapporti sono politici: le differenze permangono, ma mi pare ci sia da parte sua una consapevolezza nuova sulle modalità con cui affrontare la crisi del Paese».

Ma reggerete, una volta al governo, o sarà di nuovo verifica continua?
«Io lavoro perché quelle modalità si concretizzino. Certo a suo tempo la Cdl ha governato cinque anni, mentre l’ultima legislatura che il centrosinistra è riuscito a completare ha visto a Palazzo Chigi tre premier. In questo valzer che è diventata la politica italiana, io non evoco le elezioni, prendo atto che non c’è altra strada. E vorrei sottolineare che qui non c’è nessuno in grado di stravincerle. Al massimo ci sarà qualcuno che le vince».

L’Udc come sta?
«Io oggi ho riunito per i sondaggi i miei pubblicitari, e ho visto che in tutt’Europa a due mesi dalle elezioni uno dei due poli è in vantaggio del 10-12 per cento, ma più si avvicina il voto più quel margine si assottiglia. Sull’Udc sono tranquillo. Tutti i sondaggi ci danno al 5, 6, 7, ma noi siamo fisiologicamente così. Sono molto sereno, andremo bene».

E le faide interne? Perdete pezzi, con Tabacci e Baccini. E Cuffaro condannato, lo ricandiderà?
«Questo lo decideremo insieme, e non è affatto escluso che si ricandidi. Per noi è importante che siano state escluse le collusioni con la mafia, e che valga il principio d’innocenza fino al terzo grado di giudizio. Senza il quale, faccio notare, avremmo Giulio Andreotti condannato a 24 anni, come da sentenza di primo grado a Perugia. Certo, ci sono stati i cannoli… Ma anche quel vergognoso “Annozero”, in cui Santoro ha abbinato le mie frasi contro la mafia alle immagini della strage di Capaci. Fortuna che gli italiani mi conoscono».

Mele sarà ricandidato?
«E come sarebbe possibile? Non è più neanche nell’Udc… Quanto a Tabacci e Baccini, penso che in un partito ci si sta, avendo le proprie idee, se si rema tutti nella stessa direzione. Questi amici invece da mesi remavano in direzione opposta. Mi spiace vadano verso una terra di nessuno, perché non credo si farà la Rosa Bianca. Tabacci è un uomo intelligente, ma confonde i desideri con la realtà… Comunque, alcuni vanno, altri vengono. Non credo che Adornato sia meno intelligente di Tabacci, per dire».

Adornato, così adesso l’Udc ha anche un quotidiano, «Liberal».
«Questo lo definiremo, ma il lavoro culturale, serio, che Adornato potrà fare nel nostro partito è molto importante. E Liberal è una tribuna molto intelligente».

Lei l’altro giorno ha stigmatizzato il trasformismo come massimo male. Vuol dire che non farà alleanza con Mastella?
«Non ho detto niente che gli italiani non sappiano. Questa è una mia idea da sempre, soprattutto chi è impegnato all’opposizione non può trasmigrare verso la maggioranza per prendersi qualche poltrona. Sommessamente faccio notare che Mastella in questo caso la poltrona l’ha persa, non guadagnata».

Perchè l’Italia è lontana dall’Europa

(3 Feb 08)

Barbara Spinelli

Non è la prima volta che gli italiani e i loro politici, quando arrivano al culmine della scontentezza di sé, guardano oltre le proprie frontiere e credono di trovarvi straordinari modelli di governo o straordinari uomini-guida: da invidiare o corteggiare, adorare e imitare. Oggi sono alcuni nomi che suscitano questi sentimenti d’invidia e adorazione, perché negli animi c’è sete di nomi più che di programmi, di uomini forti più che di istituzioni durevoli.

Se solo avessimo un Sarkozy, se solo avessimo Angela Merkel, potremmo curare tanti nostri mali, se non tutti. Potremmo fare come il primo, che ha inventato la parola d’ordine della rottura e le ha dato sostanza aprendo il governo a personalità di valore del campo avversario. Potremmo fare come la seconda, che dal 2005 regna con la socialdemocrazia e ottiene con essa non pochi successi. Zapatero in Spagna non raccoglie consensi unanimi, perché il suo rapporto con la Chiesa è giudicato eterodosso, ma la costante sua tenacia risveglia analoga ammirazione emulativa. Guardare oltre le proprie frontiere e mettersi alla ricerca di esempi è un’attività che può aiutare, ma a condizione di guardare da vicino i modelli che s’inseguono e di provare a capire come funzionano e perché. È questo sguardo profondo che in Italia manca, non solo a governanti e oppositori ma alla maggior parte dei partiti e a chi nella società civile si occupa della cosa pubblica e l’influenza.

L’attrazione che proviamo verso Sarkozy o la Merkel o Zapatero nasce da un singolarissimo miscuglio di invidia, di esotismo, e di quella che i latini chiamavano incuriositas. L’Italia è enormemente affascinata da quello che accade in Europa, ma a queste realtà esterne non guarda con autentica voglia d’immedesimarsi, con curiosità di sapere e comprendere. L’estero ci ammalia ma in maniera del tutto frivola, approssimativa: lo sforzo di conoscerlo davvero, di accumulare informazioni e fatti, è tanto striminzito perché è al tempo stesso strumentale ed effimero. In queste condizioni gli esempi esterni sono inservibili, così come sono inservibili le discussioni sui sistemi elettorali altrui, di cui abbiamo fatto ormai una marmellata. L’Italia incuriosa non vede e non vuol vedere quel che fa la vera forza di Sarkozy, della Merkel, di Zapatero. Proviamo dunque a esaminare questi idoli, nella speranza che qualche curiosità non frettolosa si accenda.

Sarkozy, innanzitutto. È descritto come un politico dotato di notevoli muscoli: qualcosa che mancherebbe sciaguratamente in Italia. Sarkozy è brillante, attivo, inventivo, e inoltre possiede energie eccezionali e una volontà ferrea. Ma se si osserva da vicino la sua forza, si vedrà che i muscoli in Francia non sono nell’uomo, bensì nelle istituzioni. Naturalmente anche qui c’è impazienza di correggere le istituzioni, per il peso troppo marginale che conferiscono al Parlamento. Anche qui viene criticato un sistema elettorale – il maggioritario a due turni – che ha vistosi difetti: un personaggio centrista come Bayrou, ad esempio, non riesce a trovar spazio anche se molto popolare nei sondaggi. Nonostante questo Sarkozy è oggi un Presidente legittimato, incisivo: se lo è, è perché ha come spina dorsale la Quinta Repubblica, che De Gaulle decise di sostituire nel 1958 al regime instabile dei partiti e ai veti reciproci in Parlamento che caratterizzarono la cosiddetta Quarta Repubblica.

Quel che i francesi hanno, e che gli italiani non hanno, è una memoria vivissima dei propri errori passati: non solo quelli che risalgono alle guerre tra europei, ma quelli commessi nella democrazia postbellica. Le parole che Jean Monnet pronunciò a proposito dell’Europa valgono come regola di vita quotidiana della politica e spiegano anche il nascere della V Repubblica: «L’esperienza di ciascun uomo è qualcosa che sempre ricomincia da capo. Solo le istituzioni son capaci di divenire più sagge: esse accumulano l’esperienza collettiva e da questa esperienza, da questa saggezza, gli uomini sottomessi alle stesse regole potranno vedere non già come la propria natura cambi, ma come il proprio comportamento si trasformi gradualmente». È soprattutto l’istituzione che assicura il progresso, e che dà efficacia e tempi lunghi alle individualità.

Osservazioni simili si possono fare sulla Grande Coalizione di Angela Merkel: coalizione che nessuno dei protagonisti avrebbe voluto, nel 2005, ma che s’impose perché nessuno dei due aveva in parlamento una maggioranza, neppure d’un voto (con un voto in più sia la Merkel che Schröder avrebbero governato senza esser ritenuti illegittimi: anche questo consentono le regole tramutate in comune patrimonio). Se la Grande Coalizione oggi funziona, se è vissuta come strada impervia ma obbligata e obbligante, è perché in Germania esiste una cultura della stabilità, e un attaccamento a governi forti, le cui radici sono caparbie e resistenti. Anche qui c’è memoria vivissima di errori e peccati commessi in passato, su cui i tedeschi hanno meditato a lungo, producendo la stabilità economica e politica di cui si nutrono. C’è il ricordo di Weimar, con i suoi governi debolissimi e il peso abnorme esercitato da forze extraparlamentari. Ma ci sono anche le colpe accumulate negli anni della Repubblica federale: il dominio e protagonismo di singoli partiti, l’avidità di potere che prevale sugli obblighi di lealtà assunti davanti all’elettore. Sono vizi che sempre incombono, ma che stanno lì nell’animo dei tedeschi come memento non aggirabile.

È interessante osservare quel che sta succedendo dopo le elezioni in Assia e Bassa Sassonia: i democristiani scendono, e ai fianchi della socialdemocrazia si va formando una sinistra radicale che cresce a Est ma anche nei Länder occidentali. I socialdemocratici sono al bivio, e per evitare una grande coalizione devono decidere con chi allearsi (Verdi e Liberali, oppure nuova sinistra). Non si sa cosa accadrà, ma assai significativi sono i ragionamenti che vengono fatti da politici e commentatori. L’alleanza con la sinistra radicale è giudicata alla luce della storia, dunque dell’illiberale Germania comunista. Ma anche l’alleanza dei socialdemocratici con i Liberali crea imbarazzo, urta tabù. I Liberali hanno il diritto di cambiare alleanze, dopo aver promesso agli elettori di non farlo? Questo diritto non ce l’hanno, scrive la Frankfurter Allgemeine, perché «ancora grava su di essi l’etichetta di partito-voltagabbana (Umfallerpartei) attribuito loro nel 1961», quando il partito infranse la promessa di non governare mai più con Adenauer e si decise ad appoggiarlo, avendo ottenuto la garanzia di poterlo sostituire ai comandi dopo un certo tempo. A distanza di ben 47 anni, quel peccato di slealtà elettorale pesa ancora!

Zapatero, infine. Da quando è al potere, il Premier è impegnato in una lotta dura con la Chiesa, anche se più prudente di quel che viene raccontato. Anche qui la memoria conta, è un ingrediente del futuro che il Paese approva dopo il patto dell’oblio voluto da González: una memoria assente nella Chiesa, incapace di analizzare le sue responsabilità ai tempi di Franco, e su cui si fonda la popolarità di cui godono le misure laiche del Premier. Luigi La Spina nella sua inchiesta su La Stampa ha descritto bene la forza del leader spagnolo. Può anche darsi che Zapatero perda le elezioni, il 9 marzo. Ma la laicità non sarà abbandonata, e anche se la destra s’aggrappa alla Conferenza episcopale spagnola, priva com’è di idee e alle prese con una rivoluzione conservatrice americana fallita, «nessuno si sogna di cancellare tutte quelle riforme introdotte da colui che, in Italia, viene dipinto come un pericoloso mangiapreti» (La Stampa, 1 febbraio).

Questi esempi mostrano una realtà diversa da quella usualmente descritta. Non è vero in primo luogo che in Italia c’è un’overdose di commemorazioni: come ha scritto Arrigo Levi, ieri su questo giornale, la memoria è semmai troppo corta, e un futuro diverso è difficile perché abbiamo insufficiente ricordo del passato. La memoria è da noi un rito formale non perché sovrabbondi, ma perché è cagionevole, svogliata, e appunto incuriosa. Non sono solo fascismo e nazismo a insegnare poco. Non insegnano neppure le esperienze di Tangentopoli, i danni causati dall’abitudine così inestirpabile all’illegalità, all’impunità, ai particolarismi, alla violazione della Costituzione.

L’Italia «è un Paese senza memoria e verità», diceva Sciascia, e probabilmente è per cominciare a coniugare queste due virtù che una persona come Gherardo Colombo ha deciso nel febbraio 2007 di dimettersi da magistrato e di insegnare ai giovani la cultura della legalità che tanto ci manca. In Italia le colpe antiche e recenti non sono riconosciute come colpe, non c’è stata catarsi d’alcun tipo, e non stupisce dunque che non esista – come afferma Jacques Attali su La Repubblica – il ricambio di generazioni avvenuto altrove. Da errori e colpe si può uscire con l’uomo forte o con istituzioni e regole possenti, capaci di durare più degli uomini e di assorbire cambi di generazione anche bruschi. Imboccare questa seconda via non trasforma certo la natura delle persone ma – Monnet ha ragione – trasforma alla lunga i comportamenti e gradualmente ci darà non uomini forti, ma uomini nuovi.

Fini: la destra non capì il ’68

(3 Feb 08)

Andrea Garibaldi

«C i si emozionava sentendo Joan Baez, i Beatles, il nome dell’università di Berkeley, c’erano i figli dei fiori, il Piper, si portavano i capelli lunghi… E anche io me li lasciai crescere». Il meeting «Cambio di stagione, 1968-2008» si avviava senza scosse verso la fine, quando Gianfranco Fini è andato sul palco.

Ha venato la voce di qualche nostalgia per i suoi sedici anni e ha detto che nel ’68 «la Destra perse una grande occasione». Anziché capire le ragioni dei giovani — ha proseguito il presidente di An — la Destra difese l’esistente, si schierò con i baroni universitari, con i parrucconi». Brivido nella sala del Palazzo dei congressi all’Eur, dov’erano risuonati, per la mattina intera, toni duri contro ogni eredità del ’68. Senza sfumature erano state le parole di Josè Maria Aznar, già premier a Madrid, di Ferdinando Adornato, militante Pci, Forza Italia e ora Udc, organizzatore del convegno, di Pier Ferdinando Casini.

«C’era un magma — dice Fini —. Il desiderio di una società migliore. Una rivolta esistenziale. Un bisogno di senso, come dimostra la mobilitazione, due anni prima, per l’alluvione di Firenze. In un primo momento i contestatori non erano solo marxisti. Cultura liberale e cultura cattolica non furono in grado di capire che si contestava anche il comunismo con la sua negazione della libertà e dei diritti dell’uomo. Così, il ’68 non nacque a sinistra, ma finì a sinistra».

Poi, col Corriere , Fini sarà più preciso: «Se oggi esiste più attenzione per i diritti civili, per le donne, per le minoranze, questi sono lasciti del primo ’68». Non si ferma alla revisione della storia: «Esiste oggi una condizione giovanile paragonabile. Insoddisfazione. Quasi la “nausea” di Sartre. Di fronte, oggi come allora, una gerontocrazia imperante. E, ora più di allora, assenza di punti di riferimento: i giovani sono una “generazione tuareg”, come dice il titolo del libro di Francesco Delzìo, direttore dei giovani imprenditori di Confindustria. Nomadi in cerca, nel deserto».

Che dovrebbe fare il centrodestra per non reiterare l’errore? «Rimettere al centro i valori del primo ’68. L’uguaglianza, cioè parità di condizioni di partenza per tutti, per arrivare a una gerarchia meritocratica: da qui prese avvio il ’68 e poi degenerò nell’egualitarismo marxista. La libertà legata però all’autorità, altrimenti diviene licenza, anarchia. La responsabilità personale, mentre il ’68 approdò alla deresponsabilizzazione».

Poi, servono miti, esempi. «Il ’68 è anche l’anno di Praga, del sacrificio di Jan Palach, ma dilagarono Che, Mao…». Conclusione: «Batteremo i sessantottini di professione quando gli strapperemo la bandiera da interpreti della società italiana, quando sapremo elaborare analisi culturali che fanno la differenza».

Il convegno è finito, qui dove sarebbe potuto iniziare. Aznar aveva detto che il ’68 «fu un’operazione per captare simpatizzanti alla causa del comunismo» e aveva definito Guevara un «sanguinario paranoico». Adornato aveva ammonito: «La scimmia del ’68 è ancora sulle nostre spalle». E Casini: «Il ’68 ci ha lasciato in eredità lo slogan “né con lo Stato né con le Br”».

A Fini si è avvicinato l’ex ministro degli Interni, Pisanu, per sussurrargli che aveva parlato come Aldo Moro: «A quei giovani ribelli dovevamo dare un progetto…».

Un’agenda bipartisan

(3 Feb 08)di Mario Monti

Walter Veltroni propone di fare subito un governo di grande coalizione, presieduto da Franco Marini, per votare con nuove regole. Silvio Berlusconi si dice disposto, ma solo dopo le elezioni, da tenersi al più presto. La divergenza tattica non deve offuscare la potenziale convergenza strategica. Vi è per la prima volta una consapevolezza comune: i problemi dell’Italia sono così gravi da richiedere un impegno congiunto.

Se le energie politiche vengono spese tutte per combattere l’avversario, dove si trova la forza per arginare il disfacimento dell’Italia, ad opera degli italiani? L’opinione pubblica, stanca di uno spettacolo inconcludente e a volte indecente, chiede uno sforzo comune su cose concrete. Forse fiutando questa domanda, i due leader appaiono ora meno ostili all’idea di una grande coalizione. Ma sono credibili? Nel caso di Veltroni, si potrebbe pensare che chieda una grande coalizione subito, come unico modo per andare alle elezioni con regole migliori, ma soprattutto un po’ più tardi. Per Berlusconi, dirsi disponibile ad una grande coalizione dopo le elezioni potrebbe essere un modo per neutralizzare l’argomento di Veltroni e ottenere elezioni al più presto.

Al di là di queste convenienze, è però possibile che entrambe le parti si stiano convincendo che, se non cambia qualcosa nei rapporti tra loro, la competizione per conquistare il potere è sempre più una contesa per conquistare l’impotenza. Chi vince ottiene le leve, con le quali però non riesce ad agire efficacemente, se la parte politica contrapposta e le categorie ad essa vicine vi si oppongono sistematicamente. Berlusconi, Veltroni e gli altri leader hanno la possibilità di dimostrare fin d’ora che vogliono davvero un governo più efficace. Non si tratta di impegnarsi oggi a fare una grande coalizione dopo le elezioni. Dipenderà dall’esito delle elezioni: una grande coalizione potrebbe non essere necessaria o non essere la formula migliore. Ma è certo, come mostra l’esperienza di più legislature, che un governo non riuscirà a riformare l’Italia per darle una prospettiva di crescita e di equità, se il potere politico non saprà imporre la riduzione della selva di rendite di cui godono moltissime categorie economico- sociali, vicine alla destra, al centro e alla sinistra.

Il rapporto Attali individua la principale ragione della scarsa crescita nel fatto che la Francia è in larga misura «una società di connivenza e di privilegi». Temo che l’Italia lo sia ancora di più. Nel gennaio 2006, tre mesi prima del voto, suggerii sul Corriere che i due poli assumessero un impegno bipartisan su poche misure politicamente costose, ma da tutti ritenute necessarie. Chi sarebbe andato al governo si sarebbe impegnato a introdurle, chi sarebbe andato all’ opposizione a non ostacolarle. Da sinistra e da destra le reazioni furono contrarie. Gli scarsi risultati ottenuti in questi due anni, ad esempio, sulle liberalizzazioni e sui servizi pubblici locali confermano che occorre un impegno politico più unitario per resistere alle lobby.

Qualunque sia l’esito del tentativo di Marini, i principali leader hanno giusto il tempo, prima delle elezioni, di discutere tra loro se si sentono di assumersi una responsabilità comune su alcuni minimi interventi necessari, non difficili da individuare. Se non lo faranno, ogni riferimento a grandi coalizioni sarà solo strumentale. E daranno un ulteriore contributo all’antipolitica e forse alla nascita di nuovi soggetti, desiderosi di superare un bipolarismo gestito in modo da bloccare il Paese.


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