Ma l’asse tra Silvio e Walter non si spezza «Come me vuole le urne. O lo fanno a fette»

(25 Gen 08)

Francesco Verderami

Il leader del centrodestra e le strategie per il dopo-Prodi

Vuole le elezioni Berlusconi, «e non sono il solo». Così diceva ieri mentre assisteva alla caduta del governo, alla fine della «parentesi» prodiana durata meno di due anni e vissuta come una cocente sconfitta. Vuole le urne il Cavaliere, «ma le vuole anche Veltroni», ha confidato prima di prepararsi al rito delle consultazioni. E il modo perentorio in cui ha spiegato la tesi fa capire che tra i due si sarà pure interrotto il dialogo per la riforma della legge elettorale, ma che l’asse politico resiste e non si spezza. C’è un motivo — secondo Berlusconi — per cui il leader del Pd mira al voto, «e al più presto»: «Lui per primo non ha interesse ad un governo che duri un anno, perché così non reggerebbe a lungo nel suo partito. Lo farebbero a fettine.

Guardate come si sono organizzati per metterlo sotto. D’Alema e i popolari da una parte, Prodi dall’altra… La resa dei conti tra loro non è nemmeno iniziata». Il Cavaliere sembrerebbe disinteressato nel tendere una mano a Veltroni, per salvarlo dall’assedio. In realtà è un modo per evitare di finire anche lui imbrigliato nelle alchimie di Palazzo, per impedire che tornino in gioco quanti al momento sono invece ai margini. «E vedrete — spiegava ieri il forzista Pisanu — che la gran cassa dei media proverà a forzare la mano per un governo di larghe intese o istituzionale o tecnico pur che sia. Vedrete che i poteri forti si faranno sentire pur di evitare il ritorno immediato alle urne. Quale effetto avranno su Berlusconi queste pressioni? Nessuno ». Infatti il capo di Forza Italia è lì che prepara la sua rivincita, riceve schede programmatiche dai suoi consiglieri e parla del governo che verrà: «Ci aspetta un duro lavoro. Bisogna cambiare tutto».

Manco a dirlo, in cima alla lista dei suoi pensieri ancora ieri c’era «la riforma del sistema giudiziario »: «Questo sistema è una vergogna. Roba da terzo mondo». Sono dettagli, certo, che tuttavia consentono di capire quale sia la strategia del Cavaliere, e al tempo stesso quanto sia robusto il rapporto con Veltroni. Perché non può essere solo una coincidenza il fatto che Berlusconi abbia svolto delle simulazioni di voto molto simili a quelle commissionate dal segretario del Pd. Il leader del Pdl prevede un «limite minimo garantito» alle urne per il centro- destra: «Prenderemo almeno il 55%», ha assicurato agli alleati. E tra questi ci sono anche Dini e Mastella, che prima di rompere con l’Unione ha chiesto e ottenuto rassicurazioni dal Cavaliere, perché si vada alle urne con questa legge elettorale. «Il Porcellum conviene a tutti, conviene anche a Veltroni», sorrideva ieri il leghista Calderoli: «Ah, se solo potessi parlare…». Le elezioni sono il traguardo ambito da Berlusconi, conscio che — come dice Pisanu — «nemmeno Casini può ormai staccarsi troppo da lui». Resta il rito delle consultazioni, e restano le incognite che quel rito si porta appresso. Ma la mossa di Prodi, la sua volontà di cadere al Senato con un voto, ha ristretto i margini di azione del Quirinale. Il Cavaliere si aspetta che Napolitano incarichi il presidente del Senato Marini con un mandato esplorativo, ascolta senza cedimenti le sirene che lo lusingano promettendo un ruolo a Gianni Letta, e attende che Veltroni si muova in perfetta sintonia con lui. Come d’altronde sta già facendo, criticando l’ipotesi delle elezioni anticipate e parlando di un governo per le riforme, a cui il leader del Polo non darà mai l’assenso. Insomma, tutto secondo copione. Tutto secondo le regole bizantine della politica italiana. E mentre la legislatura si prepara a tramontare, cambiano amicizie e abitudini. Ieri pomeriggio Mastella era attorniato dai polisti che andavano a salutarlo. C’era il centrista Baccini che si faceva largo tra i senatori: «Fatemi parlare con il mio alleato».

E c’era il leghista Calderoli che confortava l’ex Guardasigilli — stressato per le vicende familiari — con sorrisi e strette di mano. «E dire che poco prima — ha raccontato il forzista Cantoni — D’Alema era passato accanto a Mastella, e malgrado lo avesse incrociato non lo aveva degnato nemmeno di un saluto. Clemente allora si è voltato verso alcuni suoi amici di partito e ha detto: “Avete visto chillu str…”». Come cambiano i rapporti. E come cambiano le cose. Nel Pd sta per iniziare il redde rationem e già si intuisce che sarà una guerra senza quartiere. Berlusconi è convinto che Veltroni sia dalla sua parte, che anche lui preferisca le elezioni. Resta ancora da capire — e non è di poco conto — se sarà Prodi a traghettare il Paese alle urne. Il Cavaliere preferirebbe così e non è preoccupato di lasciarlo a palazzo Chigi, alla vigilia di un giro di nomine che vale più di una lista di governo. Guarda caso, la tesi di Berlusconi coincide con quella di un autorevolissimo ministro democratico: «Tra la possibilità di stabilire a chi assegnare quei posti di potere e il desiderio di affondare Veltroni, Prodi sceglierà sicuramente questa seconda opzione». Ecco perché il capo del Polo dice di non essere il solo a volere le urne.

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