L’ostinazione e la disfatta

(25 Gen 08)

Massimo Franco
Lo schianto c’è stato. Rovinoso, rumoroso, e tale da mandare in pezzi ciò che restava dell’Unione. Il suicidio annunciato del centrosinistra si è consumato ieri notte in un Senato teatro per l’ennesima volta di risse, insulti, psicodrammi. Romano Prodi, seppellito da 161 «no» rispetto a 156 «sì», osserva le macerie del proprio governo con aria accigliata. Eppure, forse se ne compiace inconsapevolmente. Anche perché è stato lui a scegliere di sfidare l’aula. Ed aveva messo nel conto la bocciatura. Prodi lo ha fatto, raccontano gli alleati maligni, perché non era certo di riottenere l’incarico per palazzo Chigi. Sapeva e sa che Giorgio Napolitano farà di tutto per prolungare la legislatura e cambiare la legge elettorale. Ma il calcolo dell’ormai ex presidente del Consiglio è che neppure il Quirinale riuscirà a compiere il miracolo. E dunque si andrà alle elezioni anticipate. E lui, Prodi, si godrà a distanza la disfatta della ex Unione; e la rivincita di Silvio Berlusconi, l’arciavversario.

E pensare che nel suo antiberlusconismo esistenziale, unito ad un ego ben sviluppato, il Professore tende a presentarsi come l’ultima trincea della democrazia in Italia: un baluardo oltre il quale scatterà una deriva a destra senza redenzione. Il paradosso è che, dicendo di volere esorcizzare un finale così disperante, Prodi ha finito per costruirlo giorno per giorno senza rendersene conto. L’ostinazione ad andare al Senato comunque rappresenta l’ultimo colpo di acceleratore. Riconsegnare in nemmeno due anni l’Italia a Berlusconi, perseguendo l’obiettivo opposto: è questo il paradosso col quale Prodi e il centrosinistra in pezzi potrebbe presto fare i conti. Ma in fondo, l’ossessione antiberlusconiana è stata anche l’eterno limite dei nemici del Cavaliere. Si può pure dare la colpa del disastro alla defezione fra l’emotivo e il furbesco di Clemente Mastella; oppure agli scarti del Pd di Walter Veltroni, desideroso di costruirsi un’identità diversa, se non in conflitto con quella del premier; o all’incompatibilità fra sinistra radicale e schegge centriste dell’Unione. Si torna comunque al vizio d’origine di una coalizione messa su per battere Berlusconi, non per governare. Il guaio, per la ex maggioranza al governo dalla primavera del 2006, è che riemerge dall’esperienza ridotta in brandelli. Non esiste più, e la resa dei conti non si è nemmeno iniziata: si intravede solo la scia di acrimonia che Prodi lascia dietro di sé.

Le maschere disfatte di alcuni senatori dell’Udeur che si insultano a palazzo Madama, storicamente l’«aula nobile» del Parlamento, sono un brutto viatico per il futuro. E la forzatura decisa «per coerenza» da Prodi ha creato il gelo fra lui e Napolitano. Se pure il Quirinale riuscirà a rimettere insieme un governo istituzionale, fotograferà equilibri politici morti; e un sistema sull’orlo della delegittimazione. L’ipotesi è quella di un esecutivo a tempo, obbligato ad affidarsi alle formule più contorte della Prima Repubblica; ma è un’ipotesi tutta da verificare. Se Napolitano riuscirà ad ottenere l’astensione benevola dell’opposizione, o un qualche accorgimento ancora da inventare per fare la riforma elettorale e votare nel 2009, bisognerà essergliene grati. Il fronte ostile all’interruzione della legislatura è largo; ma anche frastagliato e intimidito, dopo il modo in cui Prodi ha voluto chiudere la propria esperienza. Oggettivamente, i margini per riprendere il controllo della situazione si sono assottigliati drasticamente. Già si parla di elezioni all’inizio di aprile, come se tutte le tappe che da oggi il Quirinale studierà fossero bruciate in anticipo. Non è escluso che in quel caso a portare l’Italia al voto sia Prodi, premier uscente. Probabilmente, Berlusconi se lo augura: i più spaventati da questa prospettiva sarebbero alcuni alleati del Professore.

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