L’America vota anche per noi

(11 Gen 08)

Arrigo Levi
Sappiamo bene, per antica esperienza, che gli Americani scelgono i loro candidati alla Presidenza, e poi i loro Presidenti, per ragioni loro: per sbalzi e rilanci di umore, per innamoramenti improvvisi di questo o quel candidato, per una innata fiducia nella capacità dell’America di imboccare sempre nuove strade per realizzare l’«American dream», seguendo personaggi carismatici, da Kennedy a Obama. E ha ragione Vittorio Zucconi quando osserva che l’America è «una nazione che non riesce, per propria natura, a vivere a lungo nella cupezza, nel pessimismo e nella paura».

Sappiamo che l’America, anche se non abbandona mai, tra successi e sconfitte, la propria missione di salvare il mondo, fa poi le sue scelte politiche guardando soprattutto dentro se stessa, ai suoi problemi domestici. Quanto a noi che non siamo Americani, primi fra tutti noi Europei, siamo solo effetti collaterali delle loro scelte. Loro votano, noi tratteniamo il fiato.

Ho sempre trovato ingiusto che non sia dato anche a noi, cittadini del mondo, un pur piccolo spazio nelle scelte politiche degli Americani: perché non dovremmo avere anche noi un qualche diritto di voto nelle primarie, e poi nelle elezioni presidenziali americane, visto che dalle scelte che «loro» e solo loro fanno, dipende anche il nostro destino? Non è giusto che ce lo troviamo già confezionato, in non piccola parte, dagli Americani su misura degli Americani, senza che «loro» tengano in alcun conto (nella maggioranza dei casi) il fatto che votando questo o quel candidato decidano anche la nostra sorte.

Oltre a tutto, le loro scelte ci colgono sempre di sorpresa. Ma chi sarà mai questo Obama? Da dove è saltato fuori? Certo: è saltato fuori dalla straordinaria, invidiabile capacità dell’America di far diventare patrioti americani, convinti e convincenti, persone dalle origini nazionali e razziali più diverse, che appena una generazione prima nulla avevano a che fare con l’America. Invidiamo il segreto del «melting pot» americano: ma ogni volta rimaniamo storditi.

Nemmeno sappiamo in base a quale magia l’America riesca a far diventare da un giorno all’altro primi attori della scena nazionale, e quindi della scena mondiale, personaggi che fino a ieri non erano nessuno: un ignoto governatore di un piccolo Stato del profondo Sud (ricordiamo la timidezza di Carter alla sua prima entrata in scena, come comparsa, a un convegno della Commissione Trilaterale a Tokyo, dove nessuno se lo filava); o un mediocre attore specialista di western come Reagan, la cui innata capacità di riuscire simpatico a prima vista era del tutto ignota al mondo (come ne fu sorpreso e conquistato Gorbaciov, al loro primo incontro a una conferenza di Ginevra in cui erano in gioco le sorti del mondo nucleare!); o degli ex vicepresidenti dalle ignote capacità intellettuali e dal background paurosamente provinciale, come Truman o Ford.

Ogni volta che gli Americani scelgono chi, diventando loro Presidente, diventa anche Presidente del mondo, teniamo le dita incrociate. Ogni volta ci chiediamo: ma che ne sa, che può saperne di noi, poveri umani, colui che domani, entrando alla Casa Bianca, deciderà anche il nostro futuro? Loro votano, noi speriamo nella buona sorte. Ma non siamo certi di poterci affidare a una misteriosa saggezza innata degli Americani: tante scelte giuste e generose, che ci hanno salvato, ma anche alquanti sbagli! Gli esempi più recenti ci terrorizzano. Possiamo solo confidare che nel primo quadriennio l’apprendista Presidente non faccia troppi errori, e abbia tempo di imparare il mestiere per il secondo quadriennio.

Molte volte ci è andata bene. Truman, quello sconosciuto, dimostrò fin dall’inizio che aveva idee, conoscenze, convinzioni ben radicate e maturate durante il silenzioso apprendistato alle spalle del grande Roosevelt.

Clinton andò continuamente maturando d’anno in anno, e la nostra speranza è che una parte della sua esperienza l’abbia comunicata anche alla sua tollerante, e molto intelligente consorte. Altri partecipanti alla corsa non li conosciamo, e dubitiamo che gli stessi Americani abbiano avuto il tempo per conoscerli e giudicarli. Che Dio ce la mandi buona.

Così guardiamo l’America con speranza, e con un qualche allarme, anche perché loro quello che decidono poi lo fanno. Loro sono ancora un vero Stato nazionale (cito un recente giudizio ascoltato da Kissinger), che ha il diritto riconosciuto di mandare i suoi cittadini a morire per la patria: cosa che a noi sembra spesso un sopruso.

Ma in fondo siamo noi e ora intendo noi Europei, i veri colpevoli della nostra dipendenza dall’America. Saggi e prudenti come siamo, con molte cose ancora da insegnare all’America e al mondo, rischiamo però di perdere il controllo del nostro avvenire. Anche quando sappiamo, talvolta anche meglio degli Americani, ciò che andrebbe fatto per il bene nostro e di tutti, esitiamo però a farlo: per pigrizia, per egoismo, per paura. Siamo sordi alla grande, benefica retorica (per lo più post-kennediana) che ancora commuove gli Americani. E sì che una «nuova frontiera», negli ultimi cinquant’anni, ce la siamo conquistata, e come! Ma ora sembriamo incapaci di guardare al di là, nello spazio e nel tempo. Non nascono più, tra noi, nuovi profeti. Spesso si rivelano semplici macchiette.

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