Il professore a Stalingrado

(23 Gen 08)

Lucia Annunziata

A chi si meraviglia dell’ostinazione, della forza con cui Prodi si batte per la sua legislatura, suggeriamo di riandare con la mente a una delle decisive battaglie della Seconda Guerra Mondiale. In queste ore, in effetti, il premier prepara la sua personale Stalingrado: accerchiato e inferiore di numero, vincerà se riuscirà ad aggirare e chiudere i nemici in un sacco. Il lato paradossale della situazione è che, se perde, non ci sarà nulla di eroico nella sconfitta.

Sarà solo una mesta, ma stavolta definitiva, riedizione della sua uscita di scena nel 1998, magari con Veltroni sospettato, invece di D’Alema, di complotto.

Mi scuso con i lettori per aver scomodato l’enormità di Stalingrado per una più modesta vicenda italiana, ma l’eccesso serve bene a spiegare lo spirito del Premier, e la peculiarità di questa crisi che solo formalmente si può chiamare di governo. La vera posta in gioco fra Palazzo Chigi e il Parlamento non è infatti oggi soltanto la sopravvivenza dell’esecutivo, ma il bastone della futura leadership del Paese. La crisi non nasce dallo scontro destra-sinistra; è piuttosto il frutto avvelenato della lotta interna a entrambe le coalizioni. Una sorta di collasso pubblico, una forma di resa dei conti, più forte dentro il centro-sinistra, più controllata dentro il centro-destra, che scoppia invece che nelle stanze chiuse delle sedi di partito fra i banchi parlamentari e sulle teste dei cittadini.

Il segno di questo percorso è il punto di origine stesso dell’attuale scossa: la nascita del Pd. L’evento prima di costruire, distrugge. Nel centro destra, per effetto indiretto, suggerisce a Silvio Berlusconi, come sempre attento politico, che il vecchio ordine è logoro, che il cambiamento è necessario se la sua coalizione non vuole sembrare un museo delle cere. È il momento del «predellino», dell’annuncio impetuoso della fondazione di un nuovo partito, che provoca un tormentato periodo di rotture, distinzioni, e rivalità che spappolano la vecchia Cdl. Dentro il centro sinistra il Pd innesca lo stesso esatto processo: lo scioglimento dei partiti è in questo caso programmatico, ma non per questo meno devastante. Nuova organizzazione, nuovi gruppi dirigenti, e la vecchia classe politica dell’Unione – da Prodi a D’Alema, a Rutelli, ai sindaci, ai Popolari – nel giro di poche ore si ritrova in balia del cambiamento stesso, senza luogo e, soprattutto, al momento, senza ruolo.

In poche settimane l’Italia politica, già scossa dalle critiche alla «Casta», si avviluppa nel disfarsi contemporaneo delle due vecchie coalizioni intorno a cui aveva ruotato la pur faticosa vita dell’imperfettamente bipolare Seconda Repubblica; e l’avvio, a destra come a sinistra, di una serrata competizione per il ricambio della leadership nazionale. Chi è il nuovo, cosa è il nuovo, chi guiderà i processi, e su quale identità: sono questi i temi su cui la nostra vita pubblica si è bloccata. Nel centro-destra la competizione passa per il voto cattolico e\/o moderato; nel centro-sinistra la tensione prende la forma di una paralisi decisionale del governo. È un passaggio che ricorderemo probabilmente come storico, ma senza molta nostalgia: è una fase forse necessaria del cambiamento, ma somiglia molto a un collasso. La deriva formalistica in cui cade la discussione sulle riforme elettorali è la perfetta rappresentazione di un cambio tanto desiderato quanto impossibile.

La crisi odierna nasce così, da un’implosione del governo, e la sua soluzione è infinitamente più complicata e più imprevedibile, proprio perché non può far leva su una mobilitazione comune di natura affettiva o ideologica, antifascismo, antiberlusconismo essendo armi spuntate rispetto alla radice tutta interna della rottura. La caduta o no del governo Prodi, in questa situazione, non equivale dunque solo a elezioni per un nuovo esecutivo, ma al costruirsi di uno scenario completamente diverso per il prossimo futuro. Al di là delle dichiarazioni di oggi, e persino delle stesse volontà dei vari protagonisti. Così, ad esempio, nel centro-sinistra, elezioni oggi significherebbero la discesa in campo di Walter Veltroni, con un partito tutto nuovo e a lui legato, con la voglia di «correre da solo» e nelle mani il diritto-dovere di decidere con l’attuale legge i prossimi parlamentari. Insomma una notevole sminuizione di ruolo di tutti gli attuali potenti e potentati, nonché la ratifica definitiva della leadership del sindaco di Roma. Nel centro-destra, come si vede già ora dalla pace scoppiata nelle sue file, le elezioni anticipate sgombrano il campo alla riconferma della leadership di Berlusconi. Un game over per molti, forse per troppi. Se Prodi invece continua il suo governo, la competizione per la guida della nazione rimane più flessibile, più aperta, in un certo senso dunque più «democratica», ma anche irrisolta.

Il problema per il Paese non è semplice: se vogliamo un rinnovamento della classe politica, realisticamente dobbiamo sapere che il costo del suo collasso, della sua decadenza e della sua (eventuale) reinvenzione, dobbiamo pagarlo anche noi. Non ci sono scorciatoie.

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