I rischi per la destra

(2 Feb 08)

Luca Ricolfi

I politici di centro-sinistra hanno il morale a terra. Fiutano aria di sconfitta, e cominciano a rendersi conto che venti mesi di governo Prodi sono stati il più grande spot elettorale – per di più gratuito – di cui il Cavaliere abbia mai beneficiato. Per questo sono pessimisti, e si preparano mestamente al peggio.

La credenza del centro-sinistra di andare verso una Caporetto elettorale è sostanzialmente giustificata, se non altro perché largamente supportata dai sondaggi. Berlusconi ha di nuovo il coltello dalla parte del manico, e non c’è mossa degli astuti D’Alema e Veltroni che sia in grado di ribaltare la situazione. Il fatto che i dirigenti del centro-sinistra siano nell’angolo, però, non implica che il centro-destra abbia la vittoria in tasca. Chi fin da oggi è sicuro della vittoria di Berlusconi probabilmente sottovaluta alcune incognite.

La prima è che, di norma, il consenso per il governo in carica tocca il minimo lontano dalle elezioni, ma poi risale nei mesi immediatamente precedenti il voto. È già successo con la rincorsa di Rutelli nel 2001, si è ripetuto con quella di Berlusconi nel 2006, risuccederà nei mesi prossimi con quella di Veltroni. Dieci punti di distacco sono tanti, ma potrebbero tranquillamente diventare cinque già solo grazie a questo meccanismo.

La seconda incognita sono i possibili errori di Berlusconi. Qui si entra ovviamente nel regno dell’opinabile, ma a me pare che un errore il Cavaliere lo stia già facendo: l’errore «minestra riscaldata». Berlusconi ha passato gli ultimi mesi a ripetere che la legge elettorale va cambiata, che non si può governare con pochi voti di scarto, e che in passato lui stesso fu molto frenato nella sua azione riformatrice dal particolarismo degli alleati. A dispetto di questa ragionevole diagnosi, ora si oppone a qualsiasi cambiamento della legge elettorale e sembra fermamente intenzionato a riproporre la solita alleanza con Bossi-Fini-Casini, magari rinforzata da uomini come Mastella e Storace (grandi esperti di sanità, come tutti sanno…). Mi sbaglierò, ma questo a me pare un formidabile assist a Veltroni, che potrà dire (e certamente dirà): cari elettori, volete saltare dalla padella nella brace? Benissimo, votate l’allegra compagnia del centro-destra, così potrete rivedere per cinque anni il film del governo Prodi, con attori diversi ma uguali parti in commedia. È paradossale, ma in campagna elettorale potrà succedere che il fresco ricordo della litigiosità della coalizione di centro-sinistra venga usato da Veltroni non solo per giustificare la corsa solitaria del Pd, ma anche per profetizzare un analogo destino di discordia per il futuro governo di centro-destra.

La terza incognita è l’offerta politica. I sondaggi sono fatti a bocce ferme, ossia con gli attuali partiti. Ma che cosa succederebbe se, nei prossimi mesi, dovessero scendere in campo altri attori? Quanti voti perderebbero i partiti più grandi di fronte a una sfida antipolitica, tipo Beppe Grillo o Girotondi? E di fronte a una sfida neocentrista, tipo «Rosa bianca» o Family day? E di fronte a una sfida liberaldemocratica, tipo Montezemolo o «volonterosi»?

Le analisi e gli esercizi di simulazione condotti dagli esperti suggeriscono che il mercato potenziale di eventuali nuove liste sia molto ampio (fra il 10 e il 30 per cento), e che solo la scarsa credibilità e determinazione degli «imprenditori politici» che dovrebbero crearle renda remota l’eventualità di uno sconvolgimento degli equilibri partitici esistenti. Con la legge elettorale attuale, una formazione politica nuova che raccogliesse il 10 per cento dei voti e fosse sganciata da entrambi i poli sarebbe ininfluente alla Camera (a causa del premio di maggioranza) ma potrebbe diventare decisiva al Senato, dove non è detto che uno dei due poli disponga di una maggioranza autosufficiente.

Ma l’incognita più grande di tutte è il comportamento del partito invisibile degli indecisi, incerti, delusi, stufi, amareggiati, disgustati, arrabbiati, furibondi. I cittadini di questo tipo non sempre vanno a votare, e quando ci vanno spesso preferiscono annullare il voto o depositare nell’urna una scheda bianca. È possibile che alle prossime elezioni sia proprio questo segmento, per la prima volta nella storia dell’Italia repubblicana, a diventare il primo partito italiano. Un partito che non elegge direttamente alcun rappresentante, ma i cui comportamenti potrebbero anche diventare decisivi. Oggi siamo propensi a pensare che l’esercito degli indecisi potrebbe infliggere al centro-sinistra la più severa lezione dalla catastrofe del ’48. Ma il vento può cambiare in fretta, e il porcellum (la legge elettorale imposta due anni fa dalla Casa delle libertà) potrebbe rivelarsi pericoloso anche per il centro-destra, specie se Berlusconi, oltre a ripresentare se stesso, riproponesse per l’ennesima volta la solita squadra.

Il fatto di votare con una legge che non consente ai cittadini di scegliere i loro rappresentanti costituisce un grande e ingiustificato privilegio del ceto politico. Permette a chi ci governa da vent’anni di non fare mai un passo indietro, e alle segreterie di partito di determinare al 90 per cento chi entrerà e chi starà fuori dal Parlamento. Ma a tutto c’è un limite, e non è detto che – per molti di noi – quel limite non sia già stato superato.

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