L’ammaina bandiera dell’Ulivo

(10 Gen 2008)

Riccardo Barenghi

Oggi l’aborto, ieri la famiglia e i Dico, l’altro ieri la ricerca sulle cellule staminali, domani chissà. E solo per nominare le questioni eticamente sensibili (così si chiamano). Ma ce ne sono tante altre, a cominciare dalle varie emergenze sulla sicurezza, che dimostrano quanto, come e perché il centrosinistra italiano, l’Ulivo prima e il Partito democratico poi, sia pressoché privo di una sua autonomia e indipendenza culturale. E dunque politica.

Non c’è niente da fare, ogni volta che qualcosa si muove dalle parti del Vaticano, rilanciata alla grande magari da qualche esponente politico o intellettuale (Giuliano Ferrara in questi giorni), ogni volta che viene agitata una bandiera che tocca temi di questo genere, dall’altra parte si risponde in difesa (se va bene), tipo «la 194 non si tocca». O addirittura si apre il dialogo, pronti a capire e magari anche a condividere le ragioni dell’altro. È la paura che detta questa reazione, la paura di perdere consenso in larghe fasce dell’elettorato, così come accadde per la sicurezza negli Anni Novanta: quando il centrodestra fece l’ira di Dio e il centrosinistra si accorse improvvisamente, nonostante fosse al governo da tempo, che bisognava prendere provvedimenti d’emergenza. Così come è la paura di perdere qualche treno, di scontentare le gerarchie ecclesiastiche e magari anche qualche milione di cittadini cattolici (che tuttavia hanno sempre dimostrato di essere molto più laici dei loro dirigenti laici) che fa scrivere a Veltroni una lettera al Foglio per aprire immediatamente il confronto sull’aborto. Mentre il ministro Livia Turco, femminista e di sinistra da sempre, da sempre strenua sostenitrice della legge 194, e ministro pluridecorato, chiede pareri scientifici sulla vita del feto.

Ma Veltroni e Turco e con loro moltissimi esponenti del Partito democratico non sono dirigenti di lungo corso della sinistra italiana? Non sono stati sempre dalla parte delle donne e del loro diritto di scegliere se tenere un figlio non desiderato (o magari malformato), non hanno sempre sostenuto che ci si può amare non solo sposandosi ma anche convivendo e avendo diritti analoghi ai coniugi, non pensano da tempo immemorabile che i gay abbiano gli stessi diritti degli eterosessuali, non credono che la ricerca scientifica debba essere libera da vincoli religiosi, che se una persona non è più curabile abbia il diritto di morire in pace? E insieme con loro non la pensano così molti, moltissimi elettori del loro nuovo Partito?

E invece che fanno? Aprono il confronto, dialogano, fanno retromarcia su (quasi) tutto, seppelliscono in un cassetto la legge sulla coppie di fatto, parlano della famiglia come fosse il paradiso dei sentimenti, non hanno il coraggio di scontrarsi sull’eutanasia ma sono pronti a un «dialogo costruttivo» sull’aborto. Oggi loro due, ieri e domani gli altri, come fece D’Alema quando partecipò alla beatificazione di Escrivá de Balaguer, fondatore dell’Opus Dei, o Fassino quando confessò all’età di 55 anni di essere sempre stato credente.

Perché il punto non è quale questione sia sul tappeto o quale leader sia nel posto sbagliato (per chi lo ha votato) al momento giusto (per chi lo ha avversato). Il punto, diciamolo con una certa franchezza, è la subalternità ai valori altrui. Come se il centrosinistra italiano non avesse una sua storia, una sua cultura politica, suoi ideali, non avesse fatto lunghe battaglie, peraltro vinte, su questi temi. Sembra allora di trovarsi di fronte a personaggi catapultati nel nostro Paese da qualche mondo sconosciuto, gente che fa finta di non sapere di cosa si stia parlando. Esposti a qualsiasi brezza, pronti a mettere in gioco se stessi (e qui poco male) e tutto il loro patrimonio storico (e qui molto male) solo perché terrorizzati dall’antagonista che prende l’iniziativa, li provoca, scende in battaglia, mobilita pensatori, politici, vescovi, lettori e soprattutto elettori. Mentre loro si ritirano non in buon ordine, deboli e insicuri.

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