Mafia e calcestruzzi. Le mani sul territorio

(1 Feb 08)

Articoli di Monica Ceravolo, Francesco Spini e Armando Zeni, Francesco La Licata, Alfio Caruso, e una nota dell’agenzia ANSA

Calcestruzzi, manette per mafia
Test su strade e ponti a rischio per l’uso di materiale di scarsa qualità

L’accusa: usavano miscele di calcestruzzo «allungate» e di bassa qualità per risparmiare e creare al contempo fondi neri che in Sicilia rappresentavano il trenta per cento del fatturato e sarebbero stati utilizzati per finanziare i clan mafiosi, mentre nel resto d’Italia avrebbero avuto scopi ancora da accertare. È la tesi della Dda di Caltanissetta che ha chiesto ed ottenuto dal gip il sequestro dell’intera Calcestruzzi spa e l’arresto dell’amministratore delegato Mario Colombini e di altre tre persone: Fausto Volante, direttore di zona per la Sicilia e la Campania, sospeso dalla società nei mesi scorsi, Francesco Librizzi, già capo area per la Sicilia, e Giuseppe Giovanni Laurino, ex dipendente, anche lui capo area per la Sicilia. Truffa, frode in pubbliche forniture, intestazione fittizia di beni, con l’aggravante di aver agevolato l’attività di Cosa Nostra: queste le ipotesi di reato. Sono previsti test su alcune opere che potrebbero essere «a rischio».

“Calcestruzzi favoriva Cosa Nostra”
di Monica Ceravolo

PALERMO. Nei cantieri della «Calcestruzzi spa» sarebbe stato prodotto calcestruzzo di scarsa qualità che, venduto per buono, consentiva di creare fondi neri per finanziare Cosa nostra. Di questa truffa criminale sarebbe stato a conoscenza l’amministratore delegato della società, Mario Colombini, arrestato ieri mattina insieme con Fausto Volante, direttore di zona per la Sicilia e la Campania, e i due ex dirigenti, Francesco Librizzi e Giuseppe Giovanni Laurino.

L’ordine di custodia cautelare è firmato dal gip di Caltanissetta su richiesta del procuratore aggiunto di Caltanissetta, Renato Di Natale, e dal pm della Direzione distrettuale antimafia, Nicolò Marino, che ha coordinato l’inchiesta sull’azienda bergamasca, che fa parte del gruppo Italcementi.
Ai quattro indagati sono stati contestati i reati di truffa, inadempimento di contratti di pubbliche forniture e intestazione fittizia di beni, con l’aggravante di avere agevolato la mafia. Il giudice ha pure ordinato il sequestro della Calcestruzzi. L’azienda, presente su tutto il territorio nazionale, ha 10 direzioni di zona, 250 impianti di betonaggio, 23 cave e 21 impianti di selezione di inerti. Beni per un valore di 600 milioni di euro. Nei computer, secondo gli inquirenti, ci sarebbe la prova della truffa, con una doppia tabella.

E la scoperta del cemento depotenziato ha fatto aprire un altro, allarmante capitolo: quello delle opere a rischio. Sarà infatti necessario controllare la staticità delle opere realizzate con quel materiale. E’ per questo che, nei mesi scorsi il gip aveva ordinato il sequestro del nuovo palazzo di giustizia di Gela, il Porto Isola-Diga Foranea di Gela, la strada a scorrimento veloce Licata-Torrente Braemi e lo svincolo di Castelbuono-Pollina sul tratto autostradale A20 Palermo-Messina. Ma non basta: i consulenti dei pm esamineranno alcuni tratti della Tav, il nuovo palazzo della Provincia di Milano, il nuovo ponte sul Po di San Rocco al Porto (Lodi) e la chiesa di San Paolo Apostolo a Pescara.

Confindustria in una nota fa sapere che segue la vicenda «con piena fiducia nell’operato della magistratura». «Confindustria è certa che l’azienda saprà fornire tutti gli elementi utili a fare chiarezza, anche alla luce del fatto che la stessa società, per evitare rischi di commistioni o pratiche distorsive, ha dato vita nei mesi scorsi a una Commissione di garanzia presieduta dall’ex procuratore Piero Luigi Vigna».

Il presidente di Confindustria di Bergamo, Alberto Barcella, sostiene che non vi sono estremi di provvedimenti contro l’azienda perché giudica positivamente le azioni della società. Ivan Lo Bello, il presidente di Confindustria Sicilia, da cui è partita la proposta di mettere alla porta gli imprenditori che si piegano al racket della mafia, invita l’azienda a collaborare. Il gruppo che fa capo alla famiglia Pesenti sottolinea: «Italcementi conferma la propria linea di piena collaborazione con l’autorità giudiziaria ribadendo una linea di rifiuto di qualsivoglia contiguità con fenomeni di criminalità».

Un impero costruito sull’Italia del boom
di Francesco Spini e Armando Zeni

MILANO. Carta e cemento. Già, perché se oggi l’interesse nell’editoria dei Pesenti – la famiglia che attraverso Italcementi controlla Calcestruzzi -, come azionisti nella Rcs-Corriere della Sera, è uno dei tanti, importante sì ma non certo il principale, all’inizio di tutto fu proprio la carta. Quella che usciva dalla cartiera di Alzano, a due passi da Bergamo: carta da pacchi, niente a che vedere con i giornali – quelli verranno dopo -, seguita con l’amore da un piccolo imprenditore poco più che artigiano, Antonio, il capostipite dei Pesenti, le radici saldamente ancorate nel passato contadino della famiglia ma la testa già proiettata nel futuro imprenditoriale. Muore giovane, Auntonio, e lascia una famiglia numerosa.
Comincia così la storia dei Pesenti, che oggi guidano un gruppo che fattura sei miliardi di euro, produce oltre 70 milioni di tonnellate di cemento l’anno in 22 Paesi distribuiti su quattro continenti. Ma che da decenni sono tra i protagonisti della finanza italiana, con posizioni importanti in Mediobanca, dove siedono nel patto di sindacato tra i soci industriali, in Rcs, nella Mittel, in UniCredit dove Carlo Pesenti è consigliere di amministrazione.

Quando i Pesenti muovono i primi passi, la situazione era quella dell’Italia di metà Ottocento, non ancora unita, solo con le prime avvisaglie di un’industria che prende forma spesso trainata da gruppi stranieri, francesi, tedeschi, che nell’Italia ancora vergine vedono sbocchi importanti. Succede anche per il cemento che, a quel tempo, dalle parti di Bergamo, futura roccaforte cementiera dei Pesenti, nessuno conosceva: ci pensarono i francesi ad aprire una fabbrica di calce. E fu lì che, come dire, il destino dei Pesenti cambiò.
Lasciata la cartiera, nel 1864 a Calzo prende forma – con Augusto, figlio di Antonio – il primo nucleo della futura Italcementi. Il nome è un programma, Società bergamasca per la fabbricazione del cemento e della calce indraulica, che solo sessant’anni dopo, alla vigilia della Marcia su Roma, prese il nome di Italcementi, più conciso, più italico. E qui entra in scena Carlo, il Pesenti che fece grande – anche se alla fine rischiò di azzerarlo – il gruppo.

Gli anni di Carlo «primo» sono gli anni del primo e del secondo boom del cemento, gli anni delle prime grandi infrastrutture dell’Italia che voleva il suo «posto al sole» e che, dopo la guerra, doveva ricostruire. L’Italcementi è lì, tra i big, cresce, si rafforza, moltiplica gli utili. Carlo, uomo tutto d’un pezzo, infaticabile lavoratore, zero (o quasi) ferie, nessuna concessione mondana, inflessibile amministratore («Sono le piccole spese – diceva – che ti mandano in malora»), cattolico fervente (ogni giorno, prima del lavoro, la messa) sfrutta i grandi profitti del cemento e li investe. Diversifica. Compra banche perché le banche servono, diceva, banche a Bergamo e banche a Milano (l’Ibi). Compra assicurazioni, la Ras, una delle maggiori che già allora cercava di tener testa alle Generali. Compra giornali, come Il Tempo di Roma. E a un certo punto compra anche la Lancia.

Uomo tutto d’un pezzo, Carlo Pesenti, geloso delle sue prerogative di uomo d’industria e di finanza, deciso in tempi in cui la trasparenza era termine sconosciuto nella finanza. Memorabili le sue assemblee che si aprivano e chiudevano (nonostante si trattasse di società quotate) in un lampo senza mai soddisfare le (poche) domande di qualche sprovveduto azionista di minoranza. Solitario cavaliere dell’imprenditoria italiana del dopoguerra. Odiato e amato. Accentratore infaticabile, incapace di delegare.

Tant’è che quando morì, nel 1984, molti immaginarono il diluvio: gli succedette il figlio Giampiero che a cinquant’anni era stato tenuto fuori da tutto. In realtà, grazie anche all’alleanza con la Mediobanca di Enrico Cuccia – con un legame che resiste tuttora, con la presenza della famiglia tra i grandi soci -, Giampiero fu l’uomo che salvò – allora – il gruppo sommerso da una montagna di debiti: senza clamori cedette il cedibile, le banche, la Ras, e tenne ferma la barra sul cemento.

E’ un protagonista della «finanza cattolica», grande amico di Giovanni Bazoli – siedono insieme nel consiglio della finanziaria bresciana Mittel -, ma in ottimi rapporti anche con Alessandro Profumo. Si deve a lui, al taciturno Giampiero, amante del basso profilo, poco spazio all’immagine, poche interviste, zero presenzialismo, la seconda vita del gruppo nel cemento: l’espansione all’estero, le acquisizioni.

Il grande passo avviene nel ‘92 con l’acquisizione di Ciments Francais. Italcementi diviene una multinazionale, con le presenze odierne nell’Europa dell’Est, in Egitto, in Kuwait, in Cina. Nel ‘97 l’affare italiano che probabilmente oggi rimpiangeranno: l’acquisto della Calcestruzzi dalla Compart. Fuori dal cemento ancora i giornali, il Corriere, dove oggi Giampiero presiede il Patto di sindacato. Al resto, da anni, pensa il figlio Carlo, quinta generazione dei Pesenti, dal 2004 consigliere delegato del gruppo.

Il cemento che fa tremare la Tav
di Francesco La Licata

CALTANISSETTA. Il palcoscenico è vecchio come la storia della mafia: le cave, il movimento terra, cemento e calcestruzzo, i padroncini che caricano e scaricano. Anche i luoghi sono antichi: Riesi che evoca boss d’altri tempi come Peppe Di Cristina, la campagna di Gela popolata di «stiddari» in funzione di «antimafia militare». Ma questo è solo lo sfondo, su cui si muovono personaggi moderni e interessi contemporanei. L’ambiente che dà vita ad una storia attuale e che offre i più classici degli artifici imprenditoriali e contabili su cui poggia l’illegalità diffusa. Solo che da queste parti l’illegalità prende connotazioni particolari – la mafia, appunto – e si articola per regole squisitamente «siciliane». E così accade che alcuni dirigenti ed impiegati della Calcestruzzi spa (fa capo all’Italcementi di Bergamo) ricoprano – almeno nelle conclusioni della magistratura di Caltanissetta – anche il ruolo di boss del territorio, intimamente legati ai vertici di Cosa nostra.

Per che fare? Semplice, nella risposta dei giudici: «Spremere soldi a palate, truccando la qualità e la quantità del prodotto offerto ai committenti, per finanziare la mafia». Il tutto mediante «sovrafatturazioni di prestazioni di servizio; sottofatturazioni del calcestruzzo prodotto», quindi «fornendo prodotto di qualità difforme dai capitaloti di appalto per la costruzione di opere pubbliche e private» e «acquisendo la materiale gestione di aziende fittiziamente intestate a terzi». In sostanza, dicono i magistrati, la gestione della produzione della Calcestruzzi spa era affidata ad alcuni personaggi che fornivano materiale scadente falsificando la documentazione e la contabilità. E perciò, sparse per l’Italia e per la Sicilia, ci sarebbero opere pubbliche che corrono rischi di instabilità per via del calcestruzzo «depotenziato». Il Tribunale di Gela, per esempio, e la «veloce» di Licata e ancora la Diga Foranea di Porto Isola a Gela, lo svincolo autostradale di Castelbuono e un lotto della Palermo-Messina. Era in programma anche un’intensa attività in vista dei lavori per la costruzione del Ponte di Messina e per questo si riponeva grande attenzione verso l’impianto di San Michele di Ganzeria. Anche questo, però, sfortunatamente era finito nel gorgo melmoso della poco edificante gestione di Francesco Librizzi, sospettato di collusione con gli amici degli amici e in particolare col capo Ciccio La Rocca. Un altro poco rassicurante gestore risulterebbe Giuseppe Laurino, indicato come «la testa» che governava, tra Gela e Riesi, la truffa mafiosa.

Ma i dubbi dei magistrati sulla «tenuta» delle opere non si limitano alla Sicilia. A sentire uno dei «collaboratori» (utilissime le dichiarazioni di Salvatore Paterna e Carlo Alberto Ferrauto, entrambi ex dipendenti e sospettati di mafia) che hanno aiutato gli investigatori a capire, il sistema non poteva sopravvivere senza la distrazione compiacente della sede centrale di Bergamo. E perciò i controlli saranno estesi ad una serie di lavori sparsi per l’Italia, per esempio alla Tav di Anagni dove – quando era in servizio Paterna – fu fornito un tipo di calcestruzzo(il RCK15) che richiedeva 270 Kg. di cemento per ogni m3 e in effetti ne conteneva 150 Kg. Ma i controlli dovranno essere «a sorpresa», perchè sembra che ai periti del Tribunale si tenda a fornire campioni astutamente selezionati. Nelle gallerie, per esempio, bisogna addentrarsi perchè agli estremi il calcestruzzo è «a posto», le colate taroccate stanno verso il centro.
La truffa poggiava, come hanno spiegato i due «pentiti», sull’esistenza di due diverse schermate del computer che, di volta in volta, fornivano una «ricetta» ad uso esterno (che certificava la buona qualità del prodotto) ed un’altra ad uso interno che serviva a calcolare il deficit di cemento, per poterlo poi giustificare nelle giacenze in magazzino, e l’eccesso di «additivi». A parere dei magistrati questo «patrimonio informatico» non poteva essere destinato ad uso esclusivo dei «locali». Si spiega così il decreto di sequestro valido per tutti gli stabilimenti del territorio nazionale. E, d’altra parte, che – sulle vicende siciliane – vi fosse un dibattito interno alla Italcementi è dimostrato dall’intensa attività telefonica di dipendenti e dirigenti, anche dopo una prima ondata di arresti, di licenziamnti e allontanamenti, qualche volta non difinitivi. Illuminante, in proposito, un colloquio tra Fausto Volante (responsabile per Sicilia e Calabria) e un padroncino che si riteneva discriminato dall’azienda e perciò minacciava: «Ve lo dico, geometra… Ve lo dico spassionatamente, se io vado via dalla Calcestruzzi succede una bomba, perchè… ma non in Sicilia, ma qua anche in Campania, perchè qua c’è una melma, c’è una corruzione…una corruzione tremenda… tremenda…».

Un ruolo ambiguo viene assegnato all’amministratore delegato Mario Colombini, già rappresentante legale della Calcestruzzi spa di Ravenna (Gruppo Ferruzzi). I giudici lo accusano di aver chiuso più di un occhio all’epoca della intestazione fittizia «sottoscritta da Volante e Ferraro (indiziato mafioso)» della cava di contrada Palladio. Questa convinzione deriva anche da una serie di intercettazioni telefoniche ed ambientali che confermano la consapevolezza di Colombini riguardo all’operazione. Il 31 luglio 2006, al telefono, addirittura «ammette di averla avallata», ma «sorprendentemente sostiene di non ricordare nemmeno più per quale motivo». Poi tradisce preoccupazione, come quando parlando con la moglie, trapela che ha ricevuto una riservata dalla Italcementi. «In particolare da tale Carlo (identificabile in Carlo Pesenti, chiosano i magistrati)».

Le mani sull’edilizia
di Alfio Caruso

Fu Vito Ciancimino a insegnare a picciotti e compari l’importanza del calcestruzzo, delle società edilizie e di quelle sbancamento terra. Servono per aggiudicarsi gli appalti, per far la cresta sui lavori, per ripulire il danaro proveniente dal traffico di droga. Il figlio del barbiere di Corleone, che non aveva fatto fortuna in America, nei suoi quattro anni da assessore pubblico rilascia circa 3000 licenze edilizie, e che sarà mai se l’80 per cento di esse è monopolizzato da un muratore, da un venditore di carbonella, da un guardiano di cantiere? Se poi vengono spazzate via le magnifiche ville liberty, compreso quel gioiello di Villa Deliella, abbattuta in una notte, è il prezzo da pagare al progresso.

Cinquant’anni dopo niente è cambiato. Gli appalti servono a ripulire circa 9 miliardi di euro l’anno. L’aggiunta di piccoli accorgimenti tattici, allungare il cemento armato né più né meno come avveniva con il vino, consente d’impinguare il business. Per un boss avere le mani dentro la calce rappresenta la migliore garanzia di partecipare alla spartizione della torta. Almeno così è stato fino al crollo del vertice mafioso, fino alla resipiscenza di una classe imprenditoriale per la quale Cosa Nostra non è più un buon affare. E in questo senso la Calcestruzzi Spa, azzerata ieri da un’inchiesta giudiziaria di lungo percorso, ha costituito nell’ultimo quarto di secolo una tipica storia di connivenze e complicità.

L’inizio è rappresentato da tre fratelli: Salvatore, Nino e Giuseppe Buscemi. Secondo le migliori tradizioni si erano spartiti i compiti: Giuseppe era medico, Nino faceva l’imprenditore, Salvatore guidava il mandamento di Passo di Rigano-Boccadifalco-Uditore. Alta mafia per tradizione familiare e consolidati rapporti con la Palermo delle professioni, delle banche, della nobiltà. Interessi così intrecciati da consentire a Nino Buscemi di conoscere in anticipo l’ordine di cattura che il 29 settembre 1984 lo mandava in galera assieme ad altri 365 mafiosi. L’urgenza di Nino non fu di sottrarre se stesso ai rigori della legge, bensì la sua società, la Calcestruzzi Palermo, che in una manciata di ore cambiò proprietà. Venne acquistata dalla Calcestruzzi Ravenna, stella di prima grandezza nel firmamento della Ferruzzi holding.

Il sodalizio tra le due dinastie divenne solido: Nino e Giuseppe Buscemi figuravano soci paritari dei romagnoli nella Finsavi. Quando rapirono la salma di Serafino Ferruzzi con richiesta di riscatto miliardario, i suoi famigliari bussarono ad alcune porte siciliane. Malgrado un’improvvisa fioritura di cadaveri nel Ravennate, la salma non fu restituita, ma nessuno pretese più quattrini. Nel ’97 i magistrati siciliani avanzarono il sospetto che le società off-shore legate ai Gardini-Ferruzzi avessero aiutato Cosa Nostra a ripulire centinaia di miliardi. Indimenticabile la riunione della primavera ’88 negli eleganti uffici della Calcestruzzi in via Mariano Stabile a Palermo: era il famoso tavolo degli appalti con il riconoscimento del 2 per cento alle «famiglie» incaricate di sovrintendere ai lavori e dello 0,80 a Riina. Nella cena di festeggiamento dell’accordo zu Totò pronunciò la triste frase: «Sono come lo Stato, anch’io riscuoto le tasse». Quella stessa sera, a poche centinaia di metri, la presunta società civile siciliana faceva la fila per ammirare i sessanta quadri attribuiti a Luciano Leggio. Le opere d’arte andarono via come il pane, prezzo minimo: quindici milioni.

Eppure la Calcestruzzi trovò nuovi padroni, continuò a vincere appalti, proseguì a incamerare profitti, a servire da schermo a intese che la procura di Caltanissetta giudica illecite. D’altronde l’importanza del mattone è dimostrata dal record di case abusive, circa 250 mila, detenuto dalla Sicilia. Da trent’anni pochi generosi combattono per salvare tesori quali l’Oasi del Simeto, la Valle dei Templi. Nel piano di riordino delle coste, benedetto da Cuffaro appena eletto, non rientrarono soltanto i pochissimi che avevano edificato sui terreni del demanio.

A Palermo Pizzo Sella sarebbe un incantevole angolo di verde se non fosse stato devastato da 193 mila metri cubi di cemento. A costruire centinaia di villette fu una società all’ombra di Michele Greco, il papa. Un sostituto procuratore con la faccia e i modi dell’antipatico, Alberto Di Pisa, ebbe l’esistenza frantumata alla vigilia di far luce sulle torbide connivenze. Da sindaco Leoluca Orlando Cascio ogni inverno prometteva che in estate le ruspe avrebbero fatto piazza pulita. In otto anni fu abbattuto un solo rudere. Nel 2002 il Comune rilevò Pizzo Sella per demolire le villette. Nel 2004 l’assessore alla Legalità, Michele Costa, figlio del procuratore ucciso nell’80, si dimise per l’impossibilità di ottemperare all’impegno. Politici, sindacalisti, professori universitari, architetti da un paio di anni si battono uniti per fare un pernacchio alle sentenze emesse dalla Cassazione, dal Tar, dal Consiglio di giustizia amministrativa.

ANSA

La Calcestruzzi spa in previsione della realizzazione del Ponte sullo Stretto aveva aperto a Messina uno stabilimento. Secondo quanto emerge dalle indagini, la società di Bergamo era sicura che avrebbe fornito il calcestruzzo all’impresa chiamata a realizzare il ponte. Il particolare emerge dall’inchiesta della Direzione distrettuale antimafia di Caltanissetta che ieri ha portato all’arresto dell’amministratore delegato della società bergamasca, Mario Colombini. Il dichiarante Salvatore Paterna, ex dipendente dell’azienda, arrestato e condannato per mafia nei mesi scorsi, ha dichiarato ai pm che: ’’La Calcestruzzi Spa aprì l’impianto di Messina in previsione della costruzione del ponte sulla stretto; del resto Impregilo ex Girola spa ha sempre lavorato con la Calcestruzzi’’. Paterna ha fatto capire agli inquirenti che la Calcestruzzi voleva me.

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1 Response to “Mafia e calcestruzzi. Le mani sul territorio”


  1. 1 CONSIGLIO DEI LAVORATORI giugno 9, 2008 alle 2:55 pm

    Anche nella Provincia di Brindisi fu arrestato il Direttore della Puglia della Società Calcestruzzi S.p.A. che prendeva i soldi sulle cenere dell’ENEL di Costa Morena e Ceranto.

    I Lavoratori/Padroncini delle Provincie di Brindisi, Taranto e Lecce furono sentite dal Nucleo Operativo dei Carabinieri di Brindisi e denunciarano la trasformazione del rapporto di lavoro da operai dipendenti a padroncini chiedendo somme in nero per comprarsi le betoniere che portavano quando erano dipendenti.

    Abbiamo vertenze sul riconoscimento del rapporto di lavoro subbordinato pressi il Tribunale di Taranto Sezione Lavoro – La Calcestruzzi pur di non avere la sentenza offre somme di 30.000,00 per chiudere una sola vertenza e che non diventi un caso nazionale.

    La C.G.S.B. (Confederazione Generale Sindacato di Base)


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