Veltroni e Prodi, nuovo giro di tandem

(5 Gen 08)

Luigi La Spina
Il tandem che conduce la politica italiana ha cambiato assetto. Due mesi fa, sull’onda del lusinghiero successo alle primarie del partito democratico, era Walter Veltroni a tenere il manubrio. Aveva preso l’iniziativa di una netta apertura nei confronti di Berlusconi per cercare un accordo bipartisan sulla legge elettorale. Ma anche sul piano economico-sociale aveva cercato di correggere la direzione di marcia del governo, con una più marcata autonomia riformista rispetto alle posizioni della sinistra radicale. Il presidente del Consiglio sembrava relegato sul sellino posteriore, nel ruolo ingrato del faticatore sui pedali, costretto non solo a seguire la strada indicata dal guidatore del tandem, ma a mettere i piedi per terra quando il compagno avesse giudicato finita la corsa.

Il passaggio di fine anno, invece, pare aver ribaltato le posizioni. Soprattutto per merito, è giusto riconoscerlo, del tanto criticato Tommaso Padoa-Schioppa che, incurante dell’impopolarità per le sue battute controcorrente, delle sconfitte subite dai tribunali amministrativi nei casi Petroni e Speciale, ha proseguito con ostinazione nella sua opera di risanamento dei conti pubblici. Così Prodi ha potuto vantare, durante la conferenza-stampa di fine anno e tra uno slalom e l’altro sulle nevi, l’efficacia dell’azione del governo, contestando l’accusa di un ministero ormai costretto al solo galleggiamento, pur di durare un altro po’. La ritrovata «spinta propulsiva» di Prodi non gli avrebbe fatto riconquistare la guida del tandem, però, se Veltroni, nel frattempo, non avesse mostrato segni di affanno e di un certo disorientamento.

Il neosegretario del Pd, rinnegando le sue simpatie per il referendum sulla legge elettorale, ripudiando l’antiberlusconismo come matrice e collante del centrosinistra italiano, aveva suscitato molta sorpresa, sì, ma anche molte speranze. L’impressione è che la neve di inizio anno le abbia davvero gelate. Già l’annacquamento progressivo e incalzante del tradizionale bipolarismo maggioritario, in favore di dosi sempre crescenti di proporzionalismo, più o meno germanico, sembrava un eccessivo cedimento alla volontà di trovare, comunque, un accordo, sacrificando persino quelli che parevano i fondamenti della cosiddetta «seconda repubblica». Le perplessità, poi, si sono aggravate col repentino dietro-front presidenzialista del suo vice, Dario Franceschini, subissato dalle esplicite critiche di D’Alema, ma anche dai mugugni di Palazzo Chigi.

Il presidente del Consiglio non si è lasciato sfuggire l’occasione per riprendere il comando delle operazioni. Ha sfidato apertamente Dini a prendere in Parlamento l’iniziativa di una crisi, indebolendo, nel contempo, quelle sponde centriste sulle quali faceva affidamento Veltroni. Ha promesso ai sindacati e ai ceti salariati, la base della sua costituente elettorale, sgravi fiscali e un certo recupero del potere d’acquisto perduto in questi anni. Respinte le incursioni del suo compagno di tandem nello suo specifico campo, quello dei compiti del governo sul piano economico-sociale, Prodi è passato all’attacco pure in quella che, finora, era la riserva d’azione di Veltroni, l’iniziativa per un accordo sulla legge elettorale che eviti il referendum. Così, in un secondo vertice dello schieramento che sostiene il governo, o insieme con gli altri argomenti nel primo, come vorrebbe Mastella, sarà Prodi a riprendere le fila, ormai piuttosto logorate, di questa trattativa.

Il cambio di posizione nel tandem può certo incoraggiare il proverbiale e ostentato ottimismo del presidente del Consiglio, ma farebbe bene a non favorire illusioni sconsiderate. La politica italiana è diventata così febbrile, così esposta alla variabilità dei fatti e degli umori, da suggerire molta prudenza. Le incognite di metà gennaio sono parecchie: la trattativa sui salari, come già ha fatto capire il ministro dell’Economia, non può ignorare che i miglioramenti dei conti pubblici non sono né sufficienti, né al riparo da un nuovo peggioramento. Le vacanze non finiscono, poi, solo per Prodi, ma anche per il Senato, dove i numeri della maggioranza sono sempre quelli, anzi, potrebbero anche diminuire. Ma il rischio più grave resta il pronunciamento della Corte Costituzionale sull’ammissibilità del referendum.

Il «sì» della Consulta potrebbe indurre i piccoli partiti a preferire le elezioni anticipate, con l’attuale legge, alla consultazione popolare. Ma anche un «no», contrariamente a quanto generalmente si pensa, potrebbe non assicurare al governo un destino più sereno. Finora, questa scadenza aveva costretto la politica italiana a cercare un’intesa, a evitare quella battaglia «muro contro muro» tra schieramenti capace solo di produrre immobilismo, di rendere difficile qualsiasi decisione, di paralizzare lo sviluppo della nostra società. Liberi da questo vincolo esterno, i partiti tornerebbero al «tutti contro tutti» di cui abbiamo già subito i nefasti effetti. E il governo non sarebbe affatto al riparo.

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