In rivolta i prodiani battuti

(25 Gen 08)

Maria Teresa Meli

La minaccia di una lista del premier
Il sindaco di Roma: basta con le dietrologie complottarde

Come “archiviare” Romano Prodi senza irritare il premier dimissionario già abbondantemente irritato: è questo, ora, il problema che Walter Veltroni deve risolvere. Il sindaco di Roma chiede a Goffredo Bettini di andare in Senato a fare una dichiarazione enfatica: in realtà, un modo garbato, per dire che quell’esperienza per quanto riguarda il Pd è alle spalle. E infatti la delegazione del Partito democratico, quando salirà al Colle, chiederà un governo per le riforme senza fare solo il nome di Prodi al capo dello Stato. Ma Veltroni sa che non gli sarà facile evitare l’accusa di aver accelerato la crisi. Come sa quel che Prodi va dicendo: «Per fortuna che il Partito democratico doveva nascere per stabilizzare il governo, in realtà è nato per destabilizzarlo ».

«Gli strateghi del Pd»: così il premier definisce in modo sprezzante il sindaco e i suoi. E Arturo Parisi parla di un «Pd inciucista», mettendo in dubbio il fatto che debba essere per forza Veltroni «a candidarsi a premier alle elezioni». Il sindaco di Roma si difende come può: «Non l’ho fatto mica cadere io ma Mastella: è sotto gli occhi di tutti. Basta con queste dietrologie complottarde ». Ma il sindaco di Roma non è tanto ingenuo da non capire che il treno prodiano, sferragliando, sta per partire contro di lui, anche se ieri sera, dopo quasi 48 ore di silenzio il leader del Pd e il presidente del Consiglio si sono sentiti al telefono per concordare il comunicato d’addio (la stessa cosa Veltroni ha fatto con Massimo D’Alema e Francesco Rutelli). Lo scenario che si prospetta è quello disegnato dal senatore democratico Antonio Polito: «Prodi cercherà di trascinare Walter e il Pd nel gorgo. Si vuole vendicare e farà come fece con D’Alema nel ’98. Vi ricordate quando lui e i suoi lo accusavano di volere l’inciucio con Berlusconi e di essere il mandante della caduta del governo? Ora riserveranno lo stesso trattamento a Veltroni ». Potrebbe accadere anche di peggio, però. Il timore di Veltroni e dei suoi è che possa nascere una “lista per Prodi” che, naturalmente, porterebbe via voti al Pd. «Ma quale lista? — osserva Polito — se Parisi ha dei problemi che esca.

Tra l’altro Prodi non ha più lo stesso appeal che aveva quando venne fatto l’Asinello ». L’ipotesi però c’è. Ne ha parlato l’altro giorno alla Camera il segretario dei comunisti italiani Oliviero Diliberto prospettando a Parisi che una parte del Pd, loro, i verdi e i socialisti possano andare alle elezioni insieme. Insomma un Ulivo versione mignon contro il Partito democratico. Il ministro della Difesa non ha detto di sì ma neanche di no. «Ci rifletterò, potrebbe anche essere una prospettiva interessante», è stata la sua enigmatica risposta. Certo che ieri tutti i prodiani presenti al Senato imputavano a Veltroni la caduta del loro capo. L’onorevole Barbi spiegava a un collega: «E’ chiaro che lui non poteva non sapere che le parole pronunciate a Orvieto avrebbero portato alla crisi». Rosy Bindi non ha mai fatto mistero delle sue convinzioni: «Veltroni vuole andare alle elezioni e ha agito di conseguenza ». Ma anche se alla fine Prodi e Parisi non sentissero le sirene di una lista in proprio è chiaro che daranno del filo da torcere a Veltroni. Il ministro della Difesa è «contrario all’idea che il Pd vada da solo come pensa Walter Veltroni, tanto più se ci sono le elezioni con questa legge elettorale ». E Prodi è dello stesso avviso. «Il presidente del Consiglio è arrabbiatissimo con Veltroni — riferisce alla buvette del Senato Bobo Craxi — e vedrete che scatenerà la sua ira sul Partito democratico perché è convinto che sia il Pd, e non l’Udeur, il partito che in realtà lo ha fatto fuori ». Ma il leader del Pd, come spiega il veltroniano Ermete Realacci, «è convintissimo che si debba correre da soli», checché ne pensino Prodi e Parisi.

E alla fine anche Massimo D’Alema ritiene che questa sia la strada da intraprendere. Tra l’altro il ministro degli Esteri è arrabbiato con Prodi che non ha seguito i suoi consigli. «Gli avevo detto — racconta ai suoi — che doveva andare alle Camere, rivendicare le cose fatte dal governo, dichiarare che con l’uscita di Mastella la maggioranza politica era finita e dire che a questo punto bisognava favorire il processo delle riforme». Un consiglio che Prodi non ha seguito perché convinto che fosse un modo per farlo fuori. I sondaggi commissionati dal loft democratico, comunque, rivelano che in solitaria il Pd potrebbe prendere oltre il 35 per cento. Un punto però divide Walter Veltroni e Massimo D’Alema. Il ministro degli Esteri è convinto che si debba fare di tutto per dare vita a un governo istituzionale (di qui i suggerimenti dati al premier), il sindaco di Roma, invece, ritiene che se non si riesce a coinvolgere anche Forza Italia questa sia un’operazione destinata al fallimento. E quello a cui punta FI lo sanno tutti. Tant’è vero che Veltroni si sta acconciando all’idea di andare alle elezioni con questa legge. Alla Camera da solo, al Senato, dove il sistema è diverso, il Pd si presenterà in modo più articolato. Da solo nelle regioni rosse dove si vince, e in quelle date per perse, insieme agli altri alleati lì dove (per esempio Piemonte e Liguria) la situazione è aperta. Dunque, Veltroni e i suoi ragionano ormai sulle elezioni anticipate. «Anche perché — dice un collaboratore del sindaco di Roma — se si va alle urne tra un anno con l’aria che tira dentro il Pd fanno fuori Walter prima». Lo sa bene anche Veltroni: «Saranno giorni difficili per me», confida il leader del Partito democratico.

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