Mastella e referendum, Governo in bilico

(17 Gen 08)

Stefano Folli

Forse nemmeno Stephen King, il maestro del genere “horror”, avrebbe immaginato uno scenario più cupo di quello che si osserva in queste ore nella Roma politica. Si avverte la sensazione quasi fisica di un dissolvimento in atto. Come un buco nero in cui rischia di sprofondare non solo Mastella e il suo partitino, ma qualsiasi speranza di ridare un senso e una dignità alla parola «politica». E forse c’è una logica insondabile persino nelle coincidenze. Quasi nelle stesse ore in cui il ministro della Giustizia annunciava le sue dimissioni, accompagnate da un violento, vorremmo dire incredibile atto d’accusa verso la magistratura, la Corte costituzionale giudicava ammissibili i quesiti referendari. Decisione attesa, quest’ultima. Ma pur sempre decisione dagli effetti dirompenti sugli assetti politici, perché il referendum sulla legge elettorale si è caricato, a torto o a ragione, di una valenza quasi messianica. È già diventato, e ancor più lo sarà nelle prossime settimane, la bandiera simbolica di tutti coloro che vogliono farla finita con i vecchi, oscuri, inefficienti sistemi di potere. Un grande plebiscito per l’Italia di domani.

È realmente così? No, certo. Il referendum Guzzetta-Segni è solo un onesto tentativo di rivolgersi al popolo per modificare in senso maggioritario la legge elettorale. Si può essere d’accordo, oppure no: ma di questo si tratta. Ha poco senso farne il vessillo dell’anti-politica, della rivolta contro il Parlamento. Tuttavia è proprio quello che rischia di accadere, causa la miopia, la testardaggine, l’insensatezza della classe politica. E in particolare, spiace dirlo, della maggioranza di centro-sinistra al Governo.
Non c’è nulla di male nell’esprimere solidarietà a Clemente Mastella e a sua moglie: tra l’altro le accuse di concussione sono tutte da decifrare e non sarebbe la prima volta che ai fuochi d’artificio mediatico-giudiziari segue il nulla, secondo un pessimo costume che la dice lunga sullo stato della giustizia. C’è però da restare stupiti di fronte all’applauso corale, davvero “bipartisan”, che ha accolto in Aula l’arringa di Mastella contro i magistrati. Nel giorno in cui un senatore, Willer Bordon, si dimetteva dal Senato affermando, un po’ a effetto, «lascio la casta», ecco che Montecitorio ha confortato tutti i peggiori stereotipi diffusi nell’opinione pubblica. Centinaia di deputati, di destra e di sinistra, chiusi a riccio, pronti a sostenere uno di loro – ministro della Giustizia in carica – mentre dichiara la sua personale guerra alla magistratura. Con argomenti che fino a ieri erano tipici di Berlusconi e di Castelli, mentre erano respinti con sdegno snobistico dalle anime pure della sinistra.
Di lì a poco si sarebbe saputo che non solo la moglie del ministro, ma anche l’intera struttura di potere dell’Udeur in Campania era agli arresti. Compreso il sindaco di Benevento e un paio di assessori regionali. E lo stesso Mastella figurava tra gli indagati. Presunzione d’innocenza per tutti, senz’altro. Ma come può il presidente del Consiglio respingere le dimissioni del ministro? E come può lo stato maggiore del Partito democratico, Veltroni in testa, attenersi alla stessa linea?
Qui non si tratta di stabilire in anticipo la colpevolezza di qualcuno. Si tratta di decidere se va condivisa oppure no, sul piano politico, la posizione di attacco alla magistratura che Mastella ha esposto in Parlamento, parlando da responsabile della Giustizia ancora in carica. Con le parole non si scherza, nemmeno nell’Italia di oggi. Dire no alle dimissioni, significa dire sì a quella posizione di scontro frontale. Significa trasformarla nella linea di tutto il governo, di tutto il centro-sinistra (salvo Di Pietro, a quanto pare).
Si capisce che il premier è disposto a tutto pur di non assistere al collasso della maggioranza. Financo ad alimentare, forse senza rendersene conto, un nuovo capitolo del conflitto fra politici e magistrati. Come ai tempi di Berlusconi. Ma qui è in gioco qualcosa di più importante delle sorti di un Governo traballante e asfittico. È davvero in gioco la credibilità residua della politica. Il buco nero la sta inghiottendo, insieme alle timide speranze di riforma e ai primi risultati nel risanamento dei conti. Lo sfondo del dramma è quello che conosciamo: dalla spazzatura sparpagliata senza rimedio nelle strade della Campania (ancora la Campania…) ai rapporti fra Stato e Chiesa regrediti di decenni, come ha sottolineato Carlo Azeglio Ciampi.
È in queste condizioni che si pensa di tornare alle elezioni? Oppure: è in queste condizioni che si ritiene di andare avanti ancora a lungo? Il referendum sulla legge elettorale è una risposta, una delle tante possibili. Rischia di apparire una mezza rivoluzione, come l’inizio di una valanga distruttiva ma salvifica, perché dall’altra parte c’è uno spettacolo quotidiano che è ormai intollerabile.
Solo un personaggio, in questa confusione, può dare un’autentica, nobile prova di dignità. È Clemente Mastella. Mantenga le dimissioni, non si faccia avviluppare dalla solidarietà “bipartisan”. Faccia quello che ha annunciato, non dia retta a opinioni interessate. Eviterà ulteriori pasticci politici a un centro-sinistra tremebondo e potrà difendersi a fronte alta. Come è giusto che sia.

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