L’emergenza sale a Roma

(8 Gen 08)

Lucia Annunziata
Un’emergenza locale è meno emergenza se diventa nazionale? Il governo Prodi, con una inedita unità di opinioni fra i ministri, ha deciso di prendere nelle sue mani la crisi della spazzatura napoletana.

Le prime misure si sono già viste ieri, nel misto di alleggerimento della tensione (con i soldati che vanno via da Pianura) e di rilancio decisionista con l’invio dell’esercito per riaprire le scuole. Entro oggi si dovrebbe confermare l’immediato spostamento dello schifo napoletano in alcune nuove discariche, magari in altre regioni; e la liquidazione dell’incarico del Commissariato ai rifiuti, per riportare tutto a livello romano, con spacchettamento delle responsabilità fra ministeri e, forse, un coordinatore nazionale (per cui in queste ore si sente il nome di Enrico Letta).

Ma se queste mosse possono sicuramente spezzare il ciclo più acuto della crisi, non indicano di certo una soluzione di lungo periodo. Ad esempio, appare comprensibile la cancellazione del Commissario ai rifiuti, ma riportare le responsabilità a livello dei ministeri richiederà assegnazioni di competenze, magari nuovi staff, rischia insomma di creare un ulteriore nodo burocratico, e altri ritardi.

Più al fondo ancora, non si capisce su quale analisi della crisi napoletana il governo stia facendo questi passi. Una analisi, direte, è un lusso mentre Napoli affoga. Eppure capire o no quel che sta succedendo, se davvero si vogliono trovare soluzioni di lungo periodo, non è di poco conto. Invece più gli scontri, gli interventi e le promesse si moltiplicano, più illeggibile si fa la crisi campana.

Un solo esempio: la più ripetuta e accettata spiegazione è il rapporto malato fra camorra e politica. Ma basta davvero? C’è una indubbia verità in queste affermazioni, stando ai fatti: la camorra, si dice, entra nel circuito stesso della politica, infiltrando suoi uomini nei luoghi decisionali, succhiando il denaro pubblico, con la doppia arma del controllo del movimento dei rifiuti e dei vari terreni delle discariche. La politica, da parte sua, è diventata «permeabile» a questo modello mafioso perché essa stessa si è «localizzata», cioè è diventata una macchina di gestione territoriale lontana dal coordinamento con il potere centrale (dopo l’approvazione dell’articolo V) e alimentata da pratiche di controllo locale, come consulenze, affiliazioni, e spartizioni, in nome del mantenimento del voto. Ma nemmeno in questo schema le domande finiscono: chi sono allora quei cittadini che vanno in piazza e oggi non porteranno i figli a scuola, nonostante le promesse di ripulire tutto? Possiamo dire che sono tutti camorristi o legati ai camorristi? E se non lo sono, perché non si ribellano alla camorra, ma alle istituzioni? C’è forse un’altra possibile realtà da capire e con cui dialogare? Un buco nelle maglie del rapporto fra politica e camorra?

Un altro buco si intravede, alzando lo sguardo: la camorra è una realtà diffusa in Campania, come mai allora in alcune città la camorra è in grado di condizionare la politica e in altre no? Per esempio, a Salerno, ma non solo a Salerno, non c’è crisi dell’immondizia. Forse non c’è camorra?

Infine, una domanda tecnica: ieri il governatore Bassolino ha scritto a la Repubblica dicendo che i termovalorizzatori non si è mai riusciti a costruirli per la opposizione «di vescovi e fondamentalisti Verdi». Allora, i colpevoli non sono soltanto i camorristi. Chi, dove, come ha fermato decisioni dell’amministrazione pubblica già prese? Amministratori, politici, forze di base, la Chiesa? E per quali ragioni? Ancora: chi ha permesso di smaltire le immondizie del Nord in Campania? È stato un processo legale o illegale, e da chi è stato avallato?

Insomma, come sempre, quando un meccanismo si inceppa, c’è bisogno di capire il guasto. In particolare se il problema è così vasto, così protratto nel tempo da abbracciare varie amministrazioni, varie regioni, vari governi.

In queste ore invece più che spiegazioni si affastellano grida di dimissioni, allarme nazionale, accuse alla rinfusa. Questa non è una difesa di Bassolino o della Iervolino. Sono certo responsabili, come del resto ammettono in queste ore; ma si può ridurre solo a loro questo enorme meccanismo?

L’unicità del caso Napoli è in queste ore presente e chiara a tutti: viene come sempre rispolverata la questione meridionale con il suo corollario antropologico. Ma l’unicità è innanzitutto nel meccanismo che abbiamo cercato di descrivere, con tutte le sue inspiegate parti. Se il governo Prodi vuole davvero cambiare qualcosa, mentre fa le prime mosse tecniche di pulizia, dovrebbe riuscire a fornire a se stesso e a noi un quadro reale – con fatti, responsabilità e nomi – di quel che succede. Non tanto per «voglia di manette», quanto per spezzare il circuito negativo della perpetuazione. Senza questa seria denuncia, la soluzione all’emergenza sarà solo un’altra emergenza. Sia pur stavolta spostata a livello nazionale.

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