Le ragioni di Walter

(28 Gen 08)

Augusto Minzolini
Un riflesso masochistico scatta a sinistra nei momenti cruciali. E il processo che alcuni maggiorenti del Pd stanno mettendo in piedi contro Walter Veltroni ne è l’ultimo clamoroso esempio. L’attuale sindaco di Roma, nonché candidato premier alle prossime elezioni, è additato come il responsabile di tutte le sventure che hanno colpito il maggior partito del centrosinistra. Ultima la crisi del governo Prodi. Eppure basterebbe tornare con la memoria a nove mesi fa per scoprire che Veltroni fu chiamato a dirigere il Pd con la stessa enfasi con cui si invoca l’uomo del destino che deve salvare il salvabile. Non ci fu nessuna competizione: tutti i capicorrente si fecero da parte perché il governo dell’Unione stava precipitando nei sondaggi e i barbari erano alle porte. La crisi, insomma, già c’era ed era nera. A Veltroni furono dati sulla carta i poteri di un dittatore, ma nella realtà neppure le prerogative di un primo tra i pari. Risultato: la situazione per il Pd e l’Unione è peggiorata. E si sono perse tante occasioni.

Era immaginabile, ad esempio, che per riuscire nell’impresa l’attuale leader del Pd sarebbe entrato in conflitto con la logica politica, programmatica e le alleanze del governo Prodi, che già nel giugno scorso era diventato il simbolo dei limiti del centro-sinistra. Chi il giorno stesso dell’avvento di Veltroni (21 giugno dello scorso anno) scrisse che si era aperta la strada delle elezioni, visto che il Pd non poteva nello stesso tempo sostenere Prodi e criticarlo, fu tacciato di berlusconismo. E finì lì. Più o meno la stessa cosa avvenne a chi nel luglio scorso consigliò la nascita di un governo di larga coalizione, osservando che il processo di disimpegno del Pd dal governo del Professore doveva essere preparato nel tempo per evitare conseguenze più traumatiche.

L’Unione andò avanti confidando nei voti di Clemente Mastella e di Lamberto Dini. Seguendo, insomma, lo stile dalemiano del «taglia e cuci»: per esorcizzare l’assenza di una modernizzazione culturale e programmatica, il centro-sinistra ha collezionato piccoli partiti (una settimana fa se ne contavano 12) e perso contemporaneamente il consenso delle aree più dinamiche del Paese. Veltroni da profeta disarmato ha teorizzato la riduzione delle tasse, una riforma istituzionale sullo «schema» di quella approvata dal centro-destra nella scorsa legislatura, una legge elettorale che valorizza il peso dei partiti maggiori. Gli altri, da Prodi a D’Alema, invece, sono andati avanti con lo «schema» di sempre. Simbolo di questa contraddizione è la storia del decreto sicurezza: approvato dal governo sotto il pressing di Veltroni e svuotato da Prodi. Questi ultimi giorni le due linee si sono di nuovo scontrate: i fautori del «taglia e cuci» pensano di salvare la legislatura arruolando l’Udc. Veltroni, invece, si sta acconciando alle elezioni per evitare altri guai. Si può spiegare, infatti, a un paese che vuole gesti, che non si può votare perché ci vuole una nuova legge elettorale? È difficile. Un’opinione pubblica arrabbiata è portata a semplificare, può pensare che il centro-sinistra non vuole le urne per la stessa ragione per cui un Antonio Bassolino sommerso dai rifiuti non si è voluto dimettere, cioè l’amore per la poltrona. Un ulteriore vantaggio regalato al Cavaliere.

Se i fautori del «taglia e cuci» puntano a una resistenza senza speranze, Veltroni è portato a rilanciare: il Pd che va al voto con una forte identità programmatica ha un forte appeal elettorale e ha le sue carte da giocare anche nell’ipotesi di una possibile sconfitta. Ne è consapevole il Cavaliere, il quale sa benissimo che anche in caso di vittoria avrà le sue gatte da pelare. Potrebbe riportare una vittoria esigua come quella di Prodi; oppure, potrebbe scontrarsi con una maggioranza riottosa al cambiamento come quella della scorsa legislatura. A quel punto Berlusconi – questo è sicuro – non commetterà il peccato originale di Prodi. Non si ostinerà a governare senza numeri o con una maggioranza divisa. Ma si rivolgerà a Veltroni, anche perché sa che in Europa la destra e la sinistra di governo convergono (basta leggere il rapporto Attali). Ecco perché il leader del Pd ha le sue ragioni. Ed è paradossale che proprio per quelle rischi di essere condannato dai profeti del «taglia e cuci».

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