Per il Prof comincia la prossima conta

(25 Gen 08) 

Tommaso Labate

Il pressing, o la «moral dissuasion», come la chiamano i suoi, doveva finire in mattinata. Dopo l’ultima ascesa al Quirinale. Alla fine di una notte che gli ha dato come unico consiglio quello di andarci in ogni caso, in Senato. E invece no. Anche mentre ascolta il dibattito di palazzo Madama, Romano Prodi riceve bigliettini e suggerimenti all’orecchio. La maggioranza dei quali va in un’unica direzione: «Fermati prima del voto». A metà pomeriggio, quando fa un salto alla bouvette, Giovanna Melandri lo confida a un collega di partito: «Di là glielo stanno dicendo in tutti i modi». Non proprio tutti, però. Perché – tanto per fare alcuni nomi – Rosy Bindi, Arturo Parisi, Emma Bonino e persino Beppe Fioroni sostengono la sua idea di andare fino in fondo. «È lo stesso, identico, finale del film del ’98», sussurra il dalemiano Nicola Latorre sfogliando l’album dei ricordi insieme all’azzurro Beppe Pisanu, che per tutta risposta rivela dieci anni dopo: «Allora ha perso per un solo voto. Ma noi, caro Nicola, avevamo in serbo uno scherzetto di riserva: quattro deputati nascosti da Forza Italia che lo avrebbero affossato lo stesso».
Ma che quello di Prodi sia archiviabile esclusivamente alla voce «gioco a perdere» non ci crede nessuno. Nemmeno quelli del Prc, che insieme ai piddini sono stati protagonisti del tentativo di dissuasione. Una carta di riserva, Prodi ce l’ha. Giovanni Russo Spena ne è convinto: «Romano ha insistito per venire in Senato perché oggi è il suo primo giorno di campagna elettorale. Dentro il Pd lo sanno bene. E poi, per quanto sembri incredibile, oggi ho visto dei sondaggi di popolarità che lo danno in grande ascesa».
La sfida personale di Prodi per il dopo-Prodi è tutta da scrivere. A cominciare dal suo “partito personale”, per il quale stanno già arrivando richieste di iscrizioni, fuori (Diliberto a Pecoraro, passando per il gruppo di Sinistra democratica) e dentro il Pd. Un’appendice ci sarà con l’avvio delle consultazioni del Quirinale. «Il Pd – ripete sempre Russo Spena – vuole arrivare oltre. Ma potrebbe anche cominciare il giro indicando Prodi stesso. Per quanto ci riguarda, noi non ci impicchiamo a nessuna soluzione preconfezionata».
Ma prima e durante il giorno della resa dei conti, il premier ha tentato in tutti i modi di conquistare la fiducia del Senato. Le trattative riservate, quelle sui nomi «da non bruciare in alcun modo», Prodi le ha tenute al riparo dal Pd. Se ne sono occupati i fidelissimi: dall’amico di una vita Angelo Rovati al sottosegretario Giampaolo D’Andrea, passando per un prodiano di antico conio come il ministro dell’Agricoltura Paolo De Castro. È stato proprio quest’ultimo a gestire la delicata “operazione Cusumano”, dal nome del senatore dell’Udeur che ieri si è staccato da Mastella e ha votato a favore del governo.
L’ingresso di Cusumano nel “partito di Prodi” non è stato dei più agevoli. Quando il capogruppo del Campanile Barbato – chiuso nella sua stanza – capta dove vuole andare a parare l’intervento del collega, si precipita in Transatlantico declinando al suo indirizzo quattro concetti solo apparentemente separati: «cesso», «troia», «pezzo di merda», «squallida checca» (nel copione, segue sputo e successivo svenimento di Cusumano). Niente a che vedere con la telefonata che il senatore dissidente aveva ricevuto da Mastella in persona il giorno prima. Una telefonata che era iniziata col guardasigilli che diceva «dimmi che non sono vere le voci che sento» e Cusumano che dava il là all’ira funesta di Clemente con un semplice «stavo per venire a dirtelo di persona che…».
Giù in cortile, Mauro Fabris, capogruppo del Campanile alla Camera, spiega così lo psicodramma interno del “fu partito famiglia” reinventatosi “partito-crisi”. «Se mi avessero detto che Pellegrino, il figlio di Mastella, era pronto a prendere la tessera di Rifondazione ci avrei creduto. Ma il tuffo di Cusumano in una piscina vuota proprio non me lo so spiegare. È un traditore. Non voglio nemmeno pensare alla storia della consulenza che avrebbero garantito al suo assistente. Più semplicemente, credo che Nuccio sia impazzito». Già, Nuccio. Nuccio Cusumano. «Per Mastella – è sempre Fabris la voce narrante – lui è sempre stato uno di famiglia. Non sapete le lacrime quando hanno arrestato la signora Sandra…Per farlo eleggere Clemente ha optato per la Calabria liberandogli un posto. Non vi dico come l’ha presa il numero due in lista (in Calabria, ndr), che ancora ci insegue. E quella è gente che non scherza…».
L’inquadratura torna nell’anticamera dell’Aula. Rovati e D’Andrea si stanno cimentando nel tentativo disperato di recuperare terreno. I numeri più chiamati sono quelli di Dini e Scalera, barricati nella stanza di Lambertow. C’è persino chi si offende del mancato corteggiamento. «Io ho tre senatori. Non mi hanno nemmeno degnato di una telefonata», se la ride Francesco Storace. Che aggiunge: «Ora vado a mettere in giro la voce che uno dei miei sta male…». Niente da fare: finisce 161 a 156. Prodi perde Fisichella, Dini e Scalera. Ma non assiste al voto. Durante la chiama, riceve l’ultimo messaggio da Rovati. «È andata». Quindi, prima di prepararsi al faccia a faccia con Giorgio Napolitano, fa un salto a palazzo Chigi. Con lui c’è Giuliano Amato. La parlamentarizzazione è finita. Ma nessuno, e men che meno Prodi, ha intenzione di andarsene in pace.

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