L’ostinazione del premier avvicina le elezioni anticipate

(23 Gen 08)

Stefano Folli
Seguendo il suo temperamento più che la convenienza politica, Romano Prodi è sceso nell’aula di Montecitorio e ha fatto un discorso determinato, orgoglioso. Il discorso di uno che non si arrende mai. Ha tracciato una sorta di bilancio- molto ottimistico – di venti mesi di governo, in un estremo tentativo di guardare oltre le avversità per convincere se stesso e gli italiani che un futuro è ancora possibile. Nonostante la rottura del «patto di legislatura» sottoscritto davanti agli elettori e tradito da Mastella. Su questa analisi il premier ha chiesto la fiducia della Camera. Avrebbe potuto pronunciare le stesse parole per poi recarsi al Quirinale e rassegnare le dimissioni. Il ritiro dalla coalizione di un socio (l’Udeur) costituisce un’ottima ragione per restituire il mandato al capo dello Stato. Un simile gesto avrebbe forse reso meno oscuro il percorso di una crisi che si annuncia drammatica, senza uno sbocco chiaro che non siano le elezioni anticipate.
Prodi ha scelto invece l’altrastrada: «Voglio vedere in faccia chi mi vota contro ». Sarà accontentato. Ma la sua ostinazione certo non aiuta il compito di Napolitano. Anzi, le elezioni anticipate non sono mai state così vicine. E il premier ha contribuito non poco a questo esito. Perché è ovvio che alla crisi si arriverà in ogni caso giovedì, se Palazzo Madama dovesse confermare che i numeri per la coalizione non ci sono più. Si creerebbe così una singolare situazione: il governo ha la fiduciadella Camera,grazie all’abbondante premio di maggioranza, ma viene sfiduciato al Senato. Certo, le cose sarebbero diverse se fossero stati ammessi a Palazzo Madama i senatori contestati della Rosa nel Pugno.Ma la realtà è questa e parla di un’alleanza sfilacciata, giunta al termine della corsa. Del resto, se pure Prodi ottenesse al Senato un voto in più dell’opposizione, la maggioranza sarebbe condannata comunque alla paralisi. A meno di non recuperare due o tre voti sparsi: c’è sempre qualche scontento. Ma conviene al presidente del Consiglio esporsi a nuove polemiche, questa volta sul tema della «compravendita» di parlamentari?
In altre parole, quasi nessuno crede che questo centro-sinistra abbia un domani. Eppure Prodi combatte la sua battaglia come se nulla fosse. E in fondo si capisce. Ieri il suo discorso conteneva un duplice messaggio. Da un lato, voleva dire agli italiani chea Palazzo Chigi c’è un uomo che non si piega ai partiti e alle loro beghe. Quelle di Mastella, s’intende, ma forse anche di altri. Magari del Partito democratico veltroniano. È un copione già visto perché il premier lo recitò nel ’98, in occasione della crisi del suo primo governo. Anche allora si presentò come la vittima dei partiti e delle loro congiure (a quel tempo si trattava di D’Alema).
Il secondo messaggio è rivolto ai partner per dire loro che è lui, Prodi, l’unico in grado di tenere insieme la coalizione, o quel che ne resta, per guidarla se del caso alle elezioni anticipate. Lui è il garante di un centrosinistra che ora muore, ma che può risorgere su nuove basi. Quali? Non è chiaro, ma certo le parole del premier sono diverse da quelle di Veltroni, che ha affermato il proposito del Pd di correre da solo con qualsiasi sistema elettorale. In realtà tornare al voto con l’attuale legge significa garantirsi un altro periodo di instabilità. Ma in termini politici è una sciagura soprattutto per Veltroni e il suo progetto. Vedremo. Quella che comincia è una difficile partita e Napolitano è chiamato a compiere scelte scomode.

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