Marini il salvagente

(25 Gen 08)

Augusto Minzolini

D’Alema: è l’unica nostra chance per evitare la catastrofe del voto

A mezzogiorno a via del Vicario, la strada che costeggia Palazzo Montecitorio, Elio Vito, capo dei deputati di Forza Italia, descrive così l’epilogo del governo Prodi che si andrà a consumare di lì ad otto ore. «Sui numeri – spiega – dovremmo farcela. La decisione del premier di andare al voto in Senato non ci è dispiaciuta. Così ha tagliato la strada all’operazione più insidiosa, quella di Napolitano, cioè l’idea di mandare in Parlamento un governo tecnico-istituzionale con un unico punto programmatico, una legge elettorale sul modello tedesco. Ecco perché credo che alla fine sarà Prodi a guidare il Paese con il suo governo dimissionario fino alle elezioni». Già, nei bizantinismi dei Palazzi romani può anche accadere che i due nemici possano trovare un’intesa minima con la quale mettere nei guai gli amici-avversari. Si parla di una telefonata tra i due. Sicuramente nelle ultime 24 ore i plenipotenziari hanno avuto contatti ravvicinati. È sceso in campo il numero uno della diplomazia berlusconiana, Gianni Letta. Mentre Prodi che finora aveva usato per dialogare con il nemico un emissario scelto per la parentela che può vantare, Enrico Letta nipote di Gianni, ha mandato avanti Enrico Micheli. Motivo? Semplice, il Professore si è accorto che il piccolo Letta era più d’accordo con i fautori del «governo tedesco» che non con lui. Il risultato è stato che ieri mentre brindava con i suoi senatori a Palazzo Grazioli Berlusconi ha reso l’onore delle armi all’avversario: «Prodi ha avuto il coraggio di andare fino in fondo. Visto che è stato indicato dagli elettori è giusto che dopo il suo governo ci siano le elezioni. Come pure che sia il suo governo dimissionario a gestirle».

Un discorso lineare quello del Cavaliere il quale ha capito che se lascia spazi a manovre non uscirà fuori vivo da quella giungla che è la politica romana. Lui è pronto a parlare solo della data delle urne. Se il ministro dell’Interno, Giuliano Amato, ha ipotizzato con Bobo Craxi il 6 aprile, Berlusconi nei suoi contatti ha evidenziato sul calendario con i suoi collaboratori due possibili date: 13 o 20 aprile. Sul resto è guardingo. «Bisogna andare a votare – ha spiegato – con questa legge senza ritocchi, non si può cercare un accordo quando dall’altra parte c’è Veltroni e quelli che gli sparano contro». E come lui la pensano Gianfranco Fini e Umberto Bossi che oggi gli hanno confermato il loro appoggio.

Solo che nella giungla, appunto, ci sono altre tribù che non la pensano come quella del centro-destra. Che si stanno giocando la sopravvivenza in questo scontro. La prima, la più potente è quella parte della tribù del «no-voto» che ha come riferimento nel Presidente, Giorgio Napolitano, e che conta personaggi autorevoli come Marini, D’Alema, Rutelli. Il loro schema è semplice: mettere in campo un governo per introdurre il sistema tedesco guidato dal presidente del Senato, Marini. «È l’unica chance che abbiamo – rimarca D’Alema – per evitare un voto che potrebbe trasformarsi in una catastrofe». Il piano principale del Colle, quindi, è quello di mettere in piedi un governo simile. Solo che Napolitano è uomo prudente, sa che per fare un’operazione del genere deve riuscire a mettere insieme una maggioranza in Parlamento. Da qui l’idea di fare delle consultazioni lunghe e approfondite. Sette o dieci giorni. Poi se ci saranno margini per un’intesa metterà in campo un’alta carica istituzionale come Marini, altrimenti se l’operazione presentasse ostacoli insormontabili opterà su altri personaggi, magari Giuliano Amato. Interlocutore privilegiato – e decisivo – in questo «schema» è ovviamente l’Udc di Pierferdinando Casini. Il quale però si schermisce: «Prima ci debbono dimostrare che hanno una maggioranza sul sistema tedesco. Altrimenti si va al voto. E comunque noi non possiamo non tenere conto di quale sarà l’atteggiamento di Berlusconi». Ieri al Senato Antonio Polito, del Pd, è andato a sondare su questa ipotesi anche qualche esponente di Forza Italia più propenso al dialogo come Beppe Pisanu. «Cosa fareste – gli ha chiesto a bruciapelo – se mettessimo in campo un personaggio a cui Berlusconi non può dire di no come Draghi, Monti o Gianni Letta?». «Su Letta – è stata la risposta di Pisanu – si può ragionare, ma perché noi che abbiamo a portata di mano la vittoria dovremmo dire di sì? Dovevate proporcelo mesi fa».

L’altro gruppo etnico della tribù del «no-voto» è quello che fa capo a Walter Veltroni. Il leader del Pd ha già lanciato segnali al Cavaliere per tentare la strada di un governo che faccia la legge elettorale. Nella sua testa c’è l’ultima bozza Bianco, la ter, quella più distante dal tedesco. «L’accordo – osserva il sindaco di Roma – in pratica era già fatto prima che scoppiasse la crisi di governo. Bisogna vedere se c’è ancora la volontà politica. Se Berlusconi ha l’ambizione di dimostrare di essere uno statista. Oppure no». In subordinata – ma si tratta proprio dell’ultima – il segretario del Pd potrebbe anche assecondare la nascita di un governo che apporti leggere modifiche alla legge attuale solo per renderla più razionale. «Così – ha spiegato – accontenteremmo anche il Capo dello Stato». Ma, soprattutto, Veltroni raggiungerebbe due obiettivi: le elezioni si sposterebbero a giugno e ci sarebbe un altro premier a Palazzo Chigi. «Con Prodi lì – osserva uno dei suoi consiglieri – l’impresa di battere Berlusconi da difficile diventa impossibile».

E si torna al Professore. Naturalmente nei prossimi dieci giorni Prodi resterà in silenzio. Non polemizzerà con chi considera la causa principale dei suoi mali, Veltroni. Proprio per restare a Palazzo Chigi a gestire il voto. Il suo slogan sarà «impedire in tutti i modi il ritorno di Berlusconi». Ma già questo schema da crociata lo rende l’alfiere di una politica alternativa a quella del leader del Pd, il quale per presentarsi davanti agli italiani in uno schieramento omogeneo ha anche teorizzato di andare da solo. Quindi, Prodi diventa automaticamente il riferimento di chi crede ancora all’Unione. Dei prodiani come Monaco, che ieri ha polemizzato con le aperture di Veltroni a Berlusconi e che sognano una lista elettorale dell’Ulivo. O dei piccoli partiti che ce l’hanno a morte con Veltroni. Diliberto, del pdci, disserta, ad esempio, sulla possibilità che alle elezioni si presenti un piccolo Ulivo. «Prodi con quel carattere che ha – confida un leader del Pd che lavora gomito a gomito con entrambi – farà di tutto per azzoppare Walter».

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