Rifiuti, storia di uno scandalo italiano

(17 Gen 08)

Elio Veltri

Un’altra voce seria che ribadisce ciò che ormai dovrebbero sapere tutti. L’Unità, 17 gennaio 2008, con postilla

A Napoli, il 21 Dicembre 2007, nel corso di un’affollata manifestazione alla Mostra d’Oltremare, con presenza predominante di giovani, promossa dal comitato campano per la Lista Civica, Nicola Capone, segretario generale delle Assisi della città di Napoli e del Mezzogiorno, che ruotano attorno all’Istituto di Studi Filosofici di Marotta e Gargano e a Palazzo Serra di Cassano, testimone della rivoluzione napoletana giacobina e antisanfedista del 1799, mi ha consegnato quattro fascicoli sui rifiuti a Napoli e in Campania.

I fascicoli delle Assise, pubblicati nel Bollettino omonimo, diretto da Francesco De Notaris, ex senatore della Rete e da Francesco Iannello, sono innanzitutto una testimonianza dell’impegno civile e intellettuale di tanti giovani e meno giovani, rappresentanti, a giusto titolo l’intellighenzia napoletana, i quali, a dispetto del degrado e della violazione di tutti i diritti più elementari, studiano, fanno proposte e non si rassegnano. La lettura dei bollettini è illuminante e sarebbe stata di notevole aiuto agli amministratori comunali e regionali per risolvere il problema, diventato tragedia, e che ha fatto il giro del mondo.

Le questioni affrontate, con i contributi di professionisti e tecnici di valore e di grande prestigio sono essenzialmente tre:

la violazione di tutte le norme di legge italiane ed europee, come causa determinante del disastro rifiuti; le scelte sbagliate come causa dell’emergenza permanente e incentivo agli affari e allo spreco di denaro pubblico; le conseguenze gravissime per la salute dei cittadini e il degrado dell’ambiente.

Partendo dal primo punto la tesi sostenuta e dimostrata, accettata oramai in qualsiasi latitudine, è che se si violano i capisaldi dello smaltimento dei rifiuti e cioè: riduzione, riciclaggio, recupero e riuso e si pensa di sostituire questa strategia, peraltro stabilita da tutta la legislazione italiana ed europea, attraverso la costruzione e l’uso di grandi inceneritori o termovalorizzatori che poi sono sostanzialmente la stessa cosa, le conseguenze sono sempre uguali e inevitabili. In altre parole, i rifiuti non possono essere smaltiti come li produciamo e bisogna produrne di meno. Il professor Guido Viale lo spiega con una immagine domestica molto efficace: i rifiuti sono un “flusso” e se ne creano di nuovi ogni giorno. Pertanto, da qualche parte devono “defluire”, o in impianti di recupero o in discariche a “perdere”. Ma se il getto del rubinetto è maggiore della portata dello scarico occorre: stringere il rubinetto, aprire un secondo flusso, disintasare lo scarico. Stringere il rubinetto significa diminuire la quantità di rifiuti prodotti, costituiti per il 70 per cento da imballaggi. Quindi si deve dare un taglio alla vendita di prodotti imballati. Il secondo deflusso è la raccolta differenziata prevista dalle leggi del nostro paese per il 60% dei rifiuti urbani nel 2011, oggi al 40% in Lombardia e al 10% a Napoli. La raccolta differenziata è efficace se viene fatta porta a porta con impegno dei cittadini e vigilanza delle amministrazioni. Essa porta soldi attraverso la vendita dei rifiuti separati (carta, plastica, vetro, umido, ecc.) che vanno a ruba. Per cui, chi fa la raccolta differenziata guadagna, chi butta i rifiuti in discarica fa guadagnare i proprietari delle discariche. Persino in Campania, alcuni comuni fanno raccolta differenziata al 90% e il comune guadagna. Il sindaco di Atena Lucana il 15 dicembre 2007 l’ha spiegato a Repubblica con queste parole: «Io per legge dovrei coprire almeno il 50% dei costi con i soldi dei cittadini. Glieli faccio risparmiare. Copro con la vendita dei rifiuti. Basta differenziarli». Con una raccolta differenziata del 60-65 % il residuo indifferenziato si riduce al 35% del totale dei rifiuti. Ma questa parte indifferenziata non può andare direttamente negli inceneritori. Per legge deve essere separata la parte di materiale combustibile dalla quella inerte e organica e questo compito avrebbero dovuto svolgerlo i cosiddetti CDR, i sette impianti previsti in Campania. Solo che non l’hanno fatto perché nessuno ha controllato e ora sono sparse ovunque sette milioni di tonnellate di cosiddette ecoballe che di eco hanno molto poco, inquinano e non si sa dove portarle. Se la separazione è ben fatta, in discarica o in un termovalorizzatore, ci va meno di un terzo del residuo. Nel caso della Campania che produce oltre 7200 tonnellate di rifiuti al giorno e, senza riduzione degli imballaggi e smaltimento rapido, ne produrrà oltre 8000 in tempi brevi, se le cose fossero state fatte a modo rispettando le leggi, si porrebbe il problema di smaltire un terzo del residuo e cioè circa 1000 tonnellate al giorno. Dopo avere incassato molti soldi ricavati dalla raccolta differenziata.

Se si tiene conto che il solo termovalorizzatore di Acerra, costruito senza valutazione di impatto ambientale, con una tecnologia vecchia di 30 anni, brucerà 2000 tonnellate di residuo, si capisce che è sovradimensionato e che gli altri due previsti non servono. Eppure la previsione dei costi è di 5 miliardi di euro. Inoltre bisogna considerare che con qualsiasi impianto che brucia le sostanze emesse: diossina o i suoi precursori, furani, idrocarburi policiclici ecc, sono sempre inquinanti e dannose per la salute dei cittadini.

Come lo sono i rifiuti interrati nella provincia di Caserta e di Napoli, una volta chiamata terra di lavoro per la grande fertilità e Campania Felix, che oggi include aree chiamate “triangolo della morte” nelle quali, come dimostra lo studio dell’Osm («Trattamento dei rifiuti in Campania – Impatto sulla salute umana»), i tumori sono aumenti del 400% e almeno 250 mila persone sono intossicate da sostanze altamente inquinanti presenti nell’aria, nell’acqua, nel terreno. Della situazione si occupa l’Associazione medici acerrani, animatore il dottor Andrea Bianco, insieme ad altri medici e specialisti che insegnano all’università di Napoli come i professori Comella e Puzone, i quali lamentano isolamento e minacce. Uno di Loro, Montano, denuncia che un «fiume di denaro viene elargito dal Commissario alla popolazione bisognosa per comprarne il silenzio».

Finora i capisaldi di uno smaltimento corretto dei rifiuti (raccolta differenziata, riciclaggio, riuso e riutilizzo) previsti dal decreto Ronchi del 1997, dal decreto legge N. 245 del 2005, convertito in legge nel 2006, dalla direttiva ambientale del 2004/35/CE, sono stati ignorati e non solo a Napoli.

Ultimo problema e non certo per importanza, riguarda la struttura commissariale e il contratto con Impregilo. Il Commissariato, infiltrato da uomini della camorra, ha assunto a tempo indeterminato 2316 dipendenti a tre milioni delle vecchie lire al mese, con una spesa di 55 milioni di euro all’anno, i quali, secondo quanto ha riferito il Commissario Catenacci di fronte alla Commissione di Inchiesta sui rifiuti: «al bar spendono tutti i soldi giocando a zecchinetta». I commissari che si sono succeduti hanno sprecato circa due miliardi di euro. «Il Commissariato, invece di percorrere i binari della normativa europea e italiana di attuazione e cioè invece di imboccare, come prima cosa, la strada di raccolta e di recupero dei rifiuti prescrittagli e sollecitata dalla commissione Via (valutazione di impatto ambientale, ndr), dal ministro degli Interni e dal ministro dell’Ambiente, si comportò come se la legge non esistesse». Lo scrive Raffaele Raimondi, presidente emerito della Cassazione. Per le stesse ragioni, la Commissione Parlamentare di Inchiesta, nella relazione del 19 dicembre 2007 ne chiede la soppressione immediata.

Il contratto con Fisia-Italimpianti del gruppo Impregilo, poi, non credo abbia precedenti. Gli impianti previsti vengono costruiti con denaro pubblico, restano di proprietà della società privata, la quale, per smaltire le ecoballe e gli altri rifiuti mediante i termovalorizzatori da costruire, dovrebbe ricevere i contributi dello Stato CPI6, destinati alle energie rinnovabli e “assimilate”. Una somma enorme di denaro, che in base ai contratti, la cui validità era di 10 anni, si aggirava attorno ai 2,5 miliardi di euro. Lo scrive Alberto Lucarelli il quale sottolinea che «se il riconoscimento del sussidio CIP6 fosse attribuito direttamente alle ecoballe e non agli impianti, avremmo le disponibilità finanziarie per lo smaltimento immediato di questi rifiuti». Insomma, i napoletani, ma anche noi tutti, come suol dirsi, cornuti e mazziati!

Per tutte queste ragioni a Napoli si profila la prima sperimentazione della nuova legge sulla “class action” approvata con la Finanziaria che, per il numero di richieste e la quantità e qualità dei danni, potrebbe essere davvero imponente e costituire un precedente rivoluzionario.

Postilla

Chi guarda appena un po’ al di là del suo villaggio sa da anni che la produzione straordinariamente ricca di rifiuti minaccia di sommergerci, e che l’unico modo di proteggerci durevolmente dall’essere seppelliti da ciò che produciamo (ricordate Italo Calvino, Leonia, 1972?) è produrne di meno e riciclare quello che è possibile. Dopo lo scandalo di Napoli e della Campania, i cui “governanti” stanno ancora lì in sella, ormai lo sanno tutti. Non c’è giornale serio che non ricordi che la quota degli inutili imballaggi e dei prodotti “usa e getta” è preponderante, che gran parte dei rifiuti si può riciclare, cioè riutilizzare, e che la chiave di volta del sistema è la generalizzazione della raccolta differenziata. Lo sanno tutti, fuorché chi governa.
Affrontare il problema da questo punto di vista impone scelte coraggiose. Impone di contrastare le tendenze dominanti nel mondo della produzione e del commercio. Impone di proibire gli incarti inutili, gli imballaggi esuberanti, gli orpelli pubblicitari nei quali vengono presentate e avvolte le merci. Impone di scoraggiare l’impiego dei prodotti “usa e getta”. Impone quindi di aprire un fronte di lotta nei confronti di poteri forti – anzi, dominanti dove la politica è debole.
E impone di lavorare con coraggio e determinazione politica nei confronti dei produttori ultimi di rifiuti. Mi riferisco alla “raccolta differenziata”, secondo, se non primo, passo d’una seria politica di riduzione dei rifiuti. È un’impresa difficile, perché induce ad affrontare il cittadino in quanto tale: per vincere le sue pigrizie, le sue abitudini, alcune sue piccole comodità. Perciò esige l’assunzione di questo tema come questione politica centrale: non qualcosa da appaltare alla mera tecnica, ma da curare come azione politica. Ricordo che quando a Venezia, molti anni fa, si avviò la raccolta differenziata nel centro storico l’assessore all’ambiente (era Paolo Cacciari) girava la mattina per le calli per verificare il comportamento non solo dei raccoglitori (che erano stati accuratamente formati) ma dei cittadini, rimproverando quelli che non rispettavano gli standard stabiliti e resi noti con decine di assemblee.
La questione dei rifiuti è centrale nella nostra epoca, per un’infinità di ragioni. È il simbolo di un meccanismo che non funziona; può essere la testimonianza della possibilità di cambiarlo, o almeno di correggerlo dei suoi danni più appariscenti.

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