Prof maestri anche senza cattedra

(11 Gen 08)

Fabio Mussi
Il ministro tratta i prof come cose da buttare…». Ho avuto un tuffo al cuore, quando ho visto questo titolo su «Tuttoscienze» di La Stampa di mercoledì. Tanto più quando ho letto la firma: Giacomo Rizzolatti, un uomo di indiscussa autorità intellettuale. Vorrei perciò provare ad esporgli le mie ragioni.

Qual è l’argomento del contendere? La norma che in 3 anni riporta a 72 anni inderogabili l’età di pensionamento dei professori universitari, cioè abolisce con una certa gradualità i «fuori ruolo». Come è noto, maturata l’età di pensionamento, i professori possono restare «in ruolo», con tutti i doveri precedenti, e ulteriori diritti, per esempio il proseguimento della carriera con i relativi adeguamenti automatici di stipendio.

Dice il prof. Rizzolatti che «discriminare una persona in base all’età non è diverso dal discriminarlo in base alla razza e al sesso». Con il che, naturalmente, si renderebbe ipso facto incostituzionale il trattamento di quiescenza, per tutti. Il prof. Rizzolatti porta un esempio calcistico: «Immaginate una squadra formata da giovani ed anziani. Cosa succederebbe se l’allenatore decidesse che la formazione deve essere fatta in base all’età e non al merito? Cacciare Del Piero e Trezeguet? Certo che no. Si direbbe che l’allenatore è un imbecille».

Temo che ci siano stati allenatori piuttosto imbecilli, perché la squadra dei professori universitari è stata fatta esattamente in base all’età: se sei giovane, non giochi. L’età media del corpo docente italiano è diventata ormai un caso internazionale. Sul numero delle Scienze del febbraio 2006 (sono passati 2 anni dunque i dati sono peggiorati), in particolare, apparve un saggio di «demografia accademica», firmato da Francesco Sylos Labini e Stefano Zapperi. La statistica è una scienza crudele, mi rendo conto, ma i due autori sintetizzano così la loro ricerca: «I professori italiani sono di gran lunga più vecchi di quelli degli altri Paesi e i giovani trovano enormi difficoltà ad inserirsi, con la precarizzazione del lavoro che ne consegue. Il fenomeno più inquietante è però dovuto alle assunzioni ope legis, avvenute in passato, che hanno creato uno tsunami demografico i cui effetti, se non si interviene prontamente, saranno devastanti anche nei prossimi anni».

Se prendiamo i docenti ultrasessantenni, le percentuali sono queste: Italia 22,5%, Francia 13,3%, Regno Unito 8%. All’inverso, la percentuale di docenti di età inferiore a 35 anni è del 4,6% in Italia (tra i 20 mila ordinari, erano 9, per lo più «figli d’arte»), del 16% nel Regno Unito, dell’11,6% in Francia. I paragoni sono con Francia e Regno Unito perché sono le situazioni più simili statisticamente a quella italiana, Spagna e Germania sono imparagonabili. Lamentare, come si fa ogni giorno, la «fuga dei cervelli», di fronte all’incombente tsunami dell’età accademica, perfettamente descritto da Sylos Labini e Zapperi, diventa un’insopportabile litania.

Il problema, nell’università italiana, è dunque riaprire le porte ai giovani. Questo vuol dire buttare a mare l’esperienza dei più anziani e autorevoli? Scrive il prof. Rizzolati: «Se i professori facessero solo l’insegnamento agli studenti, il provvedimento sarebbe stupido, ma non disastroso. La parte più impegnativa del lavoro del docente non consiste nel raccontare dati acquisiti a giovani studenti, ma nell’insegnare a persone che hanno uno specifico background culturale come si fa la ricerca, giorno per giorno, ora per ora».

Perfetto. Concludo allora con una domanda: per fare ricerca, e insegnare ai giovani a farla, occorre per forza trovarsi in cattedra, con uno stipendio pubblico che progredisce automaticamente, fino a 75 anni?

È questa la forma autentica dell’amore per i singoli, alla quale il prof. Rizzolatti si richiama in conclusione del suo articolo?

Segue l’articolo citato nella lettera aperta del Ministro Fabio Mussi

(9 Gen 08)
L’America mi vuole l’Italia mi butta

Giacomo Rizzolati, Università di Parma
L’8 dicembre ho ricevuto una lettera da uno scienziato americano di prestigio che lavora al National Institute of Mental Health. Diceva che l’NIMH cerca uno studioso affermato come «lab chief». La lettera finiva con «please consider this seriously for yourself». Il 16 dicembre è stata pubblicata la notizia che il governo in un emendamento della Finanziaria decideva che io, come altri professori universitari, non servivo più e in un paio di anni, nel caso mio, dovevo andarmene a casa.

Da una parte la comunità scientifica più avanzata del mondo cerca di averti, dall’altra una comunità scientifica, purtroppo non eccezionale, mi considerava inutile. Come è possibile? Molto semplice. Da anni negli Usa si considera che discriminare una persona in base all’età non è diverso dal discriminarlo in base alla razza o al sesso. Quindi mandare a casa un professore attivo solo perché ha superato una certa età è illegittimo.

Un esempio calcistico spiega il perché di questa posizione legislativa. Immaginate una squadra formata da giovani ed anziani. Cosa succederebbe se l’allenatore decidesse che la formazione deve essere fatta in base all’età e non al merito? Cacciare via i Trezeguet o i Del Piero? Certo che no. Si direbbe che l’allenatore è un imbecille. Per l’università non è lo stesso? Anzi, se la Juventus perde dispiace ai tifosi, ma se la ricerca va male il Paese va in rovina.

La cosa è ancora più allucinante in quanto in Italia esiste, o meglio, esisteva una legge molto avanzata in questo campo, se non rispetto agli Usa ed al Canada, almeno rispetto a molti altri Stati europei. Secondo la vecchia legge, i professori vanno in pensione a 72 o a 75 anni, secondo l’anno in cui erano entrati un ruolo. Un punto debole della legge è che, negli ultimi anni di servizio, il professore è esentato dall’insegnamento, restando inalterati gli altri obblighi. Questo vecchio privilegio è effettivamente un lusso cui l’università, cronicamente cenerentola nei finanziamenti, oggi ha difficoltà a mantenere. Il problema, però, poteva essere risolto facilmente. Bastava rendere obbligatorio l’insegnamento fino alla pensione e chiedere il pensionamento anticipato di chi si rifiutava.

La gravità del provvedimento governativo non solo sta nelle sue conseguenze, ma anche nell’incapacità di chi l’ha proposto di comprendere chi è e cosa fa un professore universitario. Se i professori facessero solo dell’insegnamento agli studenti, il provvedimento sarebbe stupido, ma non disastroso. La parte però più impegnativa del lavoro del docente non consiste nel raccontare dati acquisiti a giovani studenti, ma nell’insegnare a persone che hanno uno specifico background culturale come si fa la ricerca giorno per giorno, ora per ora: consiste nella capacità di creare una massa critica di persone che sfruttino la sua esperienza, fattore essenziale almeno in campo biologico e medico, e consiste nell’inserire i collaboratori nei circuiti internazionali da cui arrivano quei fondi che il ministero non dà o dà in quantità risibile. Distruggere tutto ciò, che è fondamentale per fare andare avanti i centri di ricerca avanzata decapitando l’università, è un atto distruttivo di cui si pagheranno per anni le conseguenze.

Quali sono le speranze perché ciò non accada? Un ripensamento di questo governo (governo?) o del prossimo, o un intervento della magistratura. Un provvedimento fortemente lesivo dei contratti individuali di una categoria di persone dovrebbe avere buone probabilità di essere cassata dalla magistratura, come spesso avviene negli arditi provvedimenti che ogni tanto questo governo emana. Infine un aspetto personale. Uno è convinto di essere un individuo che ha aspettative, speranze, progetti e non di essere una cosa. Per il ministro no. I professori universitari sono merce che può essere scambiata o buttata via, se il ministro pensa che questo possa migliorare il bilancio del suo ministero e possa nascondere l’incapacità di gestirlo. Si diceva che i grandi rivoluzionari amassero molto l’Umanità, ma poco i singoli. Le caricatura moderna del rivoluzionario mantiene intatta tale caratteristica.

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