Costituzione e strage delle regole

(24 Gen 08)

Michele Ainis
L’Italia è malata di sfiducia, d’inquietudine, d’insofferenza verso ogni autorità costituita, ha detto ieri il Capo dello Stato dinanzi alle due Camere riunite. C’è insomma una crisi di sistema, ben più grave della crisi di governo che si va consumando in queste ore. E a sua volta il morbo genera conflitti, disprezzo per le regole, irresponsabilità diffuse. Ma la nostra vecchia Carta non ha colpe in questa crisi. Al contrario: ne è piuttosto vittima, perché la febbre della società italiana s’accompagna a un parricidio. Per l’appunto, quello perpetrato a danno dei valori iscritti sessant’anni fa dai nostri padri fondatori.

Parole sacrosante, e per una volta non rituali. Sennonché dietro il delitto c’è un colpevole così come un’arma ancora carica. Il colpevole è la politica, senza distinzioni fra sinistra e destra. La pistola ha sparato per scardinare tutti i limiti che la Costituzione detta alla politica. Ferendo così a morte non solo la Carta del 1947, bensì una tradizione ormai bisecolare, che rampolla dalle rivoluzioni francese e americana di fine Settecento.

Costituzionalismo, è così che si chiama. Significa che i poteri dello Stato devono restare separati, che la separazione serve affinché essi si controllino a vicenda, che il controllato non può indossare nel contempo l’abito del controllore. Significa, in breve, che alla politica spetta disegnare il quadro delle regole, all’amministrazione tradurle in misure concrete, alla giustizia vigilare sul rispetto dei reciproci confini.

Ma in Italia no, non è così che funziona la baracca. Sicché fa un po’ sorridere l’iniziativa dei giudici campani che contestano a Mastella o a Berlusconi il reato di «raccomandazione», per una poltrona da primario o un varietà alla Rai. Errore: alle nostre latitudini la raccomandazione politica non è affatto vietata bensì imposta dalla legge. Succede nella cultura, dove l’anno scorso l’associazione Bianchi Bandinelli ha scritto a Napolitano denunziando l’impennata delle nomine ministeriali al Consiglio superiore dei beni culturali e nei comitati di settore. Succede nella sanità, dove dal 1992 i direttori generali delle Asl vengono indicati dalle Giunte regionali, col risultato che il 94% dei medici italiani ormai ritiene che si diventi primario per esclusivi meriti partitici. D’altronde come dargli torto, quando a Vibo Valentia governata dal centrosinistra sono stati distribuiti 40 primariati in coincidenza con le primarie del Pd, mentre nel Veneto dove comanda il centrodestra Galan ha appena nominato 23 fedelissimi su 24 direttori?

Ma le mani rapaci dei partiti s’allungano su ogni ganglio dell’amministrazione pubblica. E lo fanno sotto l’ombrello del diritto, da quando lo spoil system è legge dello Stato, dopo una serie di riforme varate all’unisono da governi di destra e di sinistra. Da qui la decadenza degli alti dirigenti a ogni cambio di governo; da qui contratti che durano il tempo d’un fiammifero, lasciando i vertici dei nostri apparati burocratici in balia degli umori, nonché dei desideri, del politico di turno. Alla faccia dell’imparzialità amministrativa, prescritta dalla Costituzione; e nonostante l’altolà della Consulta, intimato attraverso due sentenze del 2007. Del resto anche il principio costituzionale del concorso è diventato una parola al vento. Non vale (dal 2005) per i dirigenti; non vale, in realtà, nemmeno più per i bidelli, dato che in ogni ufficio pubblico s’accede da precari.

Insomma è la politica che decide sui posti di lavoro, ora con una nomina, ora con una sanatoria deliberata per gli amici. Di più: decide sui propri stessi controllori. L’8% dei giudici contabili e il 25% dei consiglieri di Stato vengono nominati dal Consiglio dei ministri. In Sicilia va anche peggio, giacché Cuffaro indica metà dei membri del Consiglio di giustizia amministrativa. E via via, fino alle autorità indipendenti (che in realtà dipendono da una designazione operata in Parlamento), oppure fino ai segretari comunali, che fanno la guardia al Sindaco ma che il Sindaco può licenziare su due piedi. Senza dire delle incompatibilità parlamentari, di cui è custode lo stesso Parlamento: col corollario che gli incompatibili restano sempre al loro posto. Conflitto d’interessi? Ma la prima e unica legge timbrata dalle Camere (nel 2004) ha avuto per effetto la sostituzione di Berlusconi con Galliani alla presidenza del Milan. Viceversa sulle lobbies si sono succedute 25 proposte di legge negli ultimi 40 anni, senza mai risultati. Per forza: la sola Federfarma ha ammesso d’elargire 250 mila euro l’anno ai parlamentari di destra e di sinistra.

Ecco, è questa strage di regole – costituzionali, ma altresì civili – la colpa dei partiti. Ed è sempre questa la ragione che ci ha condotto mani e piedi in un sistema feudale, dove il merito è diventato carta straccia. Sicché davvero la Carta del 1947 indica un percorso, un’occasione di riscatto nazionale. Un riscatto politico, ma senza «questa» politica.

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