Nasce la Cosa bianca ed è subito in crisi

(1 Feb 08)

Francesco Verderami

Strappi e liti, nuovo stop alla rinascita del Centro
Casini si riallinea a Berlusconi: i voti arrivano solo se si è alternativi alla sinistra

Dal ’94 che ogni tentativo fallisce, da quando il Ppi di Martinazzoli finì stritolato nella morsa elettorale del Polo berlusconiano e dei Progressisti di Occhetto, vittima del sistema maggioritario che proprio i post democristiani avevano elaborato: il Mattarellum.

Da allora la rinascita del centro è rimasta una suggestione che periodicamente si alimenta con il varo di progetti destinati a non concretizzarsi o a dissolversi nelle urne. Anche stavolta la costruzione di una «Cosa Bianca » pare crollare prima di aver gettato le fondamenta. Pezzotta – animatore dell’ultimo disegno – volge l’indice contro «l’insipienza del Pd», che «demonizza il centro accusandolo di puntare alla politica dei due forni, e al tempo stesso prospetta per sé alleanze di nuovo conio. Ma se non accetta di reintrodurre il proporzionale, con chi le fa queste nuove alleanze?».

È questa la «contraddizione» che l’ex segretario della Cisl addebita a un Pd «schizofrenico». Ed è un problema che appare senza soluzione. Il centro è destinato così a rimanere terra di conquista, «perché è accertato e sperimentato — sostiene il mastelliano Fabris — che la sinistra non consentirà mai di ricostruire ciò che spazzò via grazie anche alla magistratura»: «D’altronde Veltroni ce lo disse nel corso dell’ultimo incontro. Ci spiegò che avremmo potuto trovare un accordo con lui, anche di tipo federativo, “a patto — parole sue — che abbandoniate per sempre l’idea della Cosa Bianca”. Al contrario D’Alema era favorevole, perché la sua cultura comunista di stampo togliattiano prevede lo schema di un’intesa Dc-Pci, in cui centro e sinistra si alleano ma restano distinti».

Insomma, secondo Fabris, uno spazio ci sarebbe stato se avesse vinto la linea dalemiana. Ma la tesi non convince del tutto l’ex segretario del Ppi, Gerardo Bianco: «D’Alema, è vero, ne era convinto. Mi confidò che avrebbe lavorato per un ritorno al proporzionale perché puntava su Casini e pensava a un accordo post-elettorale di governo con l’Udc. Ma a parte il nodo del sistema di voto, c’è un problema culturale prima che politico: quello dell’egemonia, che i post comunisti vogliono imporre sugli alleati. E ci sarà un motivo se dal ’98 in poi — da quando cioè arrivarono a palazzo Chigi— il centro alleato con la sinistra è sempre più diventato residuale».

Perciò il caffè bevuto ieri alla buvette con Casini ha avuto per Bianco un sapore amaro. «Sei tornato con Berlusconi, Pier…». «A parte il fatto che la questione del centro si riproporrà nella prossima legislatura — è stata la risposta — cosa dovremmo fare con questa legge elettorale? Suicidarci? Dillo ai tuoi amici del Pd che non hanno voluto il sistema tedesco». Una stilettata, quella di Casini: «Io — commenta Bianco — non mi ricandiderò, ma la cosa peggiore è che alle elezioni non saprò per chi votare. Certo non per il Polo, ma neppure per i Democratici». L’ex leader del Ppi aveva sperato nella rinascita del centro. Casini ci aveva lavorato. A cavallo delle ultime due legislature si prodigò con Rutelli, «quante volte ne parlammo », ha raccontato a un amico: «Poi però lui non si trovò più nelle condizioni di andare avanti». Più recentemente ha tentato di nuovo, e «insieme a Montezemolo — ha confidato — saremmo stati in grado di costruire un progetto molto forte. Ma se non ci sono le condizioni tecniche per farlo, non si può andare contro la realtà delle cose. Perché il centro, per aver successo, deve essere alternativo alla sinistra o finisce per diventarne schiavo e non prendere voti». E l’ex presidente della Camera non intende diventare la «crocerossina del Pd», semmai punta a sfruttare la nuova intesa con il Cavaliere. Nemmeno le avances di Marini, per un’estrema trattativa sul sistema elettorale, pare l’abbiano smosso: «È preferibile ormai andare al voto». Ovviamente con Berlusconi.

La «Rosa Bianca» di Tabacci e di Baccini gli sembra appassita, non la definirà mai «un crisantemo» come ha fatto Fini, ma la considera «irrilevante ». Tabacci non è della stessa idea, infatti ci proverà, «perché gli italiani devono capire che l’attuale bipolarismo ci ha consegnato un Paese debole, specie a livello economico. Altrimenti vorrà dire che si acconceranno a votare per Berlusconi e le sue 26 liste, o per Veltroni che dice di voler andar da solo alle urne e invece furbescamente sta stringendo accordi di desistenza con la sinistra estrema ». Dopo 14 anni i centristi restano ancora senza terra, «ed è paradossale — dice Pomicino — che chi ha vinto la battaglia della storia con i comunisti, non riesca a rimettersi in piedi». Ma per l’ex ministro andreottiano il nodo non è solo legato al sistema di voto, «il problema è che l’attuale classe politica post-dc è andata avanti con l’idea dei partiti proprietari».

Dal partito proletario al partito proprietario. (ndb)

Nel suo ultimo libro, La politica nel cuore, racconta di un incontro avvenuto nel dicembre del 2004 al Pirellone, nello studio di Formigoni: «C’erano anche Cuffaro e Lombardo, e Casini e Mastella erano informati. Dopo tre ore di discussione mi alzai e dissi: Ragazzi, me ne vado. E meno male che nel ’43, quando a casa di Spataro si incontrarono per mettere in piedi la futura Dc, c’erano De Gasperi e Gonella. Se ci fossimo stati noi, povera Italia».

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