L’anello mancante

(13 Gen 08)

Sergio Romano

Lo sfogo della Boccassini

Dopo la notizia delle sue dimissioni dall’Associazione nazionale magistrati, anticipata dal Corriere il 9 gennaio, il procuratore Ilda Boccassini ha fatto conoscere le sue opinioni con uno sfogo, motivato forse da una personale delusione. Come ogni sfogo contiene parole e pensieri che possono essere compresi soltanto dai destinatari. Il lettore percepisce uno stato d’animo, ma ha l’impressione di assistere a un dialogo fra estranei su vicende di cui non sa quasi nulla. Peccato. Quando un pubblico ufficiale parla pubblicamente su un giornale dovrebbe parlare al pubblico dei lettori. Ma dal riassunto di Cinzia Sasso (la Repubblica, 11 gennaio) emergono frasi che vale la pena di registrare.

Si parla di una «carriera dei magistrati ingessata, prigioniera di logiche di corrente, svincolata da valutazioni sulla professionalità e sul rendimento». Si parla di «una corporazione ripiegata su se stessa », della necessità di «fare autocoscienza», dell’esistenza nella magistratura di «sacche d’ignoranza, di scarsa produttività, anche di corruzione». E si parla infine «di troppi silenzi quando occorrerebbe alzare la voce, e troppo clamore quando sarebbe necessario tacere». Sono affermazioni condivise da quanti hanno osservato l’evoluzione della magistratura italiana da Tangentopoli alle ultime inchieste di alcune procure, soprattutto meridionali. Anche noi abbiamo constatato che le correnti hanno assunto un carattere ideologico-corporativo e si comportano nel Csm come lobby o partiti. Anche a noi è sembrato che i magistrati non si siano interrogati sulle conseguenze che questa forma di autogoverno stava avendo per l’efficacia e la credibilità del loro lavoro.

Anche noi siamo stati colpiti dal modo in cui procuratori e giudici hanno fatto bellicosamente quadrato ogniqualvolta qualcuno pretendeva di valutare la loro professionalità. E anche noi infine siamo stati sconcertati dal troppo clamore degli interventi pubblici e dai troppi silenzi «quando occorrerebbe alzare la voce». Queste ultime parole potrebbero alludere a Napoli dove è stata avviata un’indagine su scambi di favori, alla Rai, fra un dirigente e un ex premier, ma è stato ignorato lo scandalo politico e amministrativo dei rifiuti: una vicenda in cui persino un dilettante intravede possibili reati, dall’omissione di atti d’ufficio alle infiltrazioni criminali. Se è questo il senso delle parole di Ilda Boccassini, vi è tuttavia nel suo sfogo un anello mancante.

Per completare il quadro occorrerebbe ricordare l’argomento con cui i magistrati inquirenti si sono sistematicamente sottratti a qualsiasi critica e riforma: l’obbligatorietà dell’azione penale. Hanno agito discrezionalmente, scelto le indagini che maggiormente corrispondevano alle loro preferenze ideologiche, concentrato la loro attenzione sui temi che avevano maggiore risonanza pubblica, e hanno inevitabilmente trascurato questioni apparentemente modeste da cui dipende la vita quotidiana dei loro connazionali. Ma hanno risposto alle critiche, in ogni occasione, invocando l’«obbligatorietà dell’azione penale». La riforma della giustizia comincia dalla revisione di questa formula ipocrita che ha tanto contribuito a fare della magistratura inquirente un potere separato e autoreferenziale.

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