L’ombra delle urne

(22 Gen 08)

Federico Geremicca
L’epilogo, improvviso anche se non certo inatteso, ha sorpreso perfino Umberto Bossi, leader dal fiuto solitamente buono, che ancora ieri su Libero assicurava: «Prodi non è bollito… il governo non cade questa settimana». E invece da ieri pomeriggio la crisi è politicamente aperta, in ragione della scelta compiuta da Clemente Mastella. Ci si attendeva un capitombolo dell’esecutivo per uno sgambetto di Lamberto Dini o per uno dei tanto evocati «incidenti di percorso» al Senato, dov’era già pronta una insidiosissima mozione di sfiducia verso il ministro Pecoraro Scanio. Alla fine, invece, è stato l’uomo dei penultimatum – lo spesso sbeffeggiato Mastella – a giocare d’anticipo: «Dico basta. L’esperienza politica del centrosinistra è conclusa». Una mossa che ha colto tutti in contropiede, ma non Romano Prodi. Alle otto della sera, infatti, Palazzo Chigi ha voluto far sapere: «Ci aspettavamo una sorpresa. Per due giorni Mastella non si è fatto trovare».

Stamane il premier parlerà nell’aula di Montecitorio della situazione determinatasi, ascolterà il dibattito che si svilupperà e trarrà le sue conclusioni. Prodi potrebbe salire al Quirinale a rassegnare le dimissioni già in mattinata oppure percorrere per intero la via della parlamentarizzazione della crisi, attendendo il voto della Camera (dove il governo ha la maggioranza anche senza l’Udeur) su una mozione di fiducia per poi decidere se salire al Colle o procedere ad analogo passaggio anche nell’aula di Palazzo Madama.

Comunque sia, il dado sembra ormai tratto: a diciotto mesi esatti dalla sua nascita, il governo di Romano Prodi affonda nella crisi, lasciando temporaneamente il campo a uno scenario fatto di assoluta confusione.

E occorre dire che di questa confusione la giornata di ieri è stata specchio allarmante e fedelissimo. Apertasi con già sul groppone l’eredità delle ultime settimane – dalle immagini della spazzatura napoletana in giro per il mondo al ministro della Giustizia indagato dalla magistratura – ha vissuto di due avvenimenti distinti per gravità ma ugualmente preoccupanti. Il primo è l’esplicito e inedito scontro frontale tra il governo italiano e la Santa Sede intorno alle ragioni che hanno spinto Benedetto XVI a rinunciare alla sua visita alla Sapienza; il secondo è il triste panorama emerso dal rapporto 2008 dell’Eurispes, che segnala il crollo verticale di credibilità presso i cittadini praticamente di ogni tipo di istituzione. Entrambi gli avvenimenti sono passati in secondo piano dopo l’annuncio di crisi fatto da Mastella: ma sarebbe un errore gravissimo destinarli al dimenticatoio, non foss’altro perché è precisamente da questioni così che qualunque altro futuro governo dovrà ripartire.

Già, ma quale governo? E in questa stessa legislatura o dopo nuove elezioni politiche? Nessuno, al momento, è in grado di avanzare previsioni che abbiano un minimo di attendibilità, considerato il gran intreccio di questioni sul tappeto e la varietà di interessi divergenti tra maggioranza e opposizione, e addirittura all’interno dei due stessi schieramenti. Andare a elezioni anticipate significherebbe far slittare il referendum di un anno, gettare nel cestino ogni ipotesi di riforma elettorale e tornare al voto con una legge considerata unanimemente fattore di instabilità e ingovernabilità: eppure Berlusconi – e non solo lui, in verità – ha già annunciato che «è urgente dare la parola ai cittadini». Non imboccare quella via, al contrario (ed escludendo la riproposizione di un governo di centrosinistra) vorrebbe dire tentare la costituzione di un esecutivo tecnico o di garanzia del quale, al momento, pochi vedono le condizioni.

Il rischio, insomma, è quello di una crisi confusa e dai tempi non brevissimi: precisamente il contrario di quello di cui il Paese ha bisogno oggi. Per questo il lavoro che attende il Quirinale – notaio e arbitro della crisi – non si preannuncia affatto semplice. La speranza è che, giunte a un passo dal baratro, le forze politiche di maggioranza e di opposizione recuperino un minimo di concordia e, di conseguenza, un comportamento che non renda devastante il bilancio di una legislatura non certo cominciata nel migliore dei modi.

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