Ciampi: «La partita è quasi disperata»

(27 Gen 08)

Marzio Breda

«Il voto al Senato ha chiarito contraddizioni e equivoci nella maggioranza»
L’ex capo di Stato: «L’unica strada è strettissima, ma bisogna tentare. Il Pd? Non è l’origine della crisi»

Presidente Ciampi, quale sarà lo sbocco della crisi? Il voto è inevitabile?
«Il quadro d’insieme mi pare complicato e l’aria che tira nel Paese piuttosto allarmante. Comunque, ortodossia vuole che le mie considerazioni io le esprima martedì, davanti al capo dello Stato».

Abbia pazienza, ma lei sembra preoccupato che non si riesca a imporre una tregua, per quanto breve, prima di chiudere la legislatura.
«Esatto, temo proprio questo. E posso soltanto dire che considero assurdo andare alle urne con una legge elettorale come quella che abbiamo adesso. Tutti, del resto, hanno riconosciuto nei mesi scorsi che queste regole provocano problemi. Cioè esecutivi deboli, frammentazione, un rapporto poco corretto tra elettori ed eletti e una fragilità complessiva del sistema, che è in torsione ormai da tempo. Ecco perché mi chiedo come si possa pensare di chiudere la legislatura senza prima aver fatto un minimo di cambiamenti. È il buonsenso a sconsigliarlo».

Servirebbe dunque una soluzione tecnico-istituzionale, un governo «di scopo» per riformare quella legge e magari fare qualche altro ritocco.
«Non entro sul terreno delle formule che potranno emergere dalle consultazioni del presidente Napolitano. Ma insisto, a costo di sembrare stucchevolmente esortativo: bisogna trovare in fretta delle vie d’uscita in grado di dare motivate ragioni di fiducia su un doppio fronte. Fiducia ai cittadini, che sono confusi, in ansia per il futuro e tentati da giudizi liquidatori verso l’intero ordinamento dello Stato, come dimostrano anche certe manifestazioni d’antipolitica. E fiducia ai nostri partner stranieri, in primo luogo quelli dell’ambito europeo. Questo è oggi l’interesse generale su cui tutti dovrebbero riflettere e impegnarsi: riconquistare la fiducia».

Ma come si fa a ricostruire in pochi mesi un clima di fiducia, un fattore che si alimenta di infinite variabili?
«Occorrerebbe cominciare da una sorta di patto tra le forze più responsabili, perché stavolta è più che mai in gioco l’interesse nazionale. E l’impegno dovrebbe andare oltre lo stesso mondo politico, nel senso che tutti dovremmo imparare a essere meno autolesionisti di quanto abitualmente non siamo».

Che c’entra l’autolesionismo?
«Guardi che all’estero alcuni comportamenti sui quali qui si tende a sorvolare hanno invece un effetto devastante. Una crisi di governo dovrebbe essere un passaggio normale, fisiologico, in ogni democrazia. Ma certe “coloriture” e drammatizzazioni tipiche di noi italiani e ormai tipiche anche del modo di fare politica — coloriture, frutto del nostro temperamento e del linguaggio politico che si è imposto e che vengono enfatizzate attraverso giornali e televisioni — risultano pesantemente costose per il Paese. Anche se magari non sono cose di sostanza, ciò che è andato in scena l’altro giorno a Palazzo Madama è stato tutt’altro che edificante. Ci facciamo del male da soli e non ce ne rendiamo conto, come ho provato a spiegare in questi giorni a un amico straniero che mi ha telefonato per chiedermi che cosa stia accadendo in Italia».

A proposito di drammatizzazioni, c’è chi contesta a Prodi di aver «avvelenato i pozzi» e reso impossibili soluzioni alternative al suo governo, portando la sfida alle estreme conseguenze.
«L’hanno chiamata testardaggine, la scelta di Prodi, e di sicuro ha a che fare anche con il suo carattere. Ho considerato giusto il consiglio che gli aveva dato Napolitano, di prendere atto dello strappo nella maggioranza e di dimettersi prima di farsi sfiduciare. Tuttavia, il voto del Senato è almeno servito all’ex premier a chiarire il suo personale futuro, e infatti si è chiamato fuori…».

Se è per questo, ha certificato in modo definitivo pure l’inconsistenza del centrosinistra.
«Sì, ha chiarito certe contraddizioni e certi equivoci — ma forse si potrebbe dire ambiguità — interni alla maggioranza. Che da mesi si reggeva solo su pochi, esilissimi fili. Tra continue scuciture e rammendi. Prodi ha mediato finché ha potuto, con un’incredibile pazienza, ma poi…».

E le recriminazioni verso il Partito democratico, la cui nascita è stata indicata come il vero detonatore della crisi?
«Non condivido queste analisi. Ho guardato con favore alla nascita del Pd. L’ho considerato un buon segnale, in quanto poteva e doveva favorire un utile processo di semplificazione di un versante politico cruciale. Ho sperato che fosse imitata sul fronte del centrodestra. No, non è il Partito democratico l’origine della crisi».

In definitiva, presidente Ciampi: se la sente di scommettere su un governo di tregua?
«È una partita difficile, che oggi come oggi può sembrare quasi disperata. L’unica strada percorribile è purtroppo strettissima. Io però, per natura, ripeto sempre, anche a me stesso, che non bisogna arrendersi. Il che oggi, in quest’Italia di umori cupi, inquieta, impaurita e stremata da un conflitto permanente iniziato oramai quindici anni fa, significa far lievitare nel Paese — a partire dalla classe politica — una salda volontà positiva. Per riuscirci, bisognerebbe mobilitare delle figure di riferimento. Ne esistono, per carità. Ma sono poche quelle in cui tutti si riconoscono».

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