Indulto statistico per chi tace ai sondaggi

(12 Gen 08)

Chiara Saraceno
Se un rilevatore dell’Istat suona alla vostra porta, vi telefona o vi manda un questionario a casa siete tenuti a rispondere. Se non lo fate, siete passibili di multa (da un minimo di 200 a un massimo di 2000 euro nel caso di privati, più alta per le aziende), qualsiasi siano le vostre motivazioni. Lo dice il decreto legislativo 322/1989, art. 7. Prima dell’89 eravate addirittura passibili di denuncia penale. Che siate malato, gravemente disabile, un anziano spaventato che non apre la porta agli estranei, una persona con difficoltà linguistiche e di comprensione, o non disponibile a rispondere su temi sensibili – se non rispondete l’Istat dovrebbe iniziare nei vostri confronti un’azione civile.

Un procedimento gravemente intrusivo della privacy delle persone, oltre che molto costoso e macchinoso sul piano amministrativo. Questa norma, che in linea di principio mira a garantire il massimo tasso di risposte, rispecchia una concezione autoritaria del rapporto tra Stato (e istituzioni pubbliche) e cittadini e rischia di avere l’effetto contrario a quello che si propone. In tutti i Paesi democratici da tempo si è compreso che se si vuole ottenere la collaborazione dei cittadini nelle indagini, inclusi i censimenti, non si può ricorrere a minacce o sanzioni, pena il peggioramento della qualità dei dati raccolti. Per evitare una multa, le persone non si fanno trovare; mentono sulla propria identità; se sono ricche trovano qualche scappatoia legale. Se proprio costrette, forniscono informazioni sbagliate.

Consapevole di questi rischi, oltre che della pressoché impossibilità di applicare effettivamente la norma espletando tutte le procedure necessarie per arrivare alla sanzione nei confronti dei «renitenti alle indagini», l’Istat di fatto non ha quasi mai attivato la procedura sanzionatoria di fronte ai rifiuti di rispondere. Ciò non ha avuto conseguenze negative né sul tasso di risposta né sulla qualità dei dati. L’Italia ha un tasso di mancate risposte tra i più bassi in Europa e ottiene giudizi ampiamente positivi per la qualità dei suoi dati da parte della commissione per la garanzia della qualità dell’informazione statistica di Eurostat. Pur non ottemperando alla norma citata, l’Istat ha quindi risposto al suo mandato prioritario: produrre dati di buona qualità sul piano della rappresentatività statistica e della attendibilità informativa. C’è molto spazio per miglioramenti, specie sul piano della messa a disposizione tempestiva dei dati, oltre che del lavoro di sensibilizzazione sulla importanza della informazione statistica, quindi della collaborazione di cittadini, imprese, istituzioni. Ma l’uso delle sanzioni appare più un ostacolo che una risorsa in questa prospettiva.

In seguito alla denuncia di un sindacato interno, tuttavia, la Corte dei conti ha aperto un procedimento per danni all’erario nei confronti dell’Istat, dei suoi dirigenti attuali e passati e del suo consiglio di amministrazione. Non facendo pagare le multe, l’Istat infatti avrebbe fatto mancare alle casse dello Stato fondi consistenti. Anche se non è chiaro quanto sarebbe costato raccoglierli, e ancor meno che effetti avrebbe avuto sulla qualità dei dati.

Tardivamente il governo si è reso conto del paradosso di una legge non solo inapplicabile, ma vessatoria nei confronti dei cittadini. Perciò nel decreto cosiddetto «mille proroghe» di fine anno ha introdotto un articolo (n. 44) secondo il quale la norma sanzionatoria viene sospesa per un anno e limitata solo ai casi di rifiuto esplicito e documentato, in attesa di una formulazione normativa più adeguata sul piano della correttezza democratica e della praticabilità. Tale sospensione ha anche valore retroattivo, proprio perché si è riconosciuta l’inapplicabilità e il carattere vessatorio della norma. Qualcuno in questi giorni se n’è scandalizzato, parlando di «indulto statistico». Per una volta tuttavia i cittadini dovrebbero essere soddisfatti: nessun delinquente è rimesso in libertà e l’iniquità di una norma che li trattava da sudditi è stata riconosciuta, per quanto tardivamente.

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