Il colpo di frusta

(19 Gen 08)

Angelo Panebianco
L’immagine di sé che l’Italia sta dando al mondo in queste prime settimane del 2008 è disperante. Nel giro di pochi giorni, senza nemmeno tirare il fiato fra un evento e l’altro, abbiamo offerto all’opinione pubblica internazionale tre spettacoli tremendi: quello dell’immondizia napoletana, quello di un’antica e gloriosa Università a tal punto in balia del ricatto di minoranze intolleranti da lasciare fuori dalla porta il Papa, e quello di un Guardasigilli che si dimette perché indagato da una procura della Repubblica. Che altro ne può ricavare un osservatore esterno se non l’ulteriore conferma dell’idea, già ampiamente diffusa all’estero, che l’Italia sia un Paese alla deriva, in via di disfacimento? E l’immagine internazionale (che pure conta tantissimo) non è l’unica cosa di cui preoccuparsi. Pesano altrettanto l’insofferenza e la sfiducia dell’opinione pubblica italiana, la diffusa convinzione che nessuno fra i tanti problemi che ci assillano verrà risolto da una democrazia impotente nella quale il volume delle chiacchiere e l’intensità delle risse (soprattutto dentro la maggioranza di governo) sono inversamente proporzionali alla capacità di decidere e di amministrare. In questo quadro fosco l’unica buona notizia è il via libera della Corte costituzionale ai referendum elettorali. In altre occasioni della storia repubblicana le consultazioni referendarie ne hanno influenzato potentemente la vicenda. Nella nostra democrazia acefala e indecisionista il referendum non è mai stato solo un mezzo per risolvere problemi specifici. È stato, spesso, anche un canale per dare sfogo a una diffusa insofferenza che avrebbe altrimenti potuto prendere strade diverse e pericolose.
Nei primi anni Novanta, fu proprio un referendum sulla legge elettorale che consentì di afferrare per i capelli, di salvare in extremis, una democrazia allo sbando, che affondava nel marasma, mentre la sua vecchia, storica, classe politica veniva spazzata via dalle inchieste giudiziarie.
Anche questa volta, stiamo per affidare le nostre residue possibilità di toglierci dal pantano a un referendum. Nelle speciali circostanze italiane uno strumento di per sé esile, spesso sproporzionato per difetto di fronte al peso e alla grandezza dei problemi, assume di nuovo un ruolo decisivo.
Come gli scettici, compreso chi scrive, hanno sempre pensato, la classe politica non era e non è in grado, a causa dei veti incrociati, di fare una buona legge elettorale. Nemmeno la volontà di accordo e l’obiettiva convergenza di interessi fra i leader dei due maggiori partiti, Walter Veltroni e Silvio Berlusconi, sono bastate. Ora che il referendum incombe, e il panico si diffonde fra tutti quelli che hanno molto da perderci, ci saranno tentativi disperati, dell’ultim’ora, di varare una legge elettorale. Date le premesse, sarebbe sicuramente una legge pessima. Meglio il referendum. Sperando che anche questa volta, come è accaduto in altri passaggi delicati, esso serva a dare un colpo di frusta, a rimettere in moto il motore imballato di una democrazia difficile. O ad assicurarci, quanto meno, un po’ di ossigeno.

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