Mattarellum contro porcellum

(30 gen 08)

Micheel Ainis

Giorno dopo giorno la crisi di governo s’avvita su se stessa, e come nel gioco dell’oca rimbalza al punto di partenza. Sicché a fine gioco c’è un’altra elezione nel nostro orizzonte collettivo. Diciamolo: con questa legge elettorale sarebbe una vergogna, una sciagura nazionale. Non solo perché il marchingegno escogitato da Roberto Calderoli ha già dimostrato di rendere ogni esecutivo precario come un co.co.co. Ma anche perché il porcellum espropria i cittadini del diritto di scegliere i propri rappresentanti in Parlamento, degradando il voto a un trucco, una finzione. Da qui l’imperativo di non ripetere l’esperienza consumata nel 2006. Tuttavia l’imperativo s’infrange contro una duplice obiezione, sollevata da Berlusconi nonché dai suoi alleati. Primo: è una chimera, e forse anche un imbroglio, immaginare che i partiti siglino un accordo sulla bozza Bianco o su altre soluzioni, quando non vi sono mai riusciti nei 18 mesi precedenti. Secondo: prima d’arrendersi di fronte all’evidenza, l’Italia getterebbe in un cestino molti mesi, mentre la crisi economica e sociale reclama tempi rapidi, decisioni repentine.

Le obiezioni sono ambedue plausibili, se non anche fondate. Ma una via d’uscita esiste, e a pensarci sopra è un po’ come l’uovo di Colombo. Difatti se suona pressoché impossibile chiamare i carpentieri all’opera su una nuova legge elettorale, si può sempre riaprire la vecchia costruzione. Perché una legge elettorale bell’e pronta ce l’abbiamo già, anzi ne abbiamo due in alternativa. Intanto il mattarellum, che ha funzionato per oltre un decennio, dando la stura al sistema bipolare. Per riesumarlo basta una norma di due righe, e bastano due giorni per votarla. Questa: «E’ abrogata la legge n. 270 del 2005; in sua vece s’applica la legge n. 277 del 1993». E se i partiti non s’accordano neppure su questa reviviscenza del passato? Avrebbero qualche difficoltà a spiegarne le ragioni, dato che il mattarellum ha consegnato a turno le chiavi del governo alla destra e alla sinistra, e dato inoltre che esso ospita un impianto maggioritario con un 25 per cento di proporzionale, consentendo in ogni caso un diritto di tribuna alle forze politiche minori. Ma in tale ipotesi c’è pronta pure la soluzione di riserva: il referendum.

Resta sul campo la seconda obiezione, perché Berlusconi chiede le elezioni in primavera, e perché aspettando il referendum le rinvieremmo alle calende greche. Ma non è vero, si può votare a maggio. La legge sui referendum li situa in una finestra temporale fra il 15 aprile e il 15 giugno; tuttavia si tratta pur sempre d’una legge, superabile con un decreto legge del nuovo esecutivo. Insomma nessun ostacolo giuridico vieta d’anticipare a marzo la consultazione sui quesiti di Guzzetta e Segni, e allora delle due l’una: o nel frattempo il Parlamento avrà ripristinato la vecchia legge elettorale, oppure la legge la scriveranno direttamente gli elettori. In un caso o nell’altro saluteremmo aprile con il decreto di scioglimento delle Camere, dopo di che la Costituzione stabilisce che il nuovo Parlamento s’insedi «entro 70 giorni». Significa che bastano due mesi, anche di meno: appunto, maggio.

Questo itinerario ci risparmierebbe lo spettacolo di deputati e senatori non già eletti bensì nominati dalle segreterie politiche; a replicarlo una seconda volta, il vento dell’antipolitica si trasformerebbe in un tifone. Sulla carta, esso presenta inoltre tre vantaggi. Primo: è agibile, perché s’affida a soluzioni normative già confezionate. Secondo: è efficace, o almeno dovrebbe, non foss’altro perché fa leva su due gambe (mattarellum e referendum). Terzo: restituisce lo scettro ai cittadini, strappandolo dalle mani dei partiti. Vale per il referendum, ma vale altresì per la vecchia legge elettorale, che nel 1993 tradusse l’esito d’un altro referendum. Di questi tempi non è poco.

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