Intolleranza laicità e rese politiche

(17 Gen 08)

Gavino Angius
Gentile direttore,
dopo aver letto il suo stimolante editoriale volevo sottoporre ai suoi lettori alcune riflessioni sulla laicità dello Stato. L’Italia attraversa una crisi culturale e politica senza precedenti. Il dibattito sulla laicità ne è una delle dimostrazioni più evidenti.

Innanzitutto esprimo il mio dispiacere per la decisione del Papa di non recarsi all’Università di Roma, ma credo fermamente che questo atto sia purtroppo anche il frutto di un clima che le stesse gerarchie ecclesiastiche e la debolezza della politica hanno contribuito a determinare. Perciò ritengo che le critiche indirizzate ai sessanta docenti che contestavano la visita del Papa siano state troppo aspre. In una democrazia sana, come ben espresso dall’editoriale di Gian Enrico Rusconi, questo non sarebbe mai avvenuto.

Non ritengo condivisibili le posizioni di coloro che intendono dipingere la laicità come «lo spazio del libero dibattito in cui pubblicamente si confrontano le diverse sensibilità». Non si può accettare che la parola «laicità» possa diventare sinonimo di «intolleranza». È vero esattamente il contrario. Laicità è sinonimo di libertà di parola, di espressione, d’iniziativa. È innanzitutto la certezza per il cittadino di poter fare affidamento su delle Istituzioni pubbliche che decidono in modo svincolato da qualsiasi pregiudizio confessionale o ideologico e avendo sempre al centro della propria azione l’interesse generale della collettività. Abbandonare questi principi costituisce una resa politica e culturale.

Vorrei qui ripercorrere i diversi episodi che hanno portato la laicità al centro del dibattito pubblico. Il primo è stato quello della legge sulla fecondazione assistita, voluta dal governo Berlusconi, conclusosi con il non raggiungimento del quorum nella consultazione referendaria. Questo risultato renderebbe possibile la riappropriazione dell’iniziativa legislativa da parte del Parlamento. Chi continua a urlare che quel voto in realtà dimostra la contrarietà degli italiani all’abrogazione di quella norma fa palesemente un’affermazione non vera. Poi ci fu il caso Welby, simbolo dell’ingiustizia verso le persone che soffrono inutilmente a causa di un vuoto normativo che non consente loro di scegliere se la cura cui sono sottoposti si è trasformata in accanimento terapeutico. In Italia un cittadino malato, consapevole del decorso terminale del male, deve poter avere la libertà di decidere, anche con il testamento biologico, quando una terapia che lo tenga in vita debba essere cessata perché gli effetti che produce non rendono quell’esistenza più degna di essere vissuta.

L’altro caso è forse ancora più emblematico del grado di arretramento culturale dell’Italia perché riguarda gli affetti. Parlo delle coppie di fatto. Parlo di diritti civili. In Italia tutti si dicono europeisti, ma quando si tratta di declinare questo europeismo sui diritti civili, e a volte anche sui diritti sociali, salta fuori la specificità italiana. Infine, abbiamo anche dovuto assistere all’attacco frontale alla legge 194 sull’interruzione volontaria di gravidanza a opera elle gerarchie ecclesiastiche supportate da qualche «ateo devoto».

Ho citato questi fatti perché sono quelli che più hanno colpito le coscienze degli italiani e che ci ricordano che su molte questioni restiamo un Paese a sovranità limitata. In tutti gli esempi ricordati abbiamo registrato un’ingerenza della Chiesa che non ha avuto pari nella nostra storia repubblicana. Ma ciò che ha colpito di più è stato che i partiti si sono dimostrati deboli e privi di spina dorsale. L’effetto dell’ingerenza della Chiesa nella sfera pubblica è la negazione di libertà. Non credo che continuando così tireremo fuori l’Italia dalle secche, anche culturali, in cui si trova. Ecco, questa per me è la laicità, sinonimo di libertà e dunque rifiuto dell’esistenza di una morale superiore in quanto dei credenti che può dare lezioni ai non credenti in quanto portatori di una morale inferiore. La politica è scelta per il bene di tutti anche per il bene di coloro da cui ci si sente culturalmente distanti.

Le legislazioni dei Paesi europei hanno dimostrato che è possibile trovare, nel rispetto delle tradizioni culturali, soluzioni avanzate a garanzia della libertà dei cittadini. Soltanto così una democrazia diventa piena in quanto si misura con il multiculturalismo etnico e o religioso, proprio delle società moderne. Su questi temi, fondamentali per lo sviluppo democratico e civile del nostro Paese, abbiamo deciso di organizzare proprio a Torino, un convegno dal titolo «Di fatto e di Diritto», che si svolgerà per tutta la giornata di sabato 19 gennaio. Con questa iniziativa intendiamo dare il nostro contributo positivo, come Partito Socialista, al dibattito in corso nel nostro Paese.

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