Non perdere altro tempo

(28 Gen 08)

Sergio Romano

È molto difficile, salvo un nuovo «miracolo italiano», che il presidente della Repubblica riesca a indirizzare la crisi verso la formazione di un governo «tecnico ». È un’amara constatazione.
Avremmo evitato il ritorno alle urne con una pessima legge elettorale e chiuso alcuni capitoli che rischiano di restare aperti, Dio sa per quanto tempo: dall’approvazione di un nuovo sistema di voto alla Tav e alla soluzione del caso Alitalia. Ma il primo a non esserne sorpreso, probabilmente, sarà l’uomo che lo ha maggiormente desiderato. Giorgio Napolitano temeva che il governo Prodi cadesse al Senato e sapeva che il duello, in tal caso, avrebbe avuto un vincitore, vale a dire una persona o un partito che possono, grazie alla loro vittoria, chiedere una soluzione della crisi conforme ai loro interessi.

Ma Prodi, anziché dimettersi, ha insistito per andare in Parlamento (anche le decisioni corrette possono essere talvolta inopportune) ed è accaduto esattamente ciò che il capo dello Stato temeva. Il vincitore è Silvio Berlusconi, il leader che chiede da un anno e mezzo lo scioglimento delle Camere e a cui pochi nel suo campo sono capaci di tagliare la strada. Potrebbe il capo dello Stato chiedere a un uomo di sua scelta di presentarsi alle Camere con un «governo del presidente»? Forse, ma correrebbe il rischio di creare una situazione simile, per qualche aspetto, a quella provocata da Giovanni Gronchi nel 1960 quando volle la formazione di un ministero presieduto da Fernando Tambroni. I governi di transizione, destinati a calmare le acque e a preparare tempi migliori, hanno un senso soltanto quando possono contare in Parlamento su una comoda maggioranza, possibilmente trasversale.

Se Berlusconi rifiuta di appoggiarlo, il governo è tutto fuorché quello che il presidente della Repubblica desiderava per il Paese. È naturale chiedersi a questo punto se valga la pena di prolungare il rito delle consultazioni e delle esplorazioni. È accaduto in altri Paesi, ma lo scandalo di Napoli, alcune vicende giudiziarie e il volgare spettacolo del Senato hanno fatto crollare le quotazioni dell’Italia alla Borsa della politica europea. Se i nostri guai e i nostri errori ricadessero soltanto sulle nostre teste, l’Europa ci starebbe a guardare, scandalizzata e divertita. Ma siamo nell’Ue, nella Nato, nel condominio dell’euro, e siamo impegnati in vicende che richiedono un esecutivo nella pienezza delle sue funzioni.

I nostri partner si chiedono ormai se questo Paese ingovernabile, chiassoso e rissoso, sia un accettabile compagno di lavoro. Forse è meglio chiudere questa brutta partita con nuove elezioni, il più presto possibile. La legge elettorale è pessima, ma gli italiani possono pur sempre servirsene per fare una scelta di campo e dire, ad esempio, quale sia oggi il peso del Partito democratico nella politica nazionale. Chiunque vinca vi saranno ancora coalizioni imperfette, eterogenee e litigiose, ma vi sono circostanze in cui la rapidità ha il vantaggio di dimostrare che i meccanismi della democrazia funzionano e che la decisione, in ultima analisi, spetta agli elettori.

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